Dei 169 delegati riuniti a Charleston il 20 dicembre 1860, 153 possedevano almeno uno schiavo. All’unisono approvarono l’Ordinance of Secession della South Carolina. Da quel momento, la domanda non fu più se gli Stati Uniti sarebbero andati in guerra, ma quando. In questo episodio seguiamo il periodo che va dalla secessione alla rielezione di Lincoln nel 1864: quattro anni in cui il Partito Repubblicano non solo combatté una guerra civile, ma inventò la tassazione federale, creò una valuta unica, fondò le università pubbliche e approvò il 13° Emendamento. Una trasformazione radicale del Paese, condotta durante il periodo bellico.
Ep 04: Ultra violenza: la Guerra Civile americana e la trasformazione del Partito Repubblicano
L’Ordinance of Secession
Il 20 dicembre 1860, a Charleston, 169 delegati della South Carolina approvarono all’unanimità l’Ordinance of Secession: 110 parole con cui lo Stato comunicava la propria uscita dall’Unione. Quattro giorni dopo arrivò la Declaration of Secession, più articolata. Il testo citava come unica causa “la crescente ostilità degli Stati non schiavisti nei confronti dell’istituzione della schiavitù” e descriveva l’elezione di Lincoln come la prova che l’opinione pubblica nordista si stesse muovendo verso l’abolizione. I delegati dichiararono che la South Carolina riprendeva “la propria posizione tra le nazioni del mondo come Stato separato e indipendente”.
Nei mesi successivi seguirono Mississippi, Florida, Alabama, Georgia, Louisiana e Texas. Il Congresso tentò più volte di trovare un accordo, ma ogni proposta fallì. Il presidente Buchanan, nel frattempo, rimase inerte.
La Confederazione e l’inizio della guerra
Il 4 marzo 1861 Lincoln si sarebbe insediato e aveva già fatto sapere che non avrebbe riconosciuto la secessione e avrebbe fatto rispettare le leggi federali su tutto il territorio. Per gli Stati secessionisti era necessario costruire qualcosa prima che la Casa Bianca avesse un esercito a disposizione.
Il 4 febbraio, a Montgomery in Alabama, i delegati degli Stati secessionisti fondarono gli Stati Confederati d’America: un governo federale in cui gli Stati rimanevano sovrani e liberi di uscire dall’Unione in qualsiasi momento. Presidente fu nominato Jefferson Davis del Mississippi, vicepresidente Alexander Hamilton Stephens della Georgia.
Nel discorso d’inaugurazione, Lincoln fu esplicito: avrebbe mantenuto le proprietà federali, riscosso le imposte e non avrebbe invaso nessuno. Ma aggiunse, rivolgendosi ai secessionisti: “Non avrete alcun conflitto senza che decidiate voi di essere gli aggressori.”
La scintilla fu Fort Sumter, un forte in costruzione nel porto di Charleston, rivendicato da entrambe le parti. All’alba del 12 aprile 1861, i confederati aprirono il fuoco. Era l’inizio della Guerra Civile americana.
Lo smottamento dopo la prima battaglia
La risposta di Lincoln fu immediata: chiese agli Stati 75mila volontari per tre mesi di guerra. La richiesta provocò nuove secessioni — Virginia, Arkansas, Tennessee, North Carolina — e i governi ombra di Kentucky e Missouri si schierarono con il Sud. I generali militari dovettero scegliere tra la fedeltà agli Stati Uniti e quella ai propri Stati d’origine.
La Virginia si spaccò: la regione occidentale, insofferente verso Richmond, si separò dando vita alla West Virginia. Lincoln sospese l’habeas corpus nell’area tra Washington e Philadelphia, per silenziare i simpatizzanti sudisti in un territorio che circondava la capitale da due lati — uno dei quali aveva appena fatto la secessione.
Rivoluzione fiscale e finanziaria
Un esercito da 75mila uomini costava. Il Tesoro aveva un debito di circa 65 milioni di dollari e il Segretario Salmon Chase — nominato da Lincoln più per ragioni politiche che per competenza finanziaria — si trovò a gestire una crisi senza precedenti. Quando si rivolse ai finanzieri di New York per raccogliere fondi, questi si voltarono dall’altra parte.
