La Costituzione degli Stati Uniti d'America
Domande principali
Che cos'è la Dichiarazione di Indipendenza e quale valore giuridico ha nell'ordinamento statunitense?
La Dichiarazione di Indipendenza è l’atto con cui le tredici colonie britanniche proclamarono, il 4 luglio 1776, la propria separazione dalla Corona britannica e la propria costituzione come Stati sovrani. Redatta principalmente da Thomas Jefferson, combina un manifesto filosofico sui diritti naturali con un atto d’accusa formale contro Giorgio III.
Sul piano giuridico, il documento non ha forza di legge nell’ordinamento americano: non fa parte della Costituzione del 1787 e non può essere invocato dai tribunali come fonte normativa. Il suo valore è ermeneutico e simbolico: ha costituito il riferimento morale dei grandi movimenti di riforma americani, dall’abolizionismo al movimento per i diritti civili.
Quali sono le origini filosofiche della Dichiarazione e perché Jefferson scrisse "Ricerca della Felicità" invece di "Proprietà"?
La Dichiarazione affonda le radici nel giusnaturalismo di John Locke (Secondo Trattato sul Governo Civile, 1689), nel repubblicanesimo civico inglese del Seicento e nell’Illuminismo scozzese di Francis Hutcheson. Il modello testuale diretto fu la Virginia Declaration of Rights di George Mason (12 giugno 1776), dalla quale Jefferson trasse il nucleo del Preambolo.
La sostituzione di “Proprietà” con “Pursuit of Happiness” riflette l’influenza di Hutcheson, che intendeva la felicità come piena realizzazione morale dell’individuo — non come mera ricchezza materiale. La formula più ampia consentiva inoltre di evitare un’implicita protezione della proprietà sugli schiavi nel documento fondativo della nuova nazione.
Come è strutturato il testo della Dichiarazione e perché viene definito un "atto d'accusa legale"?
Il documento segue una logica sillogistica in quattro blocchi: il Preambolo enuncia i principi universali (eguaglianza, diritti inalienabili, diritto di rivoluzione); i Capi d’Accusa elencano ventisette violazioni specifiche di Giorgio III, introdotte dall’anafora “He has…”; la Denuncia del popolo britannico documenta l’esaurimento di ogni via di conciliazione; la Proclamazione finale dichiara formalmente le colonie “Stati liberi e indipendenti”.
Jefferson — avvocato di formazione — costruì deliberatamente questa architettura per dimostrare che le violazioni non erano incidentali ma il prodotto di un piano sistematico di dispotismo, rendendo la rivoluzione non solo giustificata ma necessaria davanti a quello che egli stesso chiamò “il tribunale dell’opinione del mondo”.
Qual è il "paradosso fondativo" della Dichiarazione e come influenzò la storia successiva degli Stati Uniti?
Il documento che proclamava “tutti gli uomini sono creati uguali” fu firmato da un paese in cui circa il 20% della popolazione era in schiavitù. Nella bozza originale Jefferson aveva incluso un paragrafo che condannava la tratta atlantica come “guerra crudele contro la natura umana stessa”, ma il Congresso lo soppresse su pressione della Carolina del Sud, della Georgia e con la tacita acquiescenza degli Stati del Nord.
Questo compromesso si ripeté nella Costituzione del 1787 e nei grandi accordi del XIX secolo, fino a diventare la causa principale della Guerra Civile (1861–1865). Fu Abraham Lincoln, nel discorso di Gettysburg del 1863, a sciogliere il paradosso: rilesse la Dichiarazione non come descrizione della realtà del 1776, ma come un programma di eguaglianza da realizzare progressivamente, identificando la Guerra Civile come il compimento delle promesse originarie.
La Dichiarazione di Indipendenza, adottata il 4 luglio 1776 dal Secondo Congresso Continentale riunito a Philadelphia, è l’atto fondativo con cui le tredici colonie britanniche del Nordamerica proclamarono la propria separazione dalla Corona e si costituirono come Stati sovrani e indipendenti. Documento di straordinaria densità filosofica e politica, essa rappresenta simultaneamente un manifesto illuminista sui diritti naturali dell’uomo, un atto d’accusa legale contro il regno di Giorgio III e la prima affermazione moderna del principio di autodeterminazione dei popoli su scala continentale. La sua influenza travalica largamente i confini della storia americana: nella struttura argomentativa e nel lessico politico del documento si può leggere la matrice intellettuale di quasi tutti i grandi movimenti di emancipazione e decolonizzazione dei secoli successivi.
Indice
Il Contesto Imperiale Prima della Crisi
Per comprendere appieno la genesi della Dichiarazione è necessario risalire alla natura stessa del rapporto coloniale che si era sviluppato tra la Gran Bretagna e i suoi possedimenti nordamericani nel corso del XVII e del XVIII secolo. Le tredici colonie erano entità politiche dotate di assemblee legislative elette, di tradizioni di autogoverno consolidate e di un’identità culturale distinta, pur nella permanenza di un vincolo formale di fedeltà alla Corona. Per decenni, Londra aveva praticato nei confronti delle colonie una politica di relativa tolleranza, una politica che il filosofo politico e parlamentare whig Edmund Burke avrebbe poi descritto, nel suo discorso On Conciliation with America (1775) come “salutary neglect”, negligenza salutare, lasciando che le assemblee locali gestissero la fiscalità interna e gran parte dell’amministrazione quotidiana.
Questa situazione di equilibrio pragmatico si reggeva su un tacito accordo: le colonie accettavano la supremazia commerciale britannica e le restrizioni imposte dalle Navigation Acts, che obbligavano a convogliare buona parte del commercio coloniale su navi britanniche e verso porti britannici; in cambio, godevano di ampia autonomia interna e della protezione militare della Corona. Fu la crisi finanziaria seguita alla Guerra dei Sette Anni a rompere questo equilibrio, inaugurando una stagione di tensioni progressivamente ingovernabili.
La Genesi Finanziaria: Dalla Guerra dei Sette Anni all’Escalation Fiscale
Il debito della French and Indian War
La Guerra dei Sette Anni (1756–1763), definita da alcuni storici il primo conflitto veramente mondiale, aveva coinvolto le principali potenze europee su più teatri operativi: dall’Europa centrale all’Asia meridionale, dalle Antille al Nordamerica. In quest’ultimo scacchiere, il conflitto prese il nome di French and Indian War e si concluse con la vittoria britannica, sancita dal Trattato di Parigi del 1763, che sottraeva alla Francia il Canada e i territori a est del Mississippi. Il prezzo della vittoria fu tuttavia enorme: il debito pubblico britannico passò da circa 72 milioni di sterline nel 1754 a circa 130 milioni nel 1763, con una spesa annuale per gli interessi che assorbiva quasi la metà del bilancio statale.
Il governo di Giorgio III, guidato dapprima da Lord Grenville e poi da una successione di ministeri instabili, giunse alla conclusione che le colonie nordamericane — principali beneficiarie della vittoria militare, avendo eliminato la minaccia francese ai loro confini settentrionali e occidentali — dovessero contribuire sia al rimborso del debito di guerra sia al mantenimento dei circa diecimila soldati britannici stazionati in Nordamerica dopo il 1763. Fu questa la premessa politica che diede avvio alla catena legislativa destinata a innescare la crisi rivoluzionaria.
