Ep 05: Redrum, l'assassinio di Abrahm Lincoln

La sera del 14 aprile 1865 al Ford’s Theatre di Washington andava in scena Our American Cousin. In platea c’era Abraham Lincoln, primo presidente repubblicano della storia americana, a pochi giorni dalla resa del generale Lee. In balconata c’era John Wilkes Booth, attore di fama, figlio d’arte, convinto confederato. Quello che accadde quella notte è uno degli eventi più raccontati della storia americana — ma per capirlo davvero bisogna seguire il filo che portò Booth lì, da Baltimora al Canada, dalla taverna dei Surratt al teatro. In questo episodio ricostruiamo la cospirazione, la notte dell’assassinio di Lincoln e il prezzo finale della Guerra Civile.

Chi era John Wilkes Booth

John Wilkes Booth era il nono di dieci figli di Junius Brutus Booth, uno degli attori più acclamati degli Stati Uniti dell’epoca. Il fratello Edwin era la vera star della famiglia, ma anche John aveva una sua reputazione: era conosciuto per la prestanza fisica e il carisma sul palco. Era nato a Baltimora, in Maryland, il 10 maggio 1838 — dettaglio non secondario, perché il Maryland era uno Stato del Sud, schiavista.

Dopo i primi anni di carriera in Pennsylvania e poi a Richmond, Virginia, dove si unì a una compagnia shakespeariana, Booth fece un lungo tour nel Profondo Sud durante il 1860. Con l’inizio della Guerra Civile la sua fama crebbe, e si trasferì a New York. Ma vivere al Nord non cambiò le sue convinzioni: Booth era un confederato convinto, convinto che Lincoln fosse un tiranno intenzionato a privare gli Stati del Sud del loro modello di società. Era una posizione isolata nella sua famiglia, ma tutt’altro che rara nel Maryland.

Non fu una posizione improvvisata dopo la vittoria di Lincoln. Quando tra il 16 e il 18 ottobre 1859 un gruppo di abolizionisti guidato da John Brown tentò di prendere il controllo di un’armeria federale in Virginia, Booth entrò a far parte della milizia che lo catturò e lo impiccò.

 

Il piano del rapimento

Nell’estate del 1864, il generale Grant sospese lo scambio di prigionieri di guerra tra Nord e Sud — una pratica che aveva fino ad allora permesso ai soldati confederati catturati di rientrare rapidamente nelle file dell’esercito secessionista. Booth vide in questo la sua occasione: rapire Lincoln e usarlo come merce di scambio per liberare i prigionieri confederati.

Reclutò due amici d’infanzia, Samuel Arnold e Michael O’Laughlen. L’idea non era particolarmente originale — i confederati avevano già studiato più volte la possibilità di rapire il Presidente lungo il tragitto dalla Casa Bianca alla sua residenza a Soldiers’ Home — ma il percorso era noto e Lincoln lo percorreva spesso da solo. Quello che i tre non sapevano era che dal 1863 il Segretario alla Guerra Edwin Stanton aveva imposto una scorta permanente al Presidente.

Per finanziare e organizzare il piano, Booth si recò a Montreal, in Canada — allora soprannominata “la piccola Richmond” per la densità di attività confederate presenti. Ottenne 1.500 dollari di finanziamento e i contatti di alcuni simpatizzanti nel Maryland del Sud, tra cui il dottor Samuel A. Mudd, che lo mise in contatto con John J. Surratt Jr. Quest’ultimo portò nel gruppo George Atzerodt — un commerciante prussiano di Baltimora, a malapena in grado di parlare inglese, ma esperto della geografia fluviale del Potomac — David Herold, farmacista con accesso a sostanze come il cloroformio, e infine Lewis Powell, ex soldato confederato reclutato per la sua forza fisica.

La logistica degli incontri fu affidata alla madre di Surratt, Mary, che gestiva una taverna e un albergo a Washington. Fu lì che il gruppo cominciò a riunirsi.