La reazione dell’opinione pubblica fu furiosa, e i repubblicani la usarono: il Paese si reggeva sul lavoro dei cittadini, non sulla ricchezza accumulata da pochi. Nel luglio del 1861 il Congresso approvò una prima riforma fiscale — dazi su zucchero, tè, caffè e liquore, un aumento delle tasse agli Stati e una tassa del 3% sui redditi superiori agli 800 dollari. Era incoerente, ma fu un punto di partenza.
Il sistema monetario era altrettanto caotico. Non esisteva una valuta federale unica: ogni Stato aveva le proprie banconote emesse dalle banche locali, alcune garantite da obbligazioni emesse dagli Stati del Sud. Con la secessione, quelle obbligazioni persero ogni valore e il sistema andò in crisi. Chase propose di sostituire le valute statali con un’unica valuta nazionale. I banchieri bloccarono la conversione dei depositi in oro, scatenando il panico. La risposta del Governo fu l’emissione di 150 milioni di banconote federali — i cosiddetti greenbacks — seguiti da altri 150 milioni quattro mesi dopo.
La riforma fiscale del 1862 introdusse una tassa del 3% su tutti i prodotti e ridisegnò quella sul reddito: 3% sopra i 600 dollari, 5% sopra i 10mila. La riscossione passò dagli Stati al Dipartimento del Tesoro, che aprì l’Internal Revenue Bureau. I democratici erano contrari; diversi repubblicani temevano un’istituzione troppo invadente. Ma Justin Smith Morrill — lo stesso che aveva proposto i dazi nel 1860 — affermò che il Governo aveva il diritto di richiedere fino al 99% della ricchezza di un individuo in caso di necessità urgente. Il Congresso lo seguì.
La guerra e le riforme sociali
Per raccogliere fondi con i finanzieri fuori dai giochi, il Governo si rivolse direttamente ai cittadini, stimolando una competizione tra quartieri e città per chi acquistasse più titoli di Stato. Nel 1862 venne approvato l’Homestead Act: 160 acri di terra occidentale garantiti a chiunque — cittadino o aspirante tale — avesse risieduto sul terreno per almeno cinque anni. Era la versione legislativa di ciò che Lincoln aveva promesso fin dalla fiera del Wisconsin: la possibilità concreta di prosperare attraverso il lavoro.
Seguirono la fondazione del Dipartimento dell’Agricoltura, l’istituzione delle prime università pubbliche — in particolare quelle agricole — e l’avvio della ferrovia transcontinentale, con un duplice scopo: portare l’oro delle miniere occidentali al Tesoro e diffondere il modello del lavoro libero nei nuovi territori.
Il Proclama di Emancipazione e le sue conseguenze
Nel settembre del 1862, Lincoln annunciò che a partire dal 1° gennaio 1863 tutti gli schiavi che fossero fuggiti al Nord o avessero incontrato le truppe dell’Unione sarebbero stati liberi. Il Proclama di Emancipazione aveva due obiettivi: privare la Confederazione di manodopera essenziale e impedire alla Gran Bretagna — di posizioni anti-schiaviste — di riconoscere la Confederazione come Stato indipendente.
I democratici lo usarono come arma politica: i soldati bianchi stavano morendo non per l’Unione, ma per liberare gli afroamericani. Alle elezioni di metà mandato del 1862 i repubblicani persero New York, Pennsylvania e Ohio. Persino nel distretto della Camera che aveva eletto Lincoln, vinse un democratico.
Per contenere i danni, Lincoln propose tre emendamenti costituzionali di segno opposto — tra cui uno che avrebbe permesso la schiavitù fino alla fine del Secolo. L’opinione pubblica li respinse tutti: non voleva prorogare la schiavitù di quarant’anni né pagare i proprietari di schiavi per rinunciarvi.
Le rivolte di New York e Gettysburg
Nella prima metà del 1863 il Governo impose una leva militare. A New York scoppiò una rivolta di quattro giorni: i manifestanti attaccarono i funzionari militari, bruciarono case e negozi di repubblicani noti e aggredirono la comunità afroamericana, distruggendo anche un orfanotrofio. Morirono 120 persone.