La spirale fiscale: dallo Sugar Act al Tea Act
Il primo atto del nuovo corso fu il Revenue Act del 1764, passato alla storia come Sugar Act. Esso modificava e rafforzava il preesistente Molasses Act del 1733, abbassando il dazio sulla melassa importata dalle Indie Occidentali — per scoraggiarne l’evasione — ma introducendo al contempo meccanismi di riscossione assai più rigorosi, affidati all’Ammiragliato piuttosto che ai tribunali coloniali. Per la prima volta, il Parlamento dichiarava esplicitamente che lo scopo del provvedimento non era la regolazione del commercio, bensì “raccogliere entrate” nelle colonie. La distinzione era giuridicamente cruciale: i coloni potevano accettare limitazioni commerciali come espressione della sovranità imperiale, ma non potevano accettare prelievi fiscali diretti senza rappresentanza parlamentare, in quanto gli abitanti delle colonie non erano rappresentate nel Parlamento inglese.
La risposta coloniale fu dapprima contenuta ma incisiva sul piano dottrinale: i mercanti bostoniani formularono i primi argomenti sistematici contro la tassazione senza rappresentanza. L’anno successivo, lo Stamp Act del 1765 provocò una reazione molto più violenta. Per la prima volta, il Parlamento di Westminster imponeva un’imposta diretta su quasi ogni prodotto cartaceo usato nelle colonie: contratti legali, giornali, almanacchi, diplomi universitari, persino le carte da gioco dovevano recare un bollo fiscale acquistato in sterline britanniche. L’imposta colpiva uniformemente tutte le colonie e, soprattutto, colpiva con forza le categorie sociali più influenti e articolate — avvocati, stampatori, commercianti, notai — creando una coalizione di oppositori trasversale e politicamente capace.
La risposta fu immediata e coordinata. Il Virginia Stamp Act Resolves, redatto da Patrick Henry, affermò il principio che solo le assemblee coloniali potevano tassare i coloni. A New York si riunì il Congresso dello Stamp Act, con delegati di nove colonie, che adottò una Dichiarazione dei Diritti e Lamentele. Nelle strade, le organizzazioni dei Sons of Liberty sabotarono la distribuzione dei bollini con intimidazioni e violenze. Il movimento di boicottaggio delle merci britanniche fu così efficace che Londra fu costretta ad abrogare lo Stamp Act nel marzo 1766 — ma aggiunse al decreto di abrogazione il Declaratory Act, con cui il Parlamento riaffermava solennemente il proprio diritto di legiferare per le colonie “in ogni caso e circostanza”.
I Townshend Acts del 1767, voluti dal Cancelliere dello Scacchiere Charles Townshend, tentarono un approccio diverso: invece di imposte dirette, introdussero dazi sull’importazione di carta, vernice, piombo, vetro e tè. La distinzione tra tassazione interna ed esterna, che alcuni leader coloniali avevano in precedenza accettato, fu rapidamente smontata dai pubblicisti patrioti — in particolare da John Dickinson nelle sue Letters from a Farmer in Pennsylvania (1767–1768) — che dimostrarono come la distinzione fosse priva di senso costituzionale: ciò che contava non era la forma dell’imposta, ma l’assenza di consenso parlamentare di chi la pagava. Anche in questo caso, il boicottaggio commerciale e le tensioni crescenti portarono Londra a ritirare la maggior parte dei dazi nel 1770, mantenendo però quello sul tè come simbolo del principio di supremazia parlamentare.
Le tensioni sfociarono apertamente nel Massacro di Boston del marzo 1770. All’inizio di quell’anno, i Sons of Liberty avevano cominciato a colpire e disturbare sia le imprese e gli imprenditori che avevano ignorato il boicottaggio, sia i loro clienti e consumatori quelle piccole imprese che avevano ignorato il boicottaggio. La situazione portò anche a scontri tra i manifestanti e coloro che si opponevano. Uno di questi scontri portò all’uccisione di Christopher Seider (Talvolta riportato come Snyder o Snider), ragazzino di 11 anni che infiammò ulteriormente la situazione.
Il 2 e il 3 marzo, nel South End di Boston, la situazione peggiorò nuovamente davanti a degli scontri sorti a seguito del funerale di Seider tra truppe britanniche e fabbricanti di corde. Il 4 marzo, le truppe britanniche perquisirono l’impresa di John Gray alla ricerca di prove per il presunto omicidio di un sergente. Gray riuscì a mettersi d’accordo con il Colonello William Dalrymple, Comandante del 14° Reggimento, ma la notizia che le truppe inglesi avrebbero attaccato gli operai il 5 marzo si diffusero velocemente, così coe si diffusero le voci della volontà inglese di abbattere il cosiddetto Liberty Tree, un albero in cui venivano appese le identità delle persone che erano a favore dello Stamp Act, oltre ad un presunto attacco da parte dei soldati inglesi nei confronti di un pescatore.
I cittadini, dunque, decisero di attaccare una caserma dove alloggiava il 29° Reggimento. Il Capitano Thomas Preston, accompagnato da sette dei suoi uomini, cercò di disperdere la folla con le baionette puntate sui cittadini. Tuttavia, ai sensi del Riot Act, i cittadini sapevano che il fuoco non poteva essere aperto su di loro senza una lettura della legge e solo dopo un’ora dal fatto che la folla non si fosse dispersa. La folla cominciò così a provocare i soldati, lanciandogli neve, ghiaccio e gusci d’ostrica. Uno dei soldati, intrappolato nelle vicinanze della Customs House, decise di togliere la sicura alla propria arma. Altri tre soldati, convinti che il Capitano avesse dato ordine di aprire il fuoco, fecero altrettanto. Questo portò all’uccisione di tre manifestanti, tra cui il più famoso è Crispus Attucks, un marinaio nero che era stato liberato dalla schiavitù. Altre due persone morirono a seguito delle ferite riportate, mentre sei erano le vittime. La situazione venne placata solo dal Vicegovernatore Thomas Hutchinson, che diede l’ordine di far ritirare le truppe e con un annuncio sulla balconata della Old State House promise giustizia.
Il Tea Act del 1773 fu l’atto che precipitò la crisi verso il punto di non ritorno. Il provvedimento, concepito per salvare dalla bancarotta la East India Company, concedeva a quest’ultima il diritto di vendere tè direttamente nelle colonie, eliminando il passaggio degli intermediari e rendendo di fatto il tè britannico più economico di quello di contrabbando olandese. Era una trappola politica ed economica: se i coloni avessero accettato il tè più economico, avrebbero implicitamente riconosciuto il dazio — e dunque il principio della tassazione parlamentare senza rappresentanza. L’atto portò ad un’alleanza anche tra i coloni che erano conservatori con i Sons of Liberty. Il 16 dicembre 1773, un gruppo di Sons of Liberty travestiti da nativi americani gettò nel porto di Boston 342 casse di tè della East India Company, per un valore di circa diecimila sterline.
L’atto di Boston fu il più noto, ma non fu l’unico. A New York, Philadelphia e Charleston, gli agenti del te si dimisero, cancellarono gli ordini o si rifiutarono di consegnare gli ordini.
I Coercive Acts del 1774: la crisi militarizzata
La risposta del governo britannico al Boston Tea Party fu punitiva e deliberatamente esemplare. Tra marzo e giugno 1774, il Parlamento approvò quattro provvedimenti che i coloni, con un’etichetta politicamente efficace, denominarono Intolerable Acts.
