Ep 03: Primo: Abraham Lincoln e le elezioni presidenziali del 1860

Prima che esistessero i sondaggi e i dibattiti televisivi, le fiere statali erano uno dei pochi luoghi in cui un candidato poteva incontrare il proprio elettorato. Fu a una di queste — l’Agriculture Fair del Wisconsin, nel settembre del 1859 — che Abraham Lincoln rispose pubblicamente alla visione del Sud sulla società americana. Da quel discorso alle elezioni presidenziali del 1860 il passo fu più breve del previsto. In questo episodio seguiamo Lincoln dalla fiera del Wisconsin fino alla vittoria, passando per il Cooper Union di New York, il disastro della Convention democratica e una campagna elettorale che aveva già la forma di una rottura irreparabile.

La risposta al discorso del fango

Nel settembre del 1859, Abraham Lincoln salì sul palco dell’Agriculture Fair del Wisconsin con un compito preciso: rispondere al senatore James Henry Hammond e alla sua visione della società americana come una piramide immobile, dove i poveri erano destinati a restare poveri perché troppo ottusi per fare altrimenti.

Lincoln capovolse l’argomento. Non erano i grandi proprietari a creare ricchezza: erano i lavoratori. E un sistema che funzionasse davvero avrebbe permesso a chiunque fosse disposto a lavorare di prosperare — comprare terra, assumere qualcuno, insegnargli il mestiere, pagarlo e farlo prosperare a propria volta. Non era una visione utopica, era una catena di consequenze logiche che richiedeva però due condizioni: la protezione della proprietà privata, per evitare che la ricchezza prodotta venisse esportata impoverendo il tessuto economico americano, e il contrasto all’accumulazione di terre e mezzi di produzione, perché il monopolio avrebbe creato esattamente il sistema di dipendenza feudale che aveva distrutto la famiglia Lincoln in Kentucky. A tenere insieme tutto questo c’era un elemento che Lincoln considerava non negoziabile: l’educazione universale, unico strumento in grado di rendere reale quella mobilità sociale che Hammond dichiarava impossibile.

Era anche una visione del ruolo del Governo radicalmente diversa da quella democratica: non un’istituzione limitata a quanto previsto dalla Costituzione, ma un attore in grado di intervenire laddove i singoli non avessero la stessa capacità di investimento dello Stato.

La recessione e i dazi

Nella primavera del 1860 una recessione colpì gli Stati Uniti, con effetti particolarmente pesanti al Nord. Il Rappresentante repubblicano Justin Smith Morrill propose di innalzare i dazi — e non solo per il settore manifatturiero, ma per tutti i comparti: agricoltura, minerario, pesca. L’idea era che la protezione di un settore avrebbe avuto effetti positivi sull’intero sistema. La proposta passò alla Camera ma fu affondata al Senato dai senatori del Sud.

Il blocco, però, fu utile ai repubblicani: rese visibile la differenza tra i due partiti su economia e redistribuzione, proprio mentre si avvicinavano le elezioni presidenziali.

Le divisioni interne e il Cooper Union

Il Partito Repubblicano non era un blocco compatto. Convivevano una corrente radicale, favorevole ad azioni dirette contro la schiavitù in tutto il Paese, e una moderata, che voleva semplicemente tornare allo status quo precedente al Kansas-Nebraska Act. Scegliere un candidato troppo radicale avrebbe rischiato di spingere i conservatori verso i democratici.

All’epoca la nomination non si decideva alle primarie — un meccanismo che avrebbe preso peso molto più tardi — ma alle Convention, dove capicorrente, promesse di incarichi e voti di scambio determinavano l’esito. I nomi più in vista erano il Senatore di New York William Henry Seward, Salmon Portland Chase dell’Ohio e Edward Bates del Missouri. Lincoln era una seconda scelta.

Nel febbraio del 1860, il Partito Repubblicano di New York — in parte per sabotare la candidatura di Seward — invitò Lincoln al Cooper Union di Manhattan. Era la sua occasione per presentarsi a un pubblico nazionale. Ci lavorò per mesi.

Millecinquecento persone si presentarono quella sera, tra cui Horace Greeley. Chi non aveva mai visto Lincoln dal vivo rimase disorientato: alto, ossuto, goffo. Un testimone scrisse di aver provato pietà vedendolo in piedi. Ma quando cominciò a parlare, qualcosa cambiò.