 

I piani che fallirono

Il 18 gennaio 1865 Lincoln avrebbe dovuto assistere a uno spettacolo al Ford’s Theatre. Booth conosceva bene il teatro e elaborò un piano per rapire il Presidente direttamente dalla balconata, facendolo calare con delle corde. Gli altri cospiratori non erano convinti. Con i tempi troppo stretti, Booth lasciò perdere — e quella sera Lincoln non andò comunque a teatro.

Il 17 marzo successivo circolò la voce che Lincoln si sarebbe recato a un evento teatrale al Campbell General Hospital. Il gruppo si organizzò, le armi furono preparate e distribuite. Lincoln, ancora una volta, non si presentò.

Il collasso sempre più visibile della Confederazione cambiò la natura del piano. Un rapimento non era più sufficiente. Nella testa di Booth cominciò a prendere forma qualcosa di molto più definitivo.

Il 4 marzo 1865, Lincoln giurò per il secondo mandato. Booth era tra la folla. Disse in seguito: “Avevo un’eccellente possibilità di uccidere il Presidente se avessi voluto.”

L’11 aprile, Lincoln si affacciò a una finestra della Casa Bianca per parlare alla folla riunita dopo la resa di Lee. Fu un discorso di politica, non di celebrazione: Lincoln indicò la Louisiana come modello per la ricostruzione degli Stati secessionisti e, per la prima volta in pubblico, accennò alla possibilità che gli afroamericani acculturati e i soldati neri che avevano combattuto per l’Unione potessero ottenere il diritto di voto. Booth era nella folla. Disse a chi gli stava accanto: “Questo è l’ultimo discorso che ha fatto.”

Nei giorni successivi venne stilata la lista degli obiettivi. Non più uno solo: bisognava colpire l’intera catena di comando dell’Unione per gettare il Paese nel caos.

 

La notte del 14 aprile 1865

Quella mattina Booth andò al Ford’s Theatre a ritirare la posta. Il bigliettaio, con cui aveva familiarità, gli comunicò una notizia: il Presidente, la First Lady e il generale Grant con la moglie avrebbero assistito quella sera alla rappresentazione di Our American Cousin. Era la mattina del 14 aprile.

Booth si mise al lavoro. Affittò un cavallo. Visitò il Kirkwood House, dove alloggiava il vicepresidente Johnson, per verificarne la presenza. Incontrò i cospiratori e assegnò gli obiettivi della serata: Powell avrebbe ucciso il Segretario di Stato William Seward, Atzerodt il vicepresidente Johnson, lui avrebbe eliminato Lincoln.

Alle 20.00 lo spettacolo cominciò al Ford’s Theatre. Alle 20.30 i Lincoln arrivarono — con loro, al posto dei Grant che avevano cancellato, il maggiore Henry R. Rathbone e la compagna Clara H. Harris. La folla si alzò in piedi al loro ingresso, mentre veniva eseguito Hail to the Chief.

Nello stesso orario, Atzerodt si sistemò nella stanza 126 del Kirkwood House, sopra la suite del vicepresidente. Si recò al bar dell’albergo e cominciò a bere. Continuò a bere finché l’alcol non gli tolse il coraggio. Si alzò, lasciò l’albergo e vagò per la città per tutta la notte senza compiere nulla.

Alle 22.00, David Herold accompagnò Lewis Powell a casa del Segretario Seward, allettato dopo un incidente in carrozza. Powell si presentò come medico con dei medicinali urgenti. Salì le scale, incontrò il figlio Frederick, tentò di colpirlo con la pistola — che si inceppò — e poi lo tramortì con il calcio dell’arma. Raggiunse la camera da letto, scacciò la figlia Fanny, affrontò il sergente medico di guardia e si scagliò su Seward, pugnalendolo al collo e al viso. Un altro figlio di Seward, Augustus, intervenne. Herold, sentendo il trambusto, era già fuggito a cavallo. Powell uscì di casa gridando “Sono matto, sono matto!”, raggiunse il proprio cavallo e si allontanò.

Seward sopravvisse.