Il Boston Port Bill chiuse il porto di Boston a tutto il traffico commerciale fino al risarcimento integrale del tè distrutto alla East India Company e al re, privando la città del suo principale mezzo di sostentamento economico. Il Massachusetts Government Act annullò la Carta regia del Massachusetts del 1691, sostituendo il Consiglio elettivo con un organo di nomina regia e limitando drasticamente le assemblee comunali (town meetings). Il Administration of Justice Act — soprannominato dai coloni il “Murder Act” — consentiva al governatore di trasferire in Gran Bretagna o in altre colonie i processi a carico di ufficiali britannici accusati di reati capitali commessi nell’esercizio delle loro funzioni, sottraendoli di fatto alla giurisdizione locale. Un nuovo Quartering Act imponeva infine agli organi civili delle colonie di fornire alloggio alle truppe britanniche in edifici privati requisiti.
A questi quattro atti si aggiunse il Quebec Act, che, pur non essendo tecnicamente parte del pacchetto punitivo, fu percepito come tale: estendeva i confini della provincia del Quebec fino all’Ohio, tagliando fuori le colonie dell’est dall’espansione verso ovest, e riconosceva il diritto francese e la fede cattolica nella provincia, suscitando profondi timori tra i coloni di tradizione protestante.
L’effetto politico dei Coercive Acts fu opposto a quello sperato: anziché isolare il Massachusetts e intimorire le altre colonie, saldò le colonie in un fronte unitario di resistenza. Il settembre 1774 vide riunirsi a Philadelphia il Primo Congresso Continentale, con delegati di dodici delle tredici colonie (assente solo la Georgia), che adottò una Dichiarazione dei Diritti e Lamentele e coordinò un boicottaggio sistematico delle merci britanniche. La crisi fiscale era ormai diventata una crisi costituzionale e, con le prime scaramucce di Lexington e Concord nell’aprile 1775, si era trasformata in un conflitto armato.
La Tabula Rasa Filosofica: Le Radici dell’Illuminismo
Il giusnaturalismo: Locke e la tradizione repubblicana inglese
Il pensiero alla base della Dichiarazione di Indipendenza ha le proprie origini nel pensiero giusnaturalista europeo. In particolare, è possibile individuare tre correnti intellettuali che ne hanno influenzato la redazione.
La prima e più decisiva è il giusnaturalismo di John Locke (1632–1704). Il Secondo Trattato sul Governo Civile (1689), scritto nel contesto della Rivoluzione Gloriosa inglese, fornì a Jefferson e ai suoi contemporanei il vocabolario politico di base. Locke sostiene che lo stato di natura è uno stato di libertà e uguaglianza, nel quale gli individui sono dotati di diritti naturali — alla vita, alla libertà e alla proprietà — che derivano dalla loro stessa razionalità e non possono essere alienati da nessun contratto sociale. Il governo civile nasce da un patto tra individui razionali che cedono a esso il potere di proteggere tali diritti; quando il governo tradisce sistematicamente questo mandato — trasformandosi in tirannia — il popolo ha il diritto di resistenza e di rivoluzione.
La seconda corrente è quella del repubblicanesimo civico inglese del Seicento, rappresentato da pensatori come James Harrington, Algernon Sidney e, più tardi, John Trenchard e Thomas Gordon, autori dei Cato’s Letters (1720–1723), che circolavano ampiamente nelle colonie. Questa tradizione enfatizzava la virtù civica, il pericolo della corruzione del potere, la necessità di istituzioni miste e bilanciate, e il diritto di resistenza alla tirannia. Molti dei delegati al Congresso Continentale avevano assorbito queste idee attraverso la lettura dei classici latini — Cicerone, Sallustio, Tito Livio — e la familiarità con la storia della Repubblica Romana e delle Repubbliche italiane rinascimentali.
La terza corrente è quella dell’Illuminismo scozzese, con figure come Francis Hutcheson, Adam Ferguson e David Hume. Hutcheson in particolare aveva sviluppato una teoria morale basata sul “senso morale” — una facoltà innata nell’uomo di distinguere il bene dal male — e aveva elaborato il concetto di felicità pubblica come criterio di giudizio dell’azione politica. Il suo Inquiry into the Original of Our Ideas of Beauty and Virtue (1725) e il System of Moral Philosophy (postumo, 1755) erano testi noti agli intellettuali americani del periodo.
La sostituzione semantica: da “Proprietà” a “Ricerca della Felicità”
Tra i passaggi più analizzati della Dichiarazione vi è la scelta di Jefferson di scrivere “Life, Liberty and the pursuit of Happiness” invece della triade lockiana “Life, Liberty and Property”. La sostituzione è stata oggetto di un dibattito dottrinale secolare e ammette molteplici letture complementari.
La prima lettura è di carattere filosofico. Come già accennato, l’influenza di Francis Hutcheson e della tradizione morale scozzese orientava il pensiero politico americano verso una concezione della finalità dello Stato che andava oltre la tutela della proprietà privata. Il concetto di “happiness” — felicità — aveva nel lessico filosofico settecentesco una valenza tecnica precisa: non il piacere momentaneo o la ricchezza materiale, bensì la eudaimonia aristotelica, il “fiorire” dell’essere umano nella sua piena realizzazione morale e sociale.
La seconda lettura è di carattere politico-pratico. Una formulazione incentrata sulla “proprietà” avrebbe potuto essere letta come una protezione del diritto di proprietà sugli schiavi — un’implicazione che Jefferson, pur essendo egli stesso un proprietario di schiavi, sembrava voler evitare nel documento fondativo della nuova Nazione. La formula più astratta della “ricerca della felicità” consentiva di mantenere l’ambiguità necessaria a tenere insieme il fronte delle colonie.
La terza lettura, offerta da alcuni studiosi, è che Locke stesso intendesse “property” in senso lato, come “lives, liberties and estates” — l’intero complesso dei beni personali di un individuo — e che Jefferson avesse semplicemente scelto una formula che rendesse esplicita questa dimensione più ampia. Questa lettura riduce la distanza tra le due formulazioni, ma non la elimina del tutto.
La Virginia Declaration of Rights come archetipo testuale
Il debito testuale più diretto e verificabile della Dichiarazione di Indipendenza è verso la Virginia Declaration of Rights, adottata dalla Convenzione della Virginia il 12 giugno 1776 — meno di un mese prima della Dichiarazione di tutte e 13 le Colonie. Il suo autore principale fu George Mason (1725–1792), uno dei più brillanti giuristi della Virginia, che redasse il documento in maggio e lo sottopose alla Convenzione a partire dal 27 maggio 1776.
Il testo di Mason conteneva formulazioni che Jefferson traspose quasi letteralmente nel Preambolo: “che tutti gli uomini sono per natura egualmente liberi e indipendenti e posseggono diritti innati, di cui, quando entrano in uno stato di società, non possono, con alcun patto, privare o spogliare la loro posterità; cioè, il godimento della vita e della libertà, con i mezzi per acquistare e possedere la proprietà, e per perseguire e ottenere la felicità e la sicurezza”. L’eco nella formulazione jeffersoniana è inequivocabile.
Va notato, tuttavia, che Mason era a sua volta debitore verso Locke e verso la tradizione del diritto comune inglese, per cui la Virginia Declaration non va intesa come una fonte originale ma come un anello di trasmissione fondamentale che tradusse la filosofia illuminista in linguaggio costituzionale operativo. La Declaration of Rights di Mason influenzò non solo Jefferson ma, tramite lui, anche la Déclaration française del 1789 e molte successive costituzioni liberali.