Due giorni dopo la fine degli scontri, si combatté la battaglia di Fort Wagner, vicino a Charleston. L’Unione subì perdite pesanti, ma la prima linea era composta principalmente da soldati neri. I giornali si ritrovarono ad accostare due immagini: i manifestanti bianchi che devastavano New York e i soldati neri che morivano per il Paese.
Poi venne Gettysburg. Tra il 1° e il 3 luglio 1863, in una cittadina della Pennsylvania, si combatté la battaglia che avrebbe cambiato le sorti della Guerra Civile: Il generale Lee aveva invaso la Pennsylvania per convincere l’Unione a trattare e spingere le potenze straniere al riconoscimento della Confederazione. La sua sconfitta segnò la svolta militare. Ma fu il discorso che Lincoln tenne in novembre a consacrare il significato politico della battaglia: le fondamenta degli Stati Uniti non erano nella Costituzione ma nella Dichiarazione di Indipendenza, nel principio di uguaglianza. Un “governo dal popolo, del popolo, per il popolo” — quella frase divenne il manifesto del 13° Emendamento, che vietava la schiavitù in tutta l’Unione, eccetto come pena per un crimine. Il Senato lo approvò nella primavera del 1864.
La rielezione di Lincoln
Nel 1864 i democratici nominarono il generale George B. McClellan, con un programma centrato su un armistizio immediato. In agosto, dopo mesi di sconfitte — 17.500 caduti a Wilderness, 18mila a Spotsylvania, 12.500 a Cold Harbor — l’opinione pubblica era dalla parte di McClellan. Persino Horace Greeley, dal suo New York Tribune, chiedeva una tregua.
Poi le sorti militari girarono e l’idea di una resa immediata sembrò improvvisamente una follia. Lincoln vinse le elezioni di novembre con 212 voti elettorali contro 21. Il 78% dei soldati votò per lui. I repubblicani conquistarono 145 seggi su 185 alla Camera, la maggioranza al Senato e il controllo di quasi tutte le legislature statali.
Forte del mandato, Lincoln spinse per l’approvazione definitiva del 13° Emendamento. Il Congresso lo approvò e lo inviò agli Stati per la ratifica.
Il bilancio di quattro anni
Il 4 marzo 1865, Lincoln giurò per la seconda volta. In quattro anni, l’Amministrazione repubblicana aveva costruito un governo federale forte, creato un esercito da due milioni e mezzo di uomini, introdotto la tassazione federale, istituito una valuta unica, fondato le università pubbliche, avviato la ferrovia transcontinentale, distribuito terre all’Ovest e accumulato un debito pubblico da due miliardi e mezzo di dollari.
Il 9 aprile, il generale confederato Lee incontrò Grant per discutere i termini della resa. La Guerra Civile era finita. E con essa, una fase della storia del Partito Repubblicano. Quello che sarebbe venuto dopo era già nell’aria.
Show Notes:
Episodio 4: Ultra Violenza (1860-1864)
- L’Ordinance of Secession della South Carolina (20 dicembre 1860): i 169 delegati e le loro proprietà;
- La Declaration of Secession: il testo e le motivazioni ufficiali;
- La fondazione degli Stati Confederati d’America a Montgomery (4 febbraio 1861): Davis e Stephens;
- Fort Sumter (12 aprile 1861) e l’inizio della Guerra Civile americana;
- Le nuove secessioni dopo la chiamata alle armi: Virginia, Arkansas, Tennessee, North Carolina
- La nascita della West Virginia e la sospensione dell’habeas corpus;
- La riforma fiscale del 1861 e del 1862: nascita della tassazione federale e dell’Internal Revenue Bureau;
- I greenbacks: come nacque la valuta unica federale;
- L’Homestead Act, il Dipartimento dell’Agricoltura, le università pubbliche, la ferrovia transcontinentale;
- Il Proclama di Emancipazione (settembre 1862) e le sue conseguenze elettorali;
- Le rivolte di New York (1863) e la battaglia di Fort Wagner;
- Gettysburg e il discorso di Lincoln: “governo dal popolo, del popolo, per il popolo”;
- Il 13° Emendamento: testo, approvazione al Senato, invio agli Stati;
- Le elezioni del 1864: McClellan, Grant, la svolta militare e la rielezione di Lincoln;
- La resa di Lee (9 aprile 1865) e il bilancio dell’Amministrazione Lincoln.