Alle 22.30, Booth arrivò al teatro. Lasciò il cavallo a un assistente e si fermò al bar accanto al teatro: un bicchiere di whiskey e uno d’acqua. Poi salì alla balconata. Il poliziotto incaricato di proteggere il Presidente, John Frederick Parker, aveva abbandonato il posto durante la pausa per andare a bere con il cocchiere presidenziale Francis Burke. Burke tornò al suo posto. Vide Booth avvicinarsi alla balconata e dopo una breve conversazione lo lasciò passare, poi si allontanò anche lui.

Booth bloccò la porta della balconata con un’asta di legno. Si avvicinò. Aveva una pistola con un solo proiettile e un coltello da caccia con una lama di quasi 18 centimetri. Conosceva l’opera a memoria. Sapeva che di lì a poco il pubblico avrebbe riso fragorosamente — e che non c’era momento migliore per nascondere il suono di uno sparo.

Aspettò.

Le risate arrivarono.

Alle 22.15 circa, Booth sparò ad Abraham Lincoln alla nuca.

 

Dopo lo sparo

Il maggiore Rathbone tentò di bloccarlo. Booth lo colpì con il coltello al braccio sinistro e saltò dalla balconata verso il palco — ma uno sperone si incastrò in una delle bandiere decorative e cadde male, secondo alcune ricostruzioni rompendosi un ginocchio. Sul palco brandì il coltello, gridò “Sic Semper Tyrannis!” — la frase attribuita a Bruto dopo l’assassinio di Cesare — e fuggì nel buio della notte.

Il medico Charles A. Leale fu il primo a raggiungere la balconata presidenziale. Lincoln fu adagiato sul pavimento: la ferita alla testa era mortale. Venne trasportato in una casa vicina — il tragitto fino alla Casa Bianca era considerato troppo rischioso. I medici lo assistettero per tutta la notte.

Alle 7.22 del 15 aprile 1865, Abraham Lincoln morì. Il Segretario alla Guerra Edwin Stanton dichiarò: “Ora appartiene all’eternità.”

Il costo della Guerra Civile

Booth fu rintracciato e ucciso in uno scontro a fuoco il 26 aprile, dopo undici giorni di fuga. Tutti i cospiratori furono catturati. Il processo si tenne davanti a un tribunale militare — alcuni membri dell’Amministrazione temevano che una giuria civile non avrebbe raggiunto l’unanimità richiesta nelle corti ordinarie. Il 7 luglio 1865 furono impiccati Mary Surratt, Lewis Powell, David Herold e George Atzerodt. Mary Surratt fu la prima donna condannata a morte nella storia degli Stati Uniti.

La Guerra Civile americana lasciò un conto che è difficile anche solo da leggere. Oltre 1,5 milioni di soldati arruolati nell’esercito dell’Unione, 800mila in quello confederato. Le stime tradizionali calcolano circa 360mila morti tra i ranghi unionisti e 260mila tra quelli confederati — circa 620mila in totale. Studi più recenti collocano la cifra tra 752mila e 851mila. Circa il 2% della popolazione degli Stati Uniti del 1860 morì nel conflitto.

Un anno dopo la fine della guerra, un quinto del budget dello Stato del Mississippi fu interamente destinato all’acquisto di arti protesici per i veterani.

L’ultimo veterano della Guerra Civile morì nel 1956. L’ultima vedova di un veterano nel 2020.

Quanto alle cause del conflitto: dal dopoguerra in poi c’è stata una corsa a riscriverne le motivazioni, ma le parole di chi quella secessione la compì non lasciano margini di ambiguità. Il vicepresidente confederato Alexander Hamilton Stephens, nel Cornerstone Speech del 21 marzo 1861, definì la schiavitù “la causa immediata” della secessione e affermò che la Confederazione aveva costruito il proprio governo sul principio che i neri non erano uguali ai bianchi e che la loro subordinazione era “una condizione naturale e normale”.

L’ultimo discendente diretto di Abraham Lincoln, Robert Todd Lincoln Beckwith, morì nel dicembre del 1985.

Il Ford’s Theatre non ha più ospitato Our American Cousin dal 14 aprile 1865.

Show Notes:

Episodio 5: Redrum (1865)