Elezioni di midterm:
Domande principali
Che cosa sono le elezioni di midterm e quando si tengono?
Le elezioni di midterm sono le elezioni che si svolgono esattamente a metà del mandato quadriennale del Presidente. In quella data si rinnovano tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti, un terzo del Senato e, nella maggioranza degli Stati, anche le cariche di Governatore e le legislature statali.
Perché le elezioni di midterm sono considerate un referendum sul Presidente?
Poiché l’elettorato non può votare direttamente per la Casa Bianca a metà mandato, tende a canalizzare il proprio giudizio sull’operato presidenziale attraverso il voto ai candidati del suo stesso partito per il Congresso. Questo meccanismo, alla base della cosiddetta referendum theory elaborata da Edward Tufte, spiega perché il partito del Presidente perda seggi in circa l’85-90% delle occasioni dal secondo dopoguerra, trasformando ogni tornata intermedia in un test di popolarità sull’amministrazione in corso.
Quali sono le principali teorie che spiegano la perdita di seggi del partito presidenziale?
La scienza politica ha elaborato tre chiavi di lettura complementari: la referendum theory, secondo cui gli elettori puniscono il Presidente per l’andamento economico o generale del Paese; la surge and decline theory di Angus Campbell, secondo cui l’affluenza elevata dell’anno presidenziale attira elettori occasionali che non si ripresentano alle urne due anni dopo; e il cosiddetto enthusiasm gap, l’asimmetria di mobilitazione tra una base di opposizione più arrabbiata e una base di governo più appagata o delusa.
Cosa succede quando il partito del Presidente perde il controllo del Congresso?
La perdita di una o entrambe le Camere determina un divided government, che blocca l’agenda legislativa ambiziosa del Presidente, riducendo la produzione normativa ai soli atti obbligatori come il finanziamento del governo federale. La nuova maggioranza di opposizione acquisisce inoltre il controllo delle Commissioni d’inchiesta, con poteri di subpoena e di eventuale impeachment, mentre — se cade il Senato — può bloccare le nomine giudiziarie presidenziali, incluse quelle alla Corte Suprema, grazie al potere di advice and consent previsto dall’Articolo II della Costituzione.
Le elezioni di midterm rappresentano, nel sistema politico statunitense, la consultazione generale che si tiene esattamente a metà del mandato quadriennale del Presidente in carica, nel primo martedì successivo al primo lunedì di novembre dell’anno pari che segue l’elezione presidenziale. Con il termine “midterm”, letteralmente “metà mandato”, si indicano quelle elezioni che non riguardano la Presidenza, in quanto il Presidente e la sua Amministrazione non vanno al voto.
Questo permette di riconoscere a queste elezioni un significato che va oltre il semplice rinnovo del Congresso o delle elezioni degli incarichi statali: l’assenza di un chiaro voto sul Presidente fa sì che le midterm funzionino come un referendum nazionale sull’Amministrazione incarica che si dimostra plasticamente nel supporto (o nella contrarietà) ai vari candidati del Partito di Governo.
Indice
Il controllo del Congresso
La portata delle elezioni di midterm è straordinariamente ampia, poiché mette in palio contemporaneamente cariche a livello federale, statale e locale. Comprendere l’estensione della consultazione è essenziale per valutarne correttamente il peso politico.
Alla Camera dei Rappresentanti si rinnova completamente. Questo avviene perché la Costituzione, all’Articolo I, Sezione 2, prevede per i membri della Camera un mandato di soli due anni: di conseguenza, ogni elezione di midterm comporta necessariamente il rinnovo integrale dell’organo, senza eccezioni.
Il Senato, invece, non si rinnova mai per intero in una singola tornata. La Costituzione, all’Articolo I, Sezione 3, stabilisce un mandato senatoriale di sei anni e suddivide i senatori in tre classi di dimensione pressoché equivalente, ciascuna delle quali va al voto in un ciclo elettorale diverso. In ogni turno di midterm si rinnova dunque solo una classe, corrispondente a circa un terzo dei seggi — generalmente 33 o 34 senatori su 100 — mentre gli altri due terzi proseguono il proprio mandato. Questo meccanismo, concepito dai Framers per garantire continuità istituzionale, fa del Senato quello che la dottrina costituzionale definisce un “corpo continuo” (continuing body), a differenza della Camera che si ricostituisce interamente a ogni tornata.