Il discorso era costruito come un’arringa storica. Lincoln aveva analizzato gli atti del Congresso della Confederazione e le biografie dei 39 firmatari della Costituzione, verificando chi avesse votato per una qualche forma di controllo federale sulla schiavitù. La risposta era 21 su 39 — la maggioranza. Il messaggio era diretto: la posizione repubblicana non era una novità radicale, era quella dei Padri Fondatori. Chi sosteneva il contrario stava riscrivendo la storia.

Lo stesso testimone che aveva provato pietà scrisse in seguito: “La sua faccia si accese grazie a un fuoco interno. Mi dimenticai i suoi vestiti, il suo apparire e le sue particolarità. Mi sono dimenticato di me stesso: ero in piedi, gridando come un indiano selvaggio, celebrando questo uomo straordinario.” Greeley definì il discorso “uno degli argomenti politici più convincenti mai fatti in questa città.”

Il disastro della Convention democratica

Il 23 aprile, a Charleston, i democratici aprirono la propria Convention e andò male da subito.

Il principale candidato era Stephen Douglas, l’autore del Kansas-Nebraska Act. Ma il Sud lo considerava troppo moderato e si organizzò per bloccarlo. La delegazione meridionale propose una piattaforma che non si limitava a permettere ai singoli Stati di decidere sulla schiavitù, ma ne richiedeva la protezione federale attiva, posizione che Douglas rifiutò nettamente, perché con quella piattaforma sarebbe stato impossibile vincere New York e la Pennsylvania, due Stati che da soli avevano un peso determinante all’interno del Collegio Elettorale. La proposta aveva però un obiettivo implicito: costringere Douglas a ritirarsi o spaccare il partito.

Come primo atto, la Convention approvò una norma che richiedeva i due terzi dei voti per la nomination. Bocciata la piattaforma sudista, le delegazioni del Deep South abbandonarono i lavori. Dopo 57 scrutini senza candidato, la Convention fu aggiornata senza aver deciso nulla.

Il 18 giugno, a Baltimora, i democratici del Nord si riunirono separatamente, abrogarono la regola dei due terzi ed elessero Douglas al secondo scrutinio. Pochi giorni dopo, sempre a Baltimora, i democratici del Sud tennero la propria Convention parallela e nominarono il vicepresidente uscente John C. Breckinridge. Il Charleston Daily Courier cominciò a parlare apertamente di “Confederazione del Sud”.

La Convention repubblicana e la nomination di Lincoln

I repubblicani organizzarono la propria Convention a Chicago, in Illinois — una scelta che avvantaggiò Lincoln sul piano logistico e della pressione politica locale. Quando cominciarono i giri di votazione, Lincoln era ancora la seconda scelta. Al terzo scrutinio, con le candidature principali in stallo, ottenne la nomination.

La piattaforma elettorale ripartiva dalla Dichiarazione di Indipendenza: tutti gli uomini erano creati uguali, la schiavitù non doveva espandersi verso Ovest, e le singole decisioni degli Stati andavano rispettate senza interferenze federali. Sul piano economico: dazi protettivi estesi a tutti i settori, distribuzione di terre per favorire l’agricoltura, pari diritti agli immigrati, manutenzione dei porti per il commercio marittimo, costruzione di una ferrovia transcontinentale.

La campagna e il voto

Lincoln non condusse alcuna campagna elettorale nel senso moderno del termine. Era tradizione che il candidato considerato favorito si tenesse lontano dai comizi e non assumesse impegni pubblici per non spaccare il proprio partito. Coordinò tutto dall’Illinois. Breckinridge tenne un solo discorso. Douglas, invece, girò instancabilmente Nord e Sud predicando che l’Unione andava salvata perché la secessione, nel caso di una vittoria di Lincoln, era ormai discussa apertamente.

Lincoln non comparve nemmeno sulle schede elettorali dei dieci Stati del Sud. Solo in Virginia raccolse una piccola percentuale di voti.

Il risultato fu netto e geograficamente preciso: Douglas vinse il solo Missouri, con 12 voti elettorali. Il Constitutional Union Party — formato da Whig conservatori con una piattaforma volutamente vaga, centrata sul rispetto della Costituzione — vinse Tennessee, Kentucky e Virginia per 39 voti elettorali. I democratici del Sud portarono a casa 11 Stati e 72 voti elettorali. Abraham Lincoln vinse 18 Stati e 180 voti elettorali, con il 54% dei voti al Nord e il 2% al Sud.

Man mano che i dati arrivavano, i parlamentari del Sud cominciarono a dimettersi. Una nuova stagione politica era cominciata.

Show Notes:

Episodio 3: Primo (1859-1860)