Storia dei partiti politici negli Stati Uniti
Domande principali
Perché Washington viene ricordato come contrario ai partiti, se furono proprio i suoi collaboratori a fondarli?
Nei primi anni della Repubblica, i partiti erano generalmente percepiti come un pericolo per il buon governo, e Washington poté esercitare, almeno inizialmente, una leadership sostanzialmente non partigiana. Fu tuttavia lo scontro sul programma fiscale del Segretario al Tesoro Alexander Hamilton — che pure godeva del sostegno dello stesso Washington — a produrre una frattura profonda all’interno dell’Amministrazione: tra il 1791 e il 1795 questo conflitto, alimentato dalla contrapposizione tra Hamilton e il Segretario di Stato Thomas Jefferson, diede origine ai primi due schieramenti organizzati della storia americana, il Partito Federalista e il Partito Repubblicano. Quando Washington pubblicò il proprio Farewell Address, il 19 settembre 1796, ammonendo i cittadini contro lo “spirito di parte” come pericolo capace di sovvertire la volontà popolare, il monito arrivò dunque a cose fatte: i partiti che egli temeva erano già una realtà consolidata, nata proprio accanto a lui. Questo scarto tra l’intenzione dichiarata e l’esito storico costituisce il paradosso che apre convenzionalmente ogni trattazione sulla nascita del sistema partitico americano.
Perché il Partito Whig si dissolse nel 1854 invece di adattarsi come i suoi avversari?
Il Partito Whig era nato nel 1834 come coalizione eterogenea — ex Repubblicani Nazionali, aderenti al disciolto Movimento Antimassonico, Democratici dissidenti — tenuta insieme più dalla comune opposizione ad Andrew Jackson che da un programma politico realmente condiviso. Questa fragilità originaria si trasformò in frattura aperta dopo il Compromesso del 1850, quando il partito si divise tra i “Conscience Whigs”, di orientamento antischiavista, e i “Cotton Whigs”, più concilianti verso gli interessi economici legati alla schiavitù. Quando nel 1854 il Kansas-Nebraska Actimpose di fatto una presa di posizione netta sull’estensione della schiavitù nei nuovi territori, i Whigs non riuscirono a offrire una linea unitaria, apparendo deboli e incerti proprio nel momento in cui la questione richiedeva chiarezza. Il neonato Partito Repubblicano, nato esplicitamente in opposizione a quella legge, si rivelò invece capace di offrire quella chiarezza, assorbendo rapidamente la componente settentrionale whig e soppiantando il partito come principale forza di opposizione ai Democratici.
Qual è il rapporto tra le politiche di Barry Goldwater e Ronald Reagan?
Goldwater, senatore dell’Arizona e figura di riferimento del Movimento Conservatore, ottenne la nomination repubblicana nel 1964 superando l’ala moderata e internazionalista guidata da Nelson Rockefeller, e propose un programma imperniato su tagli fiscali, riduzione del ruolo del governo federale nell’economia e anticomunismo intransigente. Sebbene la sua sconfitta contro Lyndon Johnson fosse netta, Goldwater riuscì comunque a conquistare cinque Stati del Deep South tradizionalmente democratici, un segnale che prefigurava il riallineamento elettorale dei decenni successivi. Ronald Reagan, che si era già distinto pubblicamente a sostegno della candidatura di Goldwater con un celebre discorso televisivo nel 1964, divenne negli anni successivi la figura di riferimento dello stesso Movimento Conservatore, e nel 1980 portò alla vittoria elettorale, con un margine netto contro Jimmy Carter, sostanzialmente lo stesso programma che Goldwater aveva anticipato senza successo sedici anni prima. Il rapporto tra i due, quindi, non è di semplice continuità biografica, ma di eredità ideologica diretta: Goldwater tracciò la rotta programmatica, Reagan la rese vittoriosa e maggioritaria.
Che cos'è stato il Tea Party e da cosa nacque?
Il Tea Party fu un movimento populista di orientamento conservatore emerso nell’estate del 2009, nel primo anno della presidenza di Barack Obama, in aperta opposizione al progetto di riforma sanitaria che sarebbe poi diventato il Patient Protection and Affordable Care Act, firmato il 23 marzo 2010. Il movimento si caratterizzò per un’ostilità di fondo verso un’imposizione fiscale ritenuta eccessiva e verso un intervento del governo federale giudicato troppo invasivo nella vita economica e sociale del paese, contribuendo a rendere compatta l’opposizione repubblicana alla legge durante il confronto parlamentare. La sua mobilitazione si tradusse in un risultato politico immediato e rilevante: le elezioni di metà mandato del 2010 segnarono per il Partito Repubblicano un netto recupero, alimentato proprio dall’energia organizzativa del Tea Party, che riportò ai Repubblicani il controllo della Camera dei Rappresentanti e ridimensionò sensibilmente la maggioranza democratica al Senato.