Il Comitato dei Cinque e la Macchina della Redazione
La composizione del Comitato e la scelta di Jefferson
Il 7 giugno 1776, il delegato della Virginia Richard Henry Lee presentò al Secondo Congresso Continentale una risoluzione formale di indipendenza. Il giorno successivo, il Congresso nominò un Comitato di cinque delegati con l’incarico di preparare una dichiarazione che sostenesse e giustificasse la risoluzione: Thomas Jefferson della Virginia, John Adams del Massachusetts, Benjamin Franklin della Pennsylvania, Roger Sherman del Connecticut e Robert R. Livingston di New York.
La composizione geografica del Comitato era deliberata: rappresentava un equilibrio tra le colonie del Sud (Jefferson), del Nord (Adams, Sherman) e del centro (Franklin, Livingston), rispecchiando la necessità di costruire un consenso inter-coloniale. La presidenza formale spettava al più anziano, ma la stesura materiale fu affidata a Jefferson per ragioni che Adams stesso avrebbe esplicitato nella propria corrispondenza decenni dopo. Adams scrisse che Jefferson possedeva “una penna felice e florida”, che era un virginian — e alla Virginia spettava un ruolo di leadership — e che lui stesso, Adams, aveva “troppi oppositori” per essere un redattore efficace.
Jefferson aveva trentatré anni ed era già noto per la qualità della sua prosa politica: il Summary View of the Rights of British America (1774) aveva dimostrato la sua capacità di costruire argomenti costituzionali con precisione e forza retorica. Il Comitato gli affidò quindi la penna, concordando di rivedere collettivamente il risultato.
Jefferson si mise al lavoro nella sua stanza al secondo piano di una casa di mattoni al 700 di Market Street a Philadelphia, appositamente affittata per la sessione del Congresso. Non dispose di biblioteche o fonti particolari durante la redazione: attinse alla propria memoria filosofica e giuridica, e al testo della Virginia Declaration of Rights che aveva letto sui giornali pochi giorni prima.
La prima bozza, completata intorno al 17 giugno, fu sottoposta all’esame di Franklin e Adams prima di essere presentata formalmente al Comitato. I due apportarono alcune decine di emendamenti alla bozza di Jefferson. Tra le modifiche più significative attribuite tradizionalmente attribuite a Franklin vi è la sostituzione dell’espressione jeffersoniana “sacred and undeniable” (sacre e indiscutibili) per descrivere le verità del Preambolo con il più incisivo “self-evident” (evidenti di per sé): un cambiamento apparentemente minore ma filosoficamente rilevante, che radica i principi nella ragione umana piuttosto che in un’autorità trascendente.
La bozza del Comitato fu presentata al Congresso il 28 giugno 1776. Il 1° luglio iniziò il dibattito in aula, con il Congresso riunito nella Committee of the Whole, una procedura che consentiva discussioni più libere senza la formalità delle votazioni. Nei giorni 2, 3 e 4 luglio, il Congresso apportò al testo ulteriori modifiche, eliminando circa un quarto del testo originale di Jefferson. Il documento finale fu adottato il 4 luglio 1776, con la firma autografa del solo presidente del Congresso John Hancock. La firma formale degli altri delegati avvenne il 2 agosto 1776, su una copia vergata in bella copia su pergamena (l’engrossed copy) che è oggi conservata presso i National Archives di Washington.
Il testo
The unanimous Declaration of the thirteen united States of America,
When in the Course of human events, it becomes necessary for one people to dissolve the political bands which have connected them with another, and to assume among the powers of the earth, the separate and equal station to which the Laws of Nature and of Nature’s God entitle them, a decent respect to the opinions of mankind requires that they should declare the causes which impel them to the separation.
We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the pursuit of Happiness.–That to secure these rights, Governments are instituted among Men, deriving their just powers from the consent of the governed, –That whenever any Form of Government becomes destructive of these ends, it is the Right of the People to alter or to abolish it, and to institute new Government, laying its foundation on such principles and organizing its powers in such form, as to them shall seem most likely to effect their Safety and Happiness. Prudence, indeed, will dictate that Governments long established should not be changed for light and transient causes; and accordingly all experience hath shewn, that mankind are more disposed to suffer, while evils are sufferable, than to right themselves by abolishing the forms to which they are accustomed. But when a long train of abuses and usurpations, pursuing invariably the same Object evinces a design to reduce them under absolute Despotism, it is their right, it is their duty, to throw off such Government, and to provide new Guards for their future security.–Such has been the patient sufferance of these Colonies; and such is now the necessity which constrains them to alter their former Systems of Government. The history of the present King of Great Britain is a history of repeated injuries and usurpations, all having in direct object the establishment of an absolute Tyranny over these States. To prove this, let Facts be submitted to a candid world.
He has refused his Assent to Laws, the most wholesome and necessary for the public good.
He has forbidden his Governors to pass Laws of immediate and pressing importance, unless suspended in their operation till his Assent should be obtained; and when so suspended, he has utterly neglected to attend to them.
He has refused to pass other Laws for the accommodation of large districts of people, unless those people would relinquish the right of Representation in the Legislature, a right inestimable to them and formidable to tyrants only.
He has called together legislative bodies at places unusual, uncomfortable, and distant from the depository of their public Records, for the sole purpose of fatiguing them into compliance with his measures.
He has dissolved Representative Houses repeatedly, for opposing with manly firmness his invasions on the rights of the people.
He has refused for a long time, after such dissolutions, to cause others to be elected; whereby the Legislative powers, incapable of Annihilation, have returned to the People at large for their exercise; the State remaining in the mean time exposed to all the dangers of invasion from without, and convulsions within.
He has endeavoured to prevent the population of these States; for that purpose obstructing the Laws for Naturalization of Foreigners; refusing to pass others to encourage their migrations hither, and raising the conditions of new Appropriations of Lands.
He has obstructed the Administration of Justice, by refusing his Assent to Laws for establishing Judiciary powers.
He has made Judges dependent on his Will alone, for the tenure of their offices, and the amount and payment of their salaries.
He has erected a multitude of New Offices, and sent hither swarms of Officers to harrass our people, and eat out their substance.
He has kept among us, in times of peace, Standing Armies without the Consent of our legislatures.
He has affected to render the Military independent of and superior to the Civil power.
He has combined with others to subject us to a jurisdiction foreign to our constitution, and unacknowledged by our laws; giving his Assent to their Acts of pretended Legislation:
For Quartering large bodies of armed troops among us:
For protecting them, by a mock Trial, from punishment for any Murders which they should commit on the Inhabitants of these States:
For cutting off our Trade with all parts of the world:
For imposing Taxes on us without our Consent:
For depriving us in many cases, of the benefits of Trial by Jury:
For transporting us beyond Seas to be tried for pretended offences:
For abolishing the free System of English Laws in a neighbouring Province, establishing therein an Arbitrary government, and enlarging its Boundaries so as to render it at once an example and fit instrument for introducing the same absolute rule into these Colonies:
For taking away our Charters, abolishing our most valuable Laws, and altering fundamentally the Forms of our Governments:
For suspending our own Legislatures, and declaring themselves invested with power to legislate for us in all cases whatsoever.
He has abdicated Government here, by declaring us out of his Protection and waging War against us.
He has plundered our seas, ravaged our Coasts, burnt our towns, and destroyed the lives of our people.
He is at this time transporting large Armies of foreign Mercenaries to compleat the works of death, desolation and tyranny, already begun with circumstances of Cruelty & perfidy scarcely paralleled in the most barbarous ages, and totally unworthy the Head of a civilized nation.