Alle cariche federali si affianca un numero considerevole di elezioni statali. Nella maggioranza degli Stati — tipicamente 36 su 50 — si vota anche per il Governatore, la figura di vertice dell’esecutivo statale, il cui mandato in molti casi non coincide temporalmente con quello presidenziale proprio per evitare un eccessivo effetto di traino (coattail effect) delle dinamiche nazionali sulla politica statale. A questo si aggiungono migliaia di seggi nelle legislature dei singoli Stati e, in numerosi casi, quesiti referendari (ballot measures) sottoposti direttamente agli elettori su materie quali diritti civili, fiscalità e regolamentazione del lavoro, secondo le procedure di democrazia diretta previste dalle rispettive costituzioni statali.
La “maledizione del Presidente”: la midterm penalty
Uno dei fenomeni più studiati della scienza politica è la cosiddetta midterm penalty, la tendenza sistematica del partito che occupa la Casa Bianca a perdere seggi in Congresso nella tornata intermedia. Il dato storico è impressionante per la sua persistenza: dalla fine della Seconda guerra mondiale, il partito del Presidente ha perso seggi alla Camera in circa l’85-90% delle occasioni, con una perdita media che si attesta tra i 26 e i 28 seggi, mentre al Senato la perdita media, seppur più contenuta, si aggira intorno alle quattro unità.
La scienza politica ha elaborato diverse teorie per spiegare questa regolarità.
La referendum theory interpreta le midterm come un giudizio retrospettivo sull’operato presidenziale: gli elettori insoddisfatti dell’andamento dell’economia o della gestione del Paese utilizzano il voto per “punire” il partito al potere, mentre gli elettori favorevoli al Presidente tendono a mostrare una minore intensità di mobilitazione, non avendo un incentivo comparabile all’urgenza del cambiamento.
La surge and decline theory, elaborata dal politologo Angus Campbell, spiega invece il fenomeno attraverso le dinamiche di affluenza. Nell’anno dell’elezione presidenziale, l’intensità della campagna e la visibilità del candidato alla Casa Bianca attirano alle urne un numero elevato di elettori occasionali e meno politicizzati, che tendono a votare in modo coerente con la propria preferenza presidenziale anche per le cariche congressuali (il cosiddetto effetto di traino). Due anni dopo, in assenza di una competizione presidenziale a fare da traino, questi elettori periferici restano a casa, lasciando il campo a un elettorato di base più ideologicamente motivato — e spesso più orientato verso l’opposizione.
Una terza chiave di lettura, complementare alle prime due, è quella del cosiddetto enthusiasm gap, il divario di entusiasmo: l’elettorato di opposizione tende a essere più galvanizzato dal desiderio di reazione al partito al potere, mentre la base del partito presidenziale sperimenta spesso un effetto di appagamento (avendo già ottenuto la vittoria alla Casa Bianca) oppure di delusione per le promesse elettorali non compiutamente realizzate nei primi due anni di governo.
Le rare eccezioni storiche
Nonostante la solidità statistica della midterm penalty, la storia politica statunitense annovera alcuni episodi in cui il partito presidenziale è riuscito a invertire la tendenza, guadagnando seggi invece di perderne. Si tratta di casi rari e per questo particolarmente studiati come indicatori di condizioni politiche eccezionali.
Nel 1934, nel pieno della Grande Depressione, il Partito Democratico del Presidente Franklin D. Roosevelt guadagnò seggi sia alla Camera sia al Senato: l’elettorato premiò in modo massiccio la risposta interventista del New Deal alla crisi economica, in un contesto di sostegno popolare straordinariamente ampio verso l’azione di governo.
Nel 1998, durante la seconda amministrazione di Bill Clinton, il Partito Democratico guadagnò seggi alla Camera nel pieno del procedimento di impeachment avviato dalla maggioranza repubblicana guidata da Newt Gingrich in relazione allo scandalo Lewinsky. L’opinione pubblica percepì l’iniziativa repubblicana come un eccesso di partitismo, tanto più stridente in una fase di solido boom economico, e ciò si tradusse in un voto di rigetto verso l’opposizione.
Nel 2002, sotto la presidenza di George W. Bush, il Partito Repubblicano guadagnò seggi in entrambe le Camere del Congresso, un risultato reso possibile dall’effetto psicologico definito rally ‘round the flag: la coesione nazionale determinata dagli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 si tradusse in un consenso straordinariamente elevato verso la leadership presidenziale in carica, tale da neutralizzare la naturale dinamica punitiva del voto intermedio.
Nel 2022, infine, il Partito Democratico del Presidente Joe Biden ottenne una prestazione anomala rispetto agli standard storici, contenendo le perdite alla Camera a un livello molto inferiore alla media e ampliando il controllo del Senato, oltre a far avanzare il Partito nelle legislature statali. Diversi fattori concomitanti sono stati indicati dagli osservatori come determinanti di questo esito: l’impatto della sentenza Dobbs v. Jackson Women’s Health Organization, con cui la Corte Suprema aveva revocato il precedente Roe v. Wade eliminando la tutela costituzionale del diritto all’aborto, e la selezione, nelle primarie repubblicane, di candidati percepiti come particolarmente divisivi dall’elettorato moderato, specialmente che non riconoscevano l’esito delle elezioni del 2020 che avevano visto Joe Biden vincere contro Donald Trump.