La Costituzione degli Stati Uniti, redatta a Philadelphia nel 1787, non menziona in alcun punto i partiti politici: essi restano corpi non previsti dalla Costituzione, sorti dalla prassi politica. Nei primi anni di vita della Repubblica i partiti erano generalmente considerati un pericolo per il buon governo repubblicano, e il Presidente George Washington poté esercitare, nei primi anni della propria Amministrazione, una leadership sostanzialmente non partigiana. Fu tuttavia lo scontro sul programma fiscale del Segretario al Tesoro Alexander Hamilton — sostenuto dal Presidente Washington — a produrre una frattura profonda all’interno della stessa Amministrazione, dando origine, tra il 1791 e il 1795, ai primi due schieramenti organizzati della storia americana. Nel suo Farewell Address, pubblicato il 19 settembre 1796 su un quotidiano di Philadelphia in vista della fine del secondo mandato, Washington ammonì i cittadini contro lo “spirito di parte”. Ironicamente, però, l’avvertimento fu del tutto inefficace anche perché i partiti che temeva erano già nati, e da quel momento avrebbero accompagnato ininterrottamente la vita politica della Nazione.
Indice
Il Partito Federalista (1791–1817)
Il Partito Federalista nacque nel 1791 attorno alla figura di Alexander Hamilton, sulla base del programma economico che questi aveva presentato come Segretario al Tesoro: il consolidamento del debito pubblico ereditato dalla Guerra d’Indipendenza, l’assunzione da parte del governo federale dei debiti contratti dai singoli Stati, l’istituzione di una banca centrale — la First Bank of the United States, il primo esperimento di banca centrale degli Stati Uniti —, il mantenimento di un sistema tariffario protettivo e un trattamento di favore per la marina mercantile americana. Il termine “federalista” era stato usato per la prima volta nel 1787 per indicare i sostenitori della nuova Costituzione, ed era stato illustrato in modo sistematico negli ottantacinque saggi noti come Federalist Papers, pubblicati tra l’ottobre 1787 e l’agosto 1788 su vari giornali di New York da Hamilton, John Jay e James Madison sotto lo pseudonimo collettivo di “Publius”, con l’obiettivo di persuadere l’opinione pubblica della necessità della ratifica.
Sul piano della politica estera, i Federalisti osservarono una posizione di neutralità rispetto al conflitto scoppiato nel 1793 tra Francia e Gran Bretagna, approvarono il Jay Treaty del 1794 — che risolse le controversie commerciali e territoriali ancora aperte con Londra — e, nella crisi del 1798-1799 con la Francia, promossero una legislazione di difesa e sicurezza interna passata alla storia come Alien and Sedition Acts, che i loro avversari denunciarono come uno strumento di repressione del dissenso politico. Il partito riuscì a eleggere alla Presidenza John Adams nel 1796, ma non tornò mai più al potere dopo la sconfitta subita nel 1800 per mano di Thomas Jefferson. Il suo declino fu determinato da più fattori: l’abilità politica degli avversari repubblicani, le divisioni interne — in particolare tra i sostenitori di Adams e quelli di Hamilton —, la riluttanza a organizzarsi in modo capillare sul territorio e, soprattutto, l’adozione di una linea sempre più marcatamente sezionale da parte dei Federalisti del New England, che nel 1808 si avvicinarono pericolosamente all’ipotesi della secessione e che si opposero con determinazione alla guerra del 1812 contro la Gran Bretagna.
Fu proprio questa opposizione a condurre, tra il dicembre 1814 e il gennaio 1815, alla Hartford Convention, un’assemblea segreta di delegati federalisti del Connecticut, Rhode Island, Massachusetts, New Hampshire e Vermont che denunciò le politiche del Presidente Madison; la quasi contemporanea notizia della vittoria statunitense nella Battaglia di New Orleans, unita alla segretezza dei lavori, screditò definitivamente il partito, che era di fatto estinto già nel 1817, sebbene i suoi ultimi rappresentanti sopravvivessero in alcuni Stati fino agli anni Venti dell’Ottocento, per poi confluire sia nel Partito Democratico sia, più tardi, nel Partito Whig. Il lascito istituzionale dei Federalisti fu tuttavia duraturo: essi organizzarono le strutture amministrative permanenti del governo nazionale, fissarono la prassi di un’interpretazione elastica della Costituzione e stabilirono la tradizione dell’integrità fiscale e della neutralità in politica estera.