He has constrained our fellow Citizens taken Captive on the high Seas to bear Arms against their Country, to become the executioners of their friends and Brethren, or to fall themselves by their Hands.
He has excited domestic insurrections amongst us, and has endeavoured to bring on the inhabitants of our frontiers, the merciless Indian Savages, whose known rule of warfare, is an undistinguished destruction of all ages, sexes and conditions.
In every stage of these Oppressions We have Petitioned for Redress in the most humble terms: Our repeated Petitions have been answered only by repeated injury. A Prince, whose character is thus marked by every act which may define a Tyrant, is unfit to be the ruler of a free people.
Nor have We been wanting in attentions to our Brittish brethren. We have warned them from time to time of attempts by their legislature to extend an unwarrantable jurisdiction over us. We have reminded them of the circumstances of our emigration and settlement here. We have appealed to their native justice and magnanimity, and we have conjured them by the ties of our common kindred to disavow these usurpations, which, would inevitably interrupt our connections and correspondence. They too have been deaf to the voice of justice and of consanguinity. We must, therefore, acquiesce in the necessity, which denounces our Separation, and hold them, as we hold the rest of mankind, Enemies in War, in Peace Friends.
We, therefore, the Representatives of the united States of America, in General Congress, Assembled, appealing to the Supreme Judge of the world for the rectitude of our intentions, do, in the Name, and by Authority of the good People of these Colonies, solemnly publish and declare, That these United Colonies are, and of Right ought to be Free and Independent States; that they are Absolved from all Allegiance to the British Crown, and that all political connection between them and the State of Great Britain, is and ought to be totally dissolved; and that as Free and Independent States, they have full Power to levy War, conclude Peace, contract Alliances, establish Commerce, and to do all other Acts and Things which Independent States may of right do. And for the support of this Declaration, with a firm reliance on the protection of divine Providence, we mutually pledge to each other our Lives, our Fortunes and our sacred Honor.
La dichiarazione unanime dei tredici Stati Uniti d’America
Quando nel corso degli eventi umani diviene necessario per un popolo sciogliere i vincoli politici che lo hanno connesso con un altro, e assumere tra le potenze della terra la condizione separata ed eguale alla quale le Leggi della Natura e del Dio della Natura gli conferiscono il diritto, un doveroso rispetto per le opinioni del genere umano richiede che esso dichiari le cause che lo spingono alla separazione.
Noi riteniamo queste verità essere di per sé evidenti: che tutti gli uomini sono creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di certi diritti inalienabili, che tra questi vi sono la Vita, la Libertà e il perseguimento della Felicità. — Che per garantire questi diritti, i Governi sono istituiti tra gli Uomini, derivando i loro giusti poteri dal consenso dei governati, — Che ogniqualvolta una qualsiasi forma di Governo diviene distruttiva di questi fini, è Diritto del Popolo alterarla o abolirla, e istituire un nuovo Governo, ponendo le sue fondamenta su tali principi e organizzando i suoi poteri in tale forma, che ad esso sembri più idonea a garantire la propria Sicurezza e Felicità. La prudenza, invero, imporrà che i Governi da lungo tempo stabiliti non vengano mutati per cause lievi e transitorie; e di conseguenza tutta l’esperienza ha dimostrato che il genere umano è più disposto a soffrire, finché i mali sono sopportabili, piuttosto che far valere i propri diritti abolendo le forme alle quali è avvezzo. Ma quando una lunga serie di abusi e usurpazioni, perseguendo invariabilmente il medesimo Obiettivo, manifesta il disegno di ridurli sotto un assoluto Dispotismo, è loro diritto, è loro dovere, rovesciare tale Governo e provvedere a nuove Garanzie per la propria futura sicurezza. — Tale è stata la paziente sopportazione di queste Colonie; e tale è ora la necessità che le costringe ad alterare i loro precedenti Sistemi di Governo. La storia dell’attuale Re di Gran Bretagna è una storia di ripetute ingiurie e usurpazioni, aventi tutte come oggetto diretto l’instaurazione di una Tirannide assoluta su questi Stati. A dimostrazione di ciò, si sottopongano i Fatti a un mondo imparziale.
Egli ha rifiutato il proprio Assenso alle Leggi, le più salubri e necessarie per il bene pubblico.
Egli ha vietato ai propri Governatori di emanare Leggi di immediata e pressante importanza, a meno che non fossero sospese nella loro applicazione fino all’ottenimento del suo Assenso; e una volta così sospese, ha completamente trascurato di occuparsene.
Egli ha rifiutato di approvare altre Leggi per l’insediamento di ampie comunità di persone, a meno che tali persone non rinunciassero al diritto di Rappresentanza nella Legislatura, un diritto per loro inestimabile e temibile soltanto per i tiranni.
Egli ha convocato le assemblee legislative in luoghi insoliti, scomodi e lontani dal luogo di conservazione dei loro Atti pubblici, al solo scopo di indurle per sfinimento a conformarsi alle sue misure.
Egli ha ripetutamente sciolto le Assemblee Rappresentative per essersi opposte con virile fermezza alle sue violazioni dei diritti del popolo.
Egli ha rifiutato per lungo tempo, in seguito a tali scioglimenti, di convocare nuove elezioni; per cui i poteri Legislativi, insuscettibili di Annientamento, sono ritornati al Popolo nel suo insieme per il loro esercizio; lo Stato rimanendo nel frattempo esposto a tutti i pericoli di invasione dall’esterno e di disordini interni.
Egli ha cercato di impedire il popolamento di questi Stati; a tal fine ostacolando le Leggi per la Naturalizzazione degli Stranieri; rifiutando di approvarne altre per incoraggiarne la migrazione verso queste terre, e inasprendo le condizioni per le nuove Assegnazioni di Terre.
Egli ha ostacolato l’Amministrazione della Giustizia, rifiutando il proprio Assenso alle Leggi per l’istituzione dei poteri Giudiziari.
Egli ha reso i Giudici dipendenti dalla sua sola Volontà, per quanto riguarda la durata del loro incarico e l’entità e il pagamento dei loro stipendi.
Egli ha istituito una moltitudine di nuovi Uffici e inviato qui sciami di Funzionari per vessare il nostro popolo e prosciugarne le risorse.
Egli ha mantenuto tra noi, in tempo di pace, Eserciti Permanenti senza il Consenso delle nostre assemblee legislative.
Egli ha operato per rendere il Potere Militare indipendente dal e superiore al Potere Civile.
Egli si è associato con altri per sottoporci a una giurisdizione estranea alla nostra costituzione e non riconosciuta dalle nostre leggi; prestando il proprio Assenso ai loro Atti di pretesa Legislazione:
Per l’acquartieramento di ingenti contingenti di truppe armate tra noi:
Per la loro protezione, mediante processi simulati, dalla punizione per qualsiasi Omicidio che essi dovessero commettere sugli Abitanti di questi Stati:
Per l’interruzione del nostro Commercio con ogni parte del mondo:
Per l’imposizione di Tasse su di noi senza il nostro Consenso:
Per la privazione, in molti casi, dei benefici del Processo con Giuria:
Per il nostro trasporto oltre i Mari per essere processati per pretesi reati:
Per l’abolizione del libero Sistema delle Leggi inglesi in una Provincia vicina, l’instaurazione in essa di un governo Arbitrario e l’ampliamento dei suoi Confini così da renderla al contempo esempio e strumento idoneo per introdurre il medesimo governo assoluto in queste Colonie:
Per la soppressione delle nostre Carte, l’abolizione delle nostre Leggi più preziose e l’alterazione radicale delle Forme dei nostri Governi:
Per la sospensione delle nostre Assemblee Legislative e la dichiarazione di essere investiti del potere di legiferare per noi in ogni caso qualsiasi.