Le conseguenze politiche: divided government e blocco legislativo
Quando il partito del Presidente perde il controllo di una o entrambe le Camere del Congresso, si determina una condizione istituzionale nota come divided government, governo diviso, con conseguenze strutturali sulla capacità di azione dell’esecutivo.
La prima e più immediata conseguenza è la fine dell’agenda legislativa ambiziosa. Il Presidente perde la possibilità di far approvare riforme strutturali di ampio respiro, e la produzione legislativa del Congresso si riduce prevalentemente agli atti a scadenza obbligatoria, quali il finanziamento ordinario del governo federale (appropriations) e l’innalzamento del tetto del debito pubblico (debt ceiling). La prima fattispecie è spesso al centro di negoziati serrati tra i Leader delle due Camere e la Casa Bianca e quando non si raggiunge un accordo si verifica lo shutdown, ovvero la chiusura dei servizi del Governo. Per i partiti, però, è l’occasione di mostrare all’elettorato quali sono le proprie priorità su cui investire o tagliare nel caso in cui tornassero alla Casa Bianca.
Una seconda conseguenza riguarda l’intensificarsi della funzione di controllo parlamentare (oversight). La nuova maggioranza di opposizione, assumendo la presidenza delle Commissioni permanenti e d’inchiesta, dispone del potere di avviare indagini nei confronti dell’esecutivo, di emettere mandati di comparizione (subpoena) per l’acquisizione di documenti e testimonianze, e in alcuni casi di avviare procedimenti di impeachment contro il Presidente o i membri del Gabinetto, secondo la procedura prevista dall’Articolo I della Costituzione.
Una terza conseguenza, di particolare rilievo se il Senato passa sotto il controllo dell’opposizione, riguarda il blocco delle nomine giudiziarie. Poiché la Costituzione, all’Articolo II, Sezione 2, subordina le nomine dei giudici federali — inclusi quelli della Corte Suprema — al parere e consenso (advice and consent) del Senato, il capo della maggioranza di opposizione (Majority Leader) può, attraverso il controllo del calendario delle votazioni in Aula e delle Commissioni, ritardare indefinitamente o impedire la conferma dei candidati proposti dal Presidente, alterando in modo duraturo la composizione del potere giudiziario federale.
Le dinamiche elettorali: affluenza e gerrymandering
Due fattori strutturali condizionano in modo determinante l’esito delle elezioni di midterm: il divario di affluenza rispetto alle elezioni presidenziali e l’effetto del ridisegno dei collegi elettorali.
Il divario di affluenza (turnout gap) è un dato storicamente costante: mentre le elezioni presidenziali registrano tassi di partecipazione compresi tra il 60% e il 65% degli aventi diritto, le elezioni di midterm si fermano generalmente tra il 40% e il 50%. Questa differenza non è priva di conseguenze qualitative: l’elettorato che si presenta alle urne nel turno intermedio tende a essere, in media, più anziano, più istruito e più ideologicamente polarizzato rispetto all’elettorato più eterogeneo e occasionale che partecipa alle elezioni presidenziali, con effetti significativi sulla composizione politica del voto.
Il secondo fattore riguarda l’effetto del cosiddetto gerrymandering, la pratica di ridisegnare i confini dei collegi elettorali per favorire un determinato schieramento politico. Ogni dieci anni, in coincidenza con il censimento nazionale decennale previsto dall’Articolo I della Costituzione, viene ricalcolata la ripartizione dei 435 seggi della Camera tra i cinquanta Stati (il processo di apportionment), e le legislature statali procedono al ridisegno dei confini dei collegi elettorali congressuali sulla base dei nuovi dati demografici. Le prime elezioni di midterm successive a un censimento — come quelle del 2012 o del 2022 — si svolgono dunque in una mappa elettorale profondamente rimodellata, il cui disegno può incidere sensibilmente sulla competitività dei singoli collegi e, di conseguenza, sull’esito complessivo della competizione per il controllo della Camera dei Rappresentanti.
Nel 2025 e nel 2026 alcuni Stati, a prevalenza repubblicani e su iniziativa e pressione del Presidente Donald Trump, hanno avviato un processo di ridisegno dei collegi a metà del decennio per avvantaggiare il proprio Partito in vista delle midterm del 2026. Il Partito Democratico ha risposto in alcuni Stati, sebbene i tentativi siano stati meno di successo rispetto alla controparte.