Il Partito Repubblicano di Jefferson e la nascita del moderno Partito Democratico (1792–1860)
In aperta reazione al programma di Hamilton, Madison e Jefferson organizzarono a partire dal 1791 l’opposizione, che assunse nel 1792 il nome di Partito Repubblicano. I suoi aderenti adottarono l’etichetta “Repubblicano” per sottolineare il proprio orientamento antimonarchico e per rimarcare la continuità con la tradizione antifederalista che si era battuta, durante il dibattito di ratifica, per l’inserimento di una Carta dei diritti nella Costituzione. Furono gli stessi Federalisti a coniare, in tono polemico, l’etichetta di “Democratico-Repubblicani”, nel tentativo di associare gli avversari al disordine sociale generato dai “democratici radicali” della Rivoluzione francese del 1789.
La vittoria di Jefferson su Adams nell’elezione del 1800 inaugurò un periodo di prolungato dominio democratico-repubblicano: Jefferson fu riconfermato senza difficoltà nel 1804, e gli succedettero, sempre sotto l’etichetta democratico-repubblicana, James Madison (1808 e 1812) e James Monroe (1816 e 1820). Con la scomparsa dei Federalisti, Monroe poté correre senza opposizione nel 1820, in quella fase nota come Era of Good Feelings. Nel corso degli anni Venti dell’Ottocento, tuttavia, l’ingresso di nuovi Stati nell’Unione, l’allentamento dei requisiti del censo per il voto e l’introduzione, in molti Stati, dell’elezione diretta dei grandi elettori presidenziali da parte dei cittadini (in precedenza nominati dalle legislature statali) produssero una frattura interna al partito unico. Nell’elezione del 1824 la fazione democratico-repubblicana si presentò divisa in quattro candidati: il gruppo parlamentare del Partito indicò William H. Crawford, ma concorsero anche Andrew Jackson e John Quincy Adams, leader delle due maggiori fazioni, insieme a Henry Clay, Speaker della Camera, candidato dalle legislature del Kentucky e del Tennessee. Jackson ottenne la pluralità dei voti popolari ed elettorali, ma nessun candidato raggiunse la maggioranza necessaria al collegio elettorale; la decisione passò dunque, come previsto dalla Costituzione, alla Camera dei Rappresentanti, dove Clay — eliminato in quanto quarto classificato — trasferì il proprio sostegno ad Adams, che vinse la votazione e nominò successivamente Clay Segretario di Stato.
Nonostante la vittoria di Adams, la frattura tra le due fazioni non si sanò: i sostenitori di Adams, che rappresentavano gli interessi orientali, si autodefinirono Repubblicani Nazionali, mentre Jackson, la cui forza risiedeva nel Sud e nell’Ovest, chiamò semplicemente i propri seguaci Democratici. Jackson sconfisse Adams nell’elezione del 1828, e nel 1832, a Baltimore, in una delle prime convenzioni politiche nazionali della storia americana, i Democratici lo nominarono formalmente per un secondo mandato, adottarono una piattaforma di partito e stabilirono la regola per cui i candidati alla Presidenza e alla Vicepresidenza dovessero ottenere il voto di almeno due terzi dei delegati, norma che è rimasta in vigore sino al 1936.
Dal 1828 al 1856 i Democratici vinsero tutte le elezioni presidenziali con la sola eccezione di quelle del 1840 e del 1848. Nel 1844, secondo gli storici, si colloca l’adozione del nome “Partito Democratico”, senza che però ci fosse un atto politico formale. Gli anni Quaranta e Cinquanta dell’Ottocento le tensioni attorno al tema della schiavitù e della sua estensione nei territori occidentali smisero di essere solamente politiche e diventarono anche un caso di guerriglia. I Democratici del Sud, guidati da Jefferson Davis, sostenevano che la schiavitù dovesse essere ammessa in tutti i territori, mentre i Democratici del Nord, guidati dal Senatore Stephen A. Douglas, proponevano che ogni territorio decidesse autonomamente la questione attraverso un referendum, secondo il principio della popular sovereignty. Fu proprio Douglas a redigere il Kansas-Nebraska Act, approvato dal Congresso e firmato dal Presidente Franklin Pierce il 30 maggio 1854, che superò il Compromesso del Missouri del 1820 estendendo tale principio ai nuovi territori del Kansas e del Nebraska: la legge, concepita per attenuare il conflitto sezionale, ne provocò invece la radicalizzazione definitiva, ponendo le premesse tanto della fondazione del Partito Repubblicano quanto della scissione democratica che, nel 1860, avrebbe consegnato la Presidenza a un candidato di minoranza.