Egli ha abdicato al Governo di questi territori, dichiarandoci privi della sua Protezione e muovendo Guerra contro di noi.
Egli ha saccheggiato i nostri mari, devastato le nostre Coste, incendiato le nostre città e distrutto le vite del nostro popolo.
Egli sta in questo momento trasportando grandi Armate di Mercenari stranieri per completare l’opera di morte, desolazione e tirannia, già iniziata in circostanze di Crudeltà e perfidia scarsamente parallele nelle epoche più barbare, e del tutto indegne del Capo di una nazione civile.
Egli ha costretto nostri concittadini catturati in alto mare a portare le armi contro il loro Paese, a diventare i carnefici dei loro amici e Fratelli, o a cadere essi stessi per mano loro.
Egli ha fomentato insurrezioni domestiche tra noi, e ha cercato di aizzare contro gli abitanti delle nostre frontiere i feroci Selvaggi Indiani, la cui nota regola di guerra è la distruzione indiscriminata di ogni età, sesso e condizione.
In ogni fase di queste Oppressioni Noi abbiamo Presentato Petizioni di Riparazione nei termini più umili: le nostre ripetute Petizioni hanno ricevuto risposta soltanto con ripetute ingiurie. Un Principe, il cui carattere è così contrassegnato da ogni atto che possa definire un Tiranno, è inadatto a essere il sovrano di un popolo libero.
Né siamo stati negligenti nelle attenzioni verso i nostri fratelli Britannici. Li abbiamo avvertiti di tempo in tempo dei tentativi da parte della loro assemblea legislativa di estendere su di noi una giurisdizione ingiustificata. Li abbiamo resi edotti delle circostanze della nostra emigrazione e del nostro insediamento in queste terre. Abbiamo fatto appello alla loro naturale senso di giustizia e magnanimità, e li abbiamo scongiurati in nome dei legami della nostra comune stirpe di ripudiare queste usurpazioni, che avrebbero inevitabilmente interrotto le nostre relazioni e comunicazioni. Anch’essi sono stati sordi alla voce della giustizia e della consanguineità. Dobbiamo pertanto acquietarci nella necessità, che impone la nostra Separazione, e considerarli, come consideriamo il resto del genere umano, Nemici in Guerra, Amici in Pace.
Noi, pertanto, i Rappresentanti degli Stati Uniti d’America, riuniti in Congresso Generale, appellandoci al Supremo Giudice del mondo per la rettitudine delle nostre intenzioni, nel Nome e per Autorità del buon Popolo di queste Colonie, solennemente pubblichiamo e dichiariamo che queste Unite Colonie sono, e di Diritto devono essere, Stati Liberi e Indipendenti; che esse sono Sciolte da ogni Fedeltà alla Corona Britannica, e che ogni legame politico tra esse e lo Stato di Gran Bretagna è e deve essere totalmente dissolto; e che in quanto Stati Liberi e Indipendenti, esse hanno pieno Potere di dichiarare Guerra, concludere la Pace, stipulare Alleanze, stabilire Commerci e compiere tutti gli altri Atti e Cose che gli Stati Indipendenti possono di diritto compiere. E a sostegno di questa Dichiarazione, con ferma fiducia nella protezione della divina Provvidenza, ci impegniamo reciprocamente le nostre Vite, i nostri Patrimoni e il nostro sacro Onore.
La Struttura Logica del Documento
Il sillogismo giuridico
La Dichiarazione di Indipendenza è concepita come un atto giuridico formale, non come un manifesto politico o un appello emotivo. La sua architettura interna risponde a una logica sillogistica rigorosa: premessa maggiore (i principi universali del Preambolo), premessa minore (l’elenco delle violazioni), conclusione (la proclamazione di indipendenza). Questa struttura non è casuale: Jefferson stava costruendo un caso davanti al “tribunale dell’opinione del mondo” — come egli stesso scrisse in una lettera — e aveva bisogno che il documento fosse inoppugnabile sul piano della coerenza argomentativa.
Il Preambolo
Il Preambolo occupa i due paragrafi iniziali del documento ed enuncia le premesse normative dell’intero ragionamento. Il primo paragrafo introduce la cornice temporale e il contesto: quando un popolo si trova nella necessità di sciogliere i legami politici che lo connettono a un altro, un “un doveroso rispetto per le opinioni del genere umano” richiede che esso dichiari le cause che lo spingono a tale separazione. Questa frase di apertura è già di per sé rivelatrice: il destinatario non è solo il re o il Parlamento britannico, ma l’opinione pubblica internazionale, in particolare quella francese il cui sostegno diplomatico e militare era considerato indispensabile. Proprio per questa ragione, come afferma Del Pero, la Dichiarazione va intesa come un atto di politica estera e proprio nei confronti della Francia, cattolica e assolutista, si concentravano le critiche di alcuni delegati, come John Dickinson, che temevano che un’indipendenza precoce potesse avvantaggiare un Paese dai connotati tirannici.
Tuttavia, per combattere la guerra era necessario avere aiuti dai Paesi europei e dunque la Dichiarazione diventava così una condizione necessaria dal punto di vista diplomatico. Richard Henry Lee definì l’indipendenza una “necessità” per poter stipulare delle alleanze.
Il secondo paragrafo contiene il nucleo filosofico del documento: “Noi riteniamo queste verità essere di per sé evidenti: che tutti gli uomini sono creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di certi diritti inalienabili, che tra questi vi sono la Vita, la Libertà e il perseguimento della Felicità. — Che per garantire questi diritti, i Governi sono istituiti tra gli Uomini, derivando i loro giusti poteri dal consenso dei governati, — Che ogniqualvolta una qualsiasi forma di Governo diviene distruttiva di questi fini, è Diritto del Popolo alterarla o abolirla, e istituire un nuovo Governo,”. Il paragrafo non descrive la realtà empirica del 1776 ma pone una proposizione normativa universale: una promessa proiettata nel futuro, un principio destinato a diventare il metro di giudizio di tutte le istituzioni successive. Fu esattamente questa tensione tra principio enunciato e realtà praticata che Lincoln avrebbe usato per rilanciare il senso della Guerra Civile.
Il rivolgersi ad un “mondo imparziale” annunciando la presenza di un nuovo Stato, permetteva di trasformare quella che era una guerra civile in una Guerra tra Stati. Gli abitanti delle colonie perdevano la caratterizzazione di “ribelli” o “traditori” e acquistavano i connotati di “combattenti legittimi”.
I Capi d’Accusa
Il corpo centrale del documento elenca ventisette violazioni specifiche imputate a Re Giorgio III, ciascuna introdotta dalla struttura anaforica “He has…” (Egli ha…). Avvocato di formazione, Jefferson strutturò questo elenco come un atto d’accusa processuale, accumulando prove di condotta sistematicamente tirannica. Le accuse sono organizzate in tre grandi categorie implicitamente distinte.