Il Partito Whig (1834–1854)
L’Articolo I, Sezione 8, della Costituzione elenca in modo analitico i poteri esplicitamente conferiti al Congresso, poiché derivano direttamente dal testo costituzionale senza necessità di mediazione interpretativa. Tra questi, il più rilevante dal punto di vista pratico è probabilmente il cosiddetto “potere della borsa”, ossia il controllo esclusivo che il Congresso esercita sulla tassazione, sul debito pubblico e sulla spesa federale. La Sezione 8 attribuisce infatti al Congresso il potere di «istituire e riscuotere tasse, dazi, imposte e accise», mentre la Sezione 9 dello stesso Articolo stabilisce, nella cosiddetta Appropriations Clause, che nessuna somma può essere prelevata dal Tesoro pubblico se non in conseguenza di appropriazioni stabilite per legge. Questi due poteri, combinati con la previsione secondo cui le leggi relative alle entrate fiscali devono necessariamente avere origine alla Camera, costituiscono nel loro insieme lo strumento di controllo più incisivo e concreto a disposizione del Congresso nei confronti dell’azione dell’Esecutivo, poiché nessuna politica presidenziale, per quanto ambiziosa, può essere realizzata senza il finanziamento che solo il Legislativo può stanziare.
Un secondo potere di importanza fondamentale è la cosiddetta Commerce Clause, che attribuisce al Congresso la facoltà di regolare il commercio con le nazioni estere, tra i diversi Stati dell’unione e con le tribù indiane. Il significato pratico di questa clausola, apparentemente circoscritto, si è progressivamente ampliato nel corso della storia costituzionale statunitense attraverso un’importante evoluzione giurisprudenziale. Già nel 1824, con la sentenza Gibbons v. Ogden, la Corte Suprema presieduta dal Chief Justice John Marshall interpretò in senso estensivo il concetto di “commercio”, ricomprendendovi non soltanto lo scambio di merci in senso stretto ma anche la navigazione tra Stati, stabilendo il principio secondo cui la legislazione federale in materia commerciale prevale su quella statale contrastante. Nel corso del Novecento, e in particolare a partire dagli anni Trenta, la giurisprudenza della Corte Suprema ha ulteriormente ampliato la portata della Commerce Clause, rendendola il fondamento giuridico di gran parte della legislazione federale in ambito economico e sociale, dalla regolazione del lavoro alla tutela dei diritti civili.
Il testo costituzionale attribuisce inoltre al Congresso, e non al Presidente, il potere formale di dichiarare guerra. Tuttavia, all’Articolo II, Sezione 2, la Costituzione attribuisce al Presidente l’incarico di Comandante in Capo delle forze armate. Secondo il disegno originario dei Padri Fondatori, la decisione politica di avviare formalmente uno stato di guerra doveva spettare all’organo più direttamente rappresentativo della volontà popolare, mentre la direzione operativa delle forze armate, una volta che il conflitto fosse stato autorizzato, sarebbe naturalmente ricaduta sull’Esecutivo, in virtù della maggiore rapidità decisionale e unità di comando che la conduzione delle operazioni militari richiede. Nella prassi contemporanea, tuttavia, questa distinzione si è progressivamente attenuata: gli Stati Uniti non hanno formalmente dichiarato guerra dalla Seconda Guerra Mondiale, ricorrendo invece, nei successivi conflitti, ad autorizzazioni statutarie all’uso della forza militare che, pur richiedendo comunque un intervento del Congresso, non assumono la forma solenne prevista dal testo costituzionale.
Occorre infine dedicare particolare attenzione alla cosiddetta Elastic Clause, o “clausola necessaria e appropriata”, contenuta nell’ultima disposizione della Sezione 8. Questa clausola attribuisce al Congresso il potere di «fare tutte le leggi che siano necessarie e appropriate» per l’esecuzione dei poteri espressamente enumerati e di ogni altro potere che la Costituzione conferisce al Governo federale. È essenziale sottolineare che tale disposizione non elenca poteri specifici e determinati, ma costituisce piuttosto il fondamento giuridico generale su cui si è progressivamente sviluppata la dottrina dei cosiddetti poteri impliciti del Congresso: poteri, cioè, non esplicitamente scritti nel testo costituzionale ma dedotti per via interpretativa dalla giurisprudenza della Corte Suprema. La decisione che meglio illustra questo meccanismo resta la storica sentenza McCulloch v. Maryland del 1819, nella quale la Corte, sempre sotto la presidenza di John Marshall, riconobbe la costituzionalità dell’istituzione di una Banca centrale federale — funzione non menzionata dal testo costituzionale — proprio in virtù della clausola necessaria e appropriata, formulando il principio secondo cui ogni mezzo legittimo, appropriato e non espressamente vietato dalla Costituzione, purché ragionevolmente collegato all’esercizio di un potere enumerato, deve considerarsi costituzionalmente ammissibile. Questa pronuncia ha fornito, da allora, la base argomentativa per un’espansione significativa e duratura dei poteri legislativi del Congresso, ben oltre il perimetro letterale dell’Articolo I.
Il Partito Repubblicano: dalla fondazione alla Ricostruzione (1854–1896)
Il Partito Repubblicano nacque nel 1854 dall’iniziativa di dirigenti politici provenienti dai ranghi del Partito Democratico, del Partito Whig e del movimento Free-Soil, uniti nell’opposizione all’estensione della schiavitù nei territori del Kansas e del Nebraska prevista dalla legge appena approvata dal Congresso. In due riunioni fondative, tenutesi a Ripon, nel Wisconsin, nel febbraio 1854, e a Jackson, nel Michigan, nel luglio dello stesso anno, i promotori raccomandarono la costituzione di una nuova formazione, ufficialmente fondata proprio nella Convention di Jackson. Nella prima Convention nazionale di nomina, tenutasi nel 1856, i Repubblicani candidarono alla Presidenza John C. Frémont su una piattaforma che chiedeva al Congresso l’abolizione della schiavitù nei territori; sebbene la sua candidatura fosse infruttuosa, Frémont conquistò undici Stati tra il Midwest e il Nordest e quasi i due quinti dei voti elettorali, e nel corso dei quattro anni successivi il nuovo partito soppiantò rapidamente i Whigs come principale forza di opposizione ai Democratici. Nel 1856 fu fondato anche il Comitato Nazionale Repubblicano (Republican National Committee), inizialmente composto da un rappresentante per ciascuno Stato, con il compito di sostenere la campagna presidenziale di Frémont. Le regole furono modificate nel 1920, dopo la ratifica del XIX Emendamento, per includere un delegato uomo e una delegata donna per ciascuno Stato, e ulteriormente nel 1952, per introdurre premi di rappresentanza legati al successo elettorale a livello statale.
Nell’elezione del 1860 i Democratici si divisero apertamente sulla questione della schiavitù, con l’ala settentrionale che nominò Douglas e l’ala meridionale che nominò John C. Breckinridge; concorsero anche John Bell, per il Partito dell’Unione Costituzionale, e Abraham Lincoln per i Repubblicani. Grazie a questa spaccatura, Lincoln conquistò la Presidenza con circa il 40% dei voti popolari ma il 60% dei voti elettorali, vincendo in diciotto Stati del Nord. La sua elezione innescò la secessione di sette Stati del Sud ancor prima dell’insediamento, e il Paese scivolò rapidamente nella Guerra Civile (1861-1865). Nel 1863 Lincoln firmò il Proclama di Emancipazione, che dichiarò “per sempre liberi” gli schiavi negli Stati in rivolta e ne autorizzò l’arruolamento nelle forze armate dell’Unione; l’abolizione della schiavitù fu poi definitivamente sancita nella Costituzione dal XIII Emendamento, ratificato nel 1865. Proprio in ragione di questo ruolo storico, il Partito Repubblicano viene talvolta indicato come “il partito di Lincoln”.
Al termine della guerra, la Ricostruzione del Sud divenne il principale terreno di scontro istituzionale. Lincoln venne ucciso al Ford Theatre prima della fine della e gli succedette Andrew Johnson, democratico unionista scelto come candidato Vicepresidente per ampliare la base elettorale. Da Presidente, Johnson favorì un programma di Ricostruzione moderato, in contrasto con la linea più punitiva sostenuta dai cosiddetti Repubblicani Radicali del Congresso; questi ultimi, dopo aver conquistato una maggioranza schiacciante nelle elezioni del 1866, arrivarono a promuovere l’impeachment di Johnson alla Camera, non riuscendo a condannarlo al Senato per un solo voto.
Nel Nord degli Stati Uniti, il Partito Repubblicano diventò estremamente popolare per una serie di fattori. Da una parte c’era stata la vittoria nella Guerra Civile, che lo fece identificare con l’Unione. Dall’altra parte le sue politiche tanto sul piano interno che sul piano commerciale riuscivano a soddisfare l’elettorato agricolo e industriale.
Nei decenni successivi, dagli anni Settanta agli anni Novanta dell’Ottocento, i due partiti si mantennero in un equilibrio sostanziale a livello federale, con i repubblicani che dominavano il Nordest e i democratici il Sud, dove la fine della Ricostruzione aveva permesso di introdurre leggi restrittive e intimidatorie nei confronti degli afroamericani, privandoli di fatto del diritto di voto sancito dal XV Emendamento.