La prima categoria comprende le violazioni dei diritti legislativi delle colonie: Giorgio III ha rifiutato di approvare leggi necessarie al bene pubblico; ha sciolto le assemblee rappresentative; ha impedito la naturalizzazione degli stranieri e la colonizzazione dei nuovi territori. La seconda categoria riguarda le violazioni dei diritti giudiziari e civili: il re ha reso i giudici dipendenti dalla sua sola volontà; ha istituito tribunali illegali; ha protetto i soldati britannici dall’applicazione della legge locale; ha soppresso il commercio coloniale con falsi regolamenti commerciali. La terza categoria, la più drammatica, riguarda gli atti di guerra: Giorgio III ha mantenuto eserciti permanenti senza il consenso delle assemblee; ha imposto la legge marziale; ha assoldato mercenari stranieri (i Soldati Hessiani) contro i propri sudditi; ha istigato le popolazioni indigene a compiere razzie alle frontiere coloniali.
La struttura iterativa non è ornamentale. Essa dimostra che le violazioni non sono incidentali o frutto di errori di giudizio — argomento per il quale il richiamo al re sarebbe ancora la risposta adeguata — ma sono il prodotto di un “design” deliberato, di un piano sistematico di riduzione in servitù. Jefferson lo dice esplicitamente: “the history of the present King of Great Britain is a history of repeated injuries and usurpations, all having in direct object the establishment of an absolute Tyranny over these States”.
La Denuncia del Popolo Britannico
Il blocco che segue l’elenco delle accuse è spesso trascurato nelle letture divulgative, ma riveste una funzione argomentativa essenziale nella logica del documento. Jefferson si rivolge direttamente ai “nostri fratelli britannici”, riconoscendo i vincoli comuni di storia, lingua e tradizione, e documentando il fatto che i coloni avevano ripetutamente cercato di ottenere giustizia anche attraverso l’appello all’opinione pubblica britannica, non solo attraverso petizioni formali al re e al Parlamento. La conclusione — che i britannici si sono mostrati “sordi alla voce della giustizia e della consanguineità” — adempie una funzione tecnico-giuridica precisa nella logica lockiana: essa prova l’esaurimento di ogni via di conciliazione, condizione necessaria perché il ricorso alla rivoluzione sia giustificato. Solo dopo aver dimostrato che tutte le strade del dialogo sono state percorse e che tutte hanno fallito, i coloni possono proclamarsi autorizzati a costituire un nuovo Stato.
La Proclamazione Finale
La sezione conclusiva è l’atto performativo del documento: è la dichiarazione nel senso più tecnico e formale del termine. I delegati, “nel Nome e per Autorità del buon Popolo di queste Colonie”, proclamano solennemente che “queste Colonie Unite sono, e di Diritto devono essere, Stati liberi e indipendenti; che sono sciolte da ogni fedeltà alla Corona britannica, e che ogni vincolo politico tra esse e lo Stato della Gran Bretagna è e deve essere totalmente dissolto”. Il documento prosegue elencando le prerogative sovrane che gli Stati assumono: fare la guerra, concludere la pace, stipulare alleanze, stabilire commerci, e compiere tutti gli altri atti che spettano agli Stati indipendenti. Si chiude con il pegno dei firmatari della propria “vita, fortuna e onore sacro” — una formula medievaleggiante che richiamava consapevolmente la tradizione dei giuramenti cavallereschi, conferendo al documento un carattere solenne e personale insieme.
Il Paradosso Fondativo: La Questione della Schiavitù
La contraddizione strutturale
Nessuna lettura onesta della Dichiarazione di Indipendenza può prescindere dal suo paradosso fondamentale: il documento che proclama l’uguaglianza universale di tutti gli uomini fu adottato da una nazione nella quale circa 500.000 persone — il 20% circa della popolazione totale delle tredici colonie — erano tenute in schiavitù, private di ogni diritto civile e politico, e trattate giuridicamente come proprietà mobile. Molti dei cinquantasei firmatari della Dichiarazione erano essi stessi proprietari di schiavi, Jefferson in primis: alla sua morte nel 1826, egli possedeva circa 130 schiavi nella sua piantagione di Monticello, in Virginia.
La contraddizione non era invisibile ai contemporanei. I lealisti americani, coloro che rimanevano fedeli alla Corona, la usarono sistematicamente come argomentazione contro le pretese morali dei patrioti. Anche all’interno del campo patriota, alcune voci, in particolare quaccheri del Pennsylvania e metodisti del Sud, avevano da tempo sollevato la questione dell’incompatibilità tra schiavitù e i principi del diritto naturale.
Il paragrafo scomparso
Nella bozza originale di Jefferson figurava, come diciottesima accusa contro Giorgio III, un lungo e appassionato paragrafo che condannava la tratta atlantica degli schiavi. Il testo recitava, nella traduzione dal documento originale:
He has waged cruel war against human nature itself, violating it’s most sacred rights of life & liberty in the persons of a distant people who never offended him, captivating & carrying them into slavery in another hemisphere, or to incur miserable death in their transportation thither. this piratical warfare, the opprobrium of infidel powers, is the warfare of the CHRISTIAN king of Great Britain. determined to keep open a market where MEN should be bought & sold, he has prostituted his negative for suppressing every legislative attempt to prohibit or to restrain this execrable commerce: and that this assemblage of horrors might want no fact of distinguished die, he is now exciting those very people to rise in arms among us, and to purchase that liberty of which he has deprived them, & murdering the people upon whom he also obtruded them; thus paying off former crimes committed against the liberties of one people, with crimes which he urges them to commit against the lives of another.
Egli ha condotto una guerra crudele contro la natura umana stessa, violandone i più sacri diritti di vita e libertà nelle persone di un popolo lontano che non lo aveva mai offeso, catturandolo e trasportandolo in schiavitù in un altro emisfero, o condannandolo a una misera morte nel corso di tale trasporto. Questa guerra piratesca, obbrobrio delle potenze infedeli, è la guerra del RE CRISTIANO di Gran Bretagna. Determinato a mantenere aperto un mercato nel quale gli UOMINI dovessero essere comprati e venduti, ha prostituito il suo potere di veto per sopprimere ogni tentativo legislativo volto a proibire o limitare questo esecrabile commercio: e affinché a questa raccolta di orrori non mancasse alcun fatto di particolare infamia, egli sta ora istigando quegli stessi uomini a insorgere in armi tra noi, e ad acquistare quella libertà della quale li ha privati, assassinando il popolo sul quale li ha anche imposti; pagando così i crimini precedentemente commessi contro le libertà di un popolo con i crimini che li spinge a commettere contro le vite di un altro.
Il paragrafo fu soppresso integralmente durante le sessioni del 3–4 luglio 1776. Jefferson, nel suo successivo resoconto dei lavori, attribuì la soppressione alla “perentoria opposizione della Carolina del Sud e della Georgia, che non avevano mai tentato di limitare l’importazione degli schiavi e che al contrario desideravano continuarla”. Ma aggiunse, con amarezza, che anche i delegati degli Stati del Nord, i cui armatori e mercanti erano economicamente integrati nel sistema del commercio triangolare atlantico, “non si sentirono a disagio per la soppressione”.
Il paragrafo presentava un’ulteriore complicazione logica: accusava il re di aver imposto la schiavitù alle colonie contro la loro volontà — una tesi storicamente inaccurata, dato che le assemblee coloniali avevano attivamente protetto e promosso l’istituzione schiavistica — e di aver tentato di armare gli schiavi contro i loro padroni, alludendo al Proclama Dunmore del novembre 1775, con la quale il governatore della Virginia aveva promesso la libertà agli schiavi dei ribelli che si fossero uniti alle forze britanniche. Quest’ultima parte era più difendibile, ma non era sufficiente a salvare il paragrafo nella sua interezza.