Il Partito Democratico dalla Ricostruzione all’era progressista (1865–1912)
Nel medesimo periodo, il Partito Democratico restava una forza fondamentalmente conservatrice e di orientamento agrario, contraria agli interessi del grande capitale — in particolare ai dazi commerciali — e favorevole a politiche monetarie espansive volte a mantenere bassi i tassi d’interesse. L’unica interruzione del dominio repubblicano alla Presidenza fu rappresentata dai due mandati, non consecutivi, di Grover Cleveland (1885-1889 e 1893-1897). Fu proprio durante il secondo mandato di Cleveland che gli Stati Uniti sprofondarono in una grave depressione economica, sullo sfondo della quale si consumò quella che gli storici definiscono la seconda “elezione critica” della storia americana: nel 1896 i Democratici si divisero drasticamente attorno al programma monetario del proprio candidato, William Jennings Bryan, che difendeva la coniazione illimitata dell’argento (free silver) come rimedio alla crisi agricola e che ottenne la nomination dopo aver pronunciato, l’8 luglio 1896 alla Convention di Chicago, il celebre Cross of Gold speech. Bryan fu sconfitto con largo margine dal repubblicano William McKinley, favorevole al mantenimento del gold standard e di dazi elevati: McKinley ottenne 271 voti elettorali contro i 176 di Bryan, diventando inoltre il primo Presidente eletto a raccogliere la maggioranza assoluta del voto popolare dal 1872. Dal 1896 al 1932 i Democratici avrebbero occupato la Presidenza soltanto durante i due mandati di Woodrow Wilson (1913-1921), la cui vittoria fu peraltro resa possibile da una spaccatura interna al fronte repubblicano.
Il Partito Repubblicano tra progressismo e Grande Depressione (1896–1932)
L’assassinio del Presidente McKinley nel 1901 portò alla Presidenza il suo Vicepresidente Theodore Roosevelt, leader dell’ala progressista del partito, che si opponeva alle pratiche monopolistiche e speculative delle grandi imprese e adottò un atteggiamento più conciliante verso il movimento operaio e promosse la conservazione delle risorse naturali. Roosevelt fu riconfermato nel 1904 ma rinunciò a ricandidarsi nel 1908, sostenendo invece il proprio Segretario alla Guerra, William Howard Taft, che vinse facilmente. Sentendosi tradito dalle politiche più conservatrici di Taft, Roosevelt tentò senza successo di contendergli la nomination repubblicana nel 1912 e, dopo la sconfitta, abbandonò il partito per fondare il Partito Progressista, noto anche come “Bull Moose Party”, con il quale si candidò contro Taft e contro il candidato democratico Woodrow Wilson.
Con il voto repubblicano diviso tra Taft e Roosevelt, Wilson conquistò la Presidenza con appena il 41,8% dei voti popolari ma la netta maggioranza dei voti elettorali, e fu riconfermato nel 1916. Alla fine della Grande Guerra, Wilson si recò personalmente in Europa per negoziare la fine della guerra e la creazione di un sistema internazionale che riuscisse ad evitare il ripresentarsi di conflitti di quella portata in futuro. Alle elezioni del 1918, i repubblicani ottennero il controllo del Congresso facendo campagna contro l’intervento bellico degli Stati Uniti e contro gli ideali di Wilson. Punti programmatici che vennero ripresentanti anche nel 1920 da Warren Harding, che basò la propria campagna sul “ritorno alla normalità”, riferendosi continuamente a Wilson nonostante il candidato fosse James Cox. L’orientamento conservatore e filo-industriale dei Repubblicani si rivelò particolarmente attraente e il partito vinse con margini ampi le elezioni presidenziali del 1920, del 1924 e del 1928.
Il crollo di Wall Street del 1929 e la Grande Depressione che ne seguì ebbero conseguenze durissime per i Repubblicani, in gran parte a causa della loro riluttanza a contrastare la crisi attraverso un intervento diretto del governo federale nell’economia. Nell’elezione del 1932 — la terza “elezione critica” secondo la classificazione storiografica prevalente — il Presidente uscente repubblicano Herbert Hoover fu sconfitto in modo schiacciante dal democratico Franklin D. Roosevelt, e il partito fu relegato per lungo tempo al ruolo di forza minoritaria a livello nazionale.
Il Partito Democratico dal New Deal ai diritti civili (1932–1968)
Franklin D. Roosevelt, che aveva coniato l’espressione “New Deal” nel discorso di accettazione della nomination democratica pronunciato il 2 luglio 1932, varò nei celebri “Cento Giorni” un vasto programma legislativo di intervento pubblico che comprese, tra i provvedimenti più rilevanti, l’Agricultural Adjustment Act, la costituzione della Tennessee Valley Authority, la creazione della Federal Deposit Insurance Corporation e, nel 1935, la fondamentale Social Security Act, che introdusse il sistema pensionistico pubblico. Grazie alla propria abilità politica e all’ampiezza di questi programmi sociali, Roosevelt costruì una vasta coalizione — comprendente piccoli agricoltori, abitanti delle città del Nord, sindacati organizzati, immigrati europei, intellettuali liberali e riformatori — che consentì al Partito Democratico di conservare la Presidenza fino al 1953 e di controllare entrambe le Camere del Congresso per la maggior parte del periodo compreso tra gli anni Trenta e la metà degli anni Novanta. Roosevelt fu riconfermato nel 1936, nel 1940 e nel 1944, rimanendo l’unico Presidente eletto per più di due mandati; alla sua morte, nel 1945, gli succedette il Vicepresidente Harry Truman, riconfermato di stretta misura nel 1948.
Fu proprio nella Convention democratica di quell’anno che si manifestò il primo segnale evidente di rottura all’interno della coalizione rooseveltiana: una fazione di delegati del Sud, allora nota come “Dixiecrats”, abbandonò l’assemblea per protesta contro l’inserimento nel programma di partito di un impegno a contrastare le discriminazioni razziali, sostenendo la candidatura indipendente del Governatore della Carolina del Sud Strom Thurmond, che raccolse 1.169.021 voti popolari e 39 voti elettorali. La stessa frattura tornò a manifestarsi con forza nella Convention del 1964, quando il conflitto sulla partecipazione di una delegazione integrata del Mississippi Freedom Democratic Party provocò l’abbandono dei delegati bianchi dell’Alabama e del Mississippi. L’impegno del partito sui diritti civili, promosso sotto Truman, Kennedy e soprattutto Lyndon Johnson — che ottenne l’approvazione del Civil Rights Act, firmato il 2 luglio 1964 dopo un lungo filibuster dei senatori del Sud e successivamente del Voting Rights Act del 1965 — costò al partito la fedeltà storica di gran parte del proprio elettorato meridionale.
Sebbene Johnson avesse sconfitto con un’ampia maggioranza il repubblicano Barry Goldwater nel 1964, il suo sostegno nazionale si erose rapidamente per l’opposizione crescente alla Guerra del Vietnam, al punto da spingerlo a rinunciare a una nuova candidatura. Dopo l’assassinio di Robert Kennedy nel 1968, il partito designò come proprio candidato il Vicepresidente Hubert Humphrey in una Convention tenutasi a Chicago tra violenti scontri fra polizia e manifestanti; numerosi Democratici del Sud sostennero invece la candidatura del Governatore dell’Alabama George Wallace, apertamente contrario all’integrazione razziale imposta dal governo federale. Nell’elezione generale Humphrey fu sconfitto da Nixon nel collegio elettorale, conquistando, fra gli Stati del Sud, soltanto il Texas.
Franklin D. Roosevelt, che aveva coniato l’espressione “New Deal” nel discorso di accettazione della nomination democratica pronunciato il 2 luglio 1932, varò nei celebri “Cento Giorni” un vasto programma legislativo di intervento pubblico che comprese, tra i provvedimenti più rilevanti, l’Agricultural Adjustment Act, la costituzione della Tennessee Valley Authority, la creazione della Federal Deposit Insurance Corporation e, nel 1935, la fondamentale Social Security Act, che introdusse il sistema pensionistico pubblico. Grazie alla propria abilità politica e all’ampiezza di questi programmi sociali, Roosevelt costruì una vasta coalizione — comprendente piccoli agricoltori, abitanti delle città del Nord, sindacati organizzati, immigrati europei, intellettuali liberali e riformatori — che consentì al Partito Democratico di conservare la Presidenza fino al 1953 e di controllare entrambe le Camere del Congresso per la maggior parte del periodo compreso tra gli anni Trenta e la metà degli anni Novanta. Roosevelt fu riconfermato nel 1936, nel 1940 e nel 1944, rimanendo l’unico Presidente eletto per più di due mandati; alla sua morte, nel 1945, gli succedette il Vicepresidente Harry Truman, riconfermato di stretta misura nel 1948.
Fu proprio nella Convention democratica di quell’anno che si manifestò il primo segnale evidente di rottura all’interno della coalizione rooseveltiana: una fazione di delegati del Sud, allora nota come “Dixiecrats”, abbandonò l’assemblea per protesta contro l’inserimento nel programma di partito di un impegno a contrastare le discriminazioni razziali, sostenendo la candidatura indipendente del Governatore della Carolina del Sud Strom Thurmond, che raccolse 1.169.021 voti popolari e 39 voti elettorali. La stessa frattura tornò a manifestarsi con forza nella Convention del 1964, quando il conflitto sulla partecipazione di una delegazione integrata del Mississippi Freedom Democratic Party provocò l’abbandono dei delegati bianchi dell’Alabama e del Mississippi. L’impegno del partito sui diritti civili, promosso sotto Truman, Kennedy e soprattutto Lyndon Johnson — che ottenne l’approvazione del Civil Rights Act, firmato il 2 luglio 1964 dopo un lungo filibuster dei senatori del Sud e successivamente del Voting Rights Act del 1965 — costò al partito la fedeltà storica di gran parte del proprio elettorato meridionale.