La soppressione del paragrafo fu il primo di molti rinvii sulla questione che avrebbe dilaniato la repubblica nei successivi decenni. Il compromesso del 1776 si ripeté nel 1787, quando la Convenzione Costituzionale produsse un testo che proteggeva implicitamente la schiavitù (nella clausola dei tre quinti, nel divieto di vietare la tratta prima del 1808, nell’obbligo di restituire gli schiavi fuggiti). Si ripeté ancora negli accordi del 1820 (Missouri Compromise) e del 1850 (Compromise of 1850), fino a che la logica degli eventi — e la presidenza di Abraham Lincoln — rese il rinvio impossibile, portando alla Guerra Civile del 1861–1865.
L’Impatto Globale e lo Status Giuridico Odierno
L’influenza sulla Rivoluzione Francese
La Dichiarazione di Indipendenza raggiunse l’Europa in settimane, grazie alle rotte commerciali atlantiche e alle reti diplomatiche francesi. In Francia, dove il regime assolutistico di Luigi XVI stava attraversando una profonda crisi finanziaria e politica, il documento fu letto con avidità negli ambienti illuministi: filosofi come Condorcet, Turgot e Mirabeau lo commentarono e discussero estensivamente.
Il tramite umano più importante tra la Dichiarazione americana e la Rivoluzione Francese fu il Marchese de Lafayette. Ufficiale francese che aveva combattuto sotto il comando di Washington come Maggiore Generale dell’esercito continentale, Lafayette tornò in Francia nel 1779 portando con sé l’esperienza diretta della rivoluzione americana. Nel 1789, fu lui a presentare all’Assemblea Nazionale un progetto di dichiarazione dei diritti.
Il testo fu elaborato con la consulenza diretta di Thomas Jefferson, che in quel periodo si trovava a Parigi in qualità di Ministro plenipotenziario degli Stati Uniti. La Déclaration des droits de l’homme et du citoyen, adottata il 26 agosto 1789, porta profonde tracce dell’impronta jeffersoniana: l’articolo 2 (“le but de toute association politique est la conservation des droits naturels et imprescriptibles de l’homme”) è un’eco diretta del Preambolo americano.
L’influenza sui movimenti di decolonizzazione
L’influenza della Dichiarazione si estese ben oltre l’Atlantico settentrionale. In America Latina, le lotte per l’indipendenza dalla Spagna (1810–1825) si ispirano esplicitamente al modello nordamericano: la Dichiarazione di Indipendenza del Venezuela del 1811, redatta da un comitato dell’Assemble Nazionale Costituente, è il documento più vicino all’originale jeffersoniano nella struttura e nel lessico. Simón Bolívar, pur adottando un approccio costituzionale più centralista, riconobbe il debito intellettuale verso i Fondatori americani.
Nel XX secolo, il testo jeffersoniano fu utilizzato in contesti ancora più lontani. Il 2 settembre 1945, Hồ Chí Minh aprì la dichiarazione di indipendenza della Repubblica Democratica del Vietnam con una citazione quasi letterale del Preambolo della Dichiarazione americana: “Tutti gli uomini sono creati uguali. Sono dotati dal Creatore di certi diritti inalienabili; tra questi vi sono la Vita, la Libertà e la Ricerca della Felicità”. La scelta non era soltanto retorica: Hồ Chí Minh, che aveva lavorato a Parigi negli anni Venti e conosceva la tradizione rivoluzionaria occidentale, intendeva richiamare le potenze del secondo dopoguerra — in particolare gli Stati Uniti — ai loro stessi principi fondativi, nel momento in cui la Francia tentava di reimporre il dominio coloniale sull’Indocina.
Il valore giuridico negli Stati Uniti odierni
Sul piano strettamente giuridico, la Dichiarazione di Indipendenza non ha forza di legge nell’ordinamento costituzionale degli Stati Uniti. Non è parte della Costituzione federale del 1787, né degli emendamenti successivi. La Corte Suprema non la applica come fonte normativa diretta, i tribunali federali non la invocano a sostegno di diritti azionabili, e nessuna legge federale può essere invalidata per contrasto con essa. La dottrina giuridica americana ha chiarito questa distinzione in modo abbastanza netto: la Dichiarazione è un atto politico e diplomatico, non una norma giuridica.
Ciò non significa, tuttavia, che il documento sia giuridicamente irrilevante. La dottrina ha individuato almeno due modi legittimi in cui la Dichiarazione può entrare nel ragionamento giuridico. In primo luogo, essa offre un contesto interpretativo storico per determinare l’intenzione dei Fondatori riguardo ai principi della Costituzione: quando la storia del pensiero politico americano del 1776–1787 è rilevante per l’interpretazione originalista di una norma costituzionale, la Dichiarazione è una fonte legittima di riferimento. In secondo luogo, come ha argomentato una parte della dottrina, alcune sue proposizioni — in particolare l’affermazione che i governi derivano il loro potere dal consenso dei governati — hanno un valore ermeneutico che illumina il significato di clausole costituzionali come il Nono Emendamento o le garanzie del due process.
Il valore simbolico e politico della Dichiarazione è però incomparabilmente più vasto del suo ruolo tecnico-giuridico. Essa è stata e rimane il documento fondativo dell’identità nazionale americana: il testo al quale i movimenti per i diritti civili, femministi, abolizionisti e sindacali hanno costantemente fatto appello per rivendicare l’estensione dei principi proclamati nel 1776 a categorie escluse dalla loro applicazione originaria.
Lincoln e la reinterpretazione del 1863
Il momento più alto e più consapevole di questa operazione ermeneutica fu il discorso di Gettysburg del 19 novembre 1863, pronunciato da Abraham Lincoln durante la cerimonia di dedicazione del cimitero militare nel luogo della battaglia che, quattro mesi prima, aveva fermato l’avanzata confederata verso il Nord. Lincoln aprì il discorso con la celebre formula:
“Fourscore and seven years ago our fathers brought forth on this continent a new nation, conceived in Liberty, and dedicated to the proposition that all men are created equal”.
L’operazione intellettuale di Lincoln è straordinaria per la sua precisione: “ottantasette anni fa” riporta al 1776 — l’anno della Dichiarazione, non al 1787, l’anno della Costituzione. Lincoln sceglie deliberatamente la Dichiarazione come atto fondativo della nazione, non la Costituzione. Il motivo è politicamente e moralmente preciso: la Costituzione del 1787 proteggeva esplicitamente la schiavitù; la Dichiarazione del 1776 proclamava l’uguaglianza universale. Identificando la nazione con la Dichiarazione piuttosto che con la Costituzione, Lincoln poteva reinterpretare la Guerra Civile non come una rottura dell’ordine fondativo americano, ma come il compimento della sua promessa originaria: la prova cruciale di se “quella nazione, o qualsiasi nazione così concepita e così dedicata, possa durare a lungo”.
Questa lettura lincolniana della Dichiarazione — come programma di eguaglianza progressivamente da realizzare, non come descrizione della realtà del 1776 — rimase controversa ai suoi tempi e lo è ancora oggi nel dibattito storico e costituzionale americano. Ma è diventata la lettura dominante nella cultura politica degli Stati Uniti, e il discorso di Gettysburg è, in questo senso, il secondo documento fondativo della nazione americana, quello che rilegge il primo alla luce di una tragedia necessaria.