Sebbene Johnson avesse sconfitto con un’ampia maggioranza il repubblicano Barry Goldwater nel 1964, il suo sostegno nazionale si erose rapidamente per l’opposizione crescente alla Guerra del Vietnam, al punto da spingerlo a rinunciare a una nuova candidatura. Dopo l’assassinio di Robert Kennedy nel 1968, il partito designò come proprio candidato il Vicepresidente Hubert Humphrey in una Convention tenutasi a Chicago tra violenti scontri fra polizia e manifestanti; numerosi Democratici del Sud sostennero invece la candidatura del Governatore dell’Alabama George Wallace, apertamente contrario all’integrazione razziale imposta dal governo federale. Nell’elezione generale Humphrey fu sconfitto da Nixon nel collegio elettorale, conquistando, fra gli Stati del Sud, soltanto il Texas.
Il Partito Repubblicano dall’eisenhowerismo al trumpismo (1952–oggi)
Nel 1952, all’interno del Partito Repubblicano si consumò un aspro scontro tra due anime contrapposte. L’ala isolazionista, favorevole a ridurre gli impegni militari e diplomatici degli Stati Uniti all’estero, sosteneva la candidatura del Senatore Robert Taft. L’ala internazionalista, convinta che un impegno attivo nella politica mondiale fosse indispensabile alla sicurezza nazionale, puntava invece su Dwight Eisenhower, comandante supremo delle forze alleate nella Seconda Guerra Mondiale, la cui popolarità era tale da avergli attirato richieste di candidatura anche da parte di esponenti democratici. Eisenhower prevalse nella Convention e vinse agevolmente le elezioni contro il democratico Adlai Stevenson.
La sua posizione sui diritti civili era pragmatica: non ostile all’integrazione razziale, era tuttavia riluttante a usare il peso politico della Presidenza per promuoverla attivamente, preferendo affidarsi alle decisioni dei tribunali. Non stupisce quindi che, nel 1957, inviasse truppe federali a Little Rock, in Arkansas, per far rispettare l’integrazione scolastica disposta dalla Corte Suprema in Brown v. Board of Education solo dopo che le autorità statali avevano apertamente sfidato l’ordine giudiziario. Durante la sua amministrazione il Congresso approvò due leggi in materia di diritti civili, nel 1957 e nel 1960, considerate dagli storici passi significativi ma insufficienti a risolvere le profonde tensioni razziali del Paese. Furono questi gli stessi anni in cui il Senatore Joseph McCarthy condusse la propria campagna contro i presunti agenti comunisti infiltrati nel governo federale; Eisenhower evitò pubblicamente di criticarlo per non lacerare l’unità del partito, pur lavorando privatamente per discreditarlo e favorendone infine la censura da parte del Senato nel 1954.
Sul piano intellettuale, questi anni videro la nascita del Movimento Conservatore come progetto organizzato e autonomo. Nel 1955 William F. Buckley Jr. fondò la rivista National Review, che divenne il principale laboratorio ideologico del conservatorismo americano, raccogliendo in una sintesi nota come Fusionism tre correnti distinte: il tradizionalismo culturale, il liberismo economico e l’anticomunismo interventista. Questa ultima componente era in tensione diretta con l’isolazionismo tradizionale dell’ala Taft, e il Movimento Conservatore non fu quindi la semplice continuazione di quella corrente, ma una coalizione più ampia e ideologicamente più articolata.
La candidatura di Richard Nixon nel 1960 sembrò attenuare temporaneamente le divisioni interne: Nixon aveva un appeal trasversale, essendo al tempo stesso favorevole all’impegno internazionale e noto come fervente anticomunista. Perse di misura contro John F. Kennedy, e secondo alcuni resoconti dell’epoca diversi esponenti repubblicani lo pressarono affinché contestasse i risultati in Illinois e Texas, ma Nixon scelse di non sollevare la questione.
Lo scontro interno si ripresentò con forza nella Convention del 1964, dove il Movimento Conservatore riuscì a far prevalere la candidatura del Senatore dell’Arizona Barry Goldwater su quella del Governatore di New York Nelson Rockefeller, leader dell’ala moderata e internazionalista. Goldwater si era opposto al Civil Rights Act del 1964 non su basi segregazioniste, ma adducendo ragioni di ordine costituzionale-libertario, sostenendo che alcune disposizioni violassero i diritti degli Stati e la libertà di associazione privata; questa distinzione, tuttavia, non impedì che la sua candidatura fosse percepita come ostile all’integrazione razziale. La sconfitta fu netta, ma Goldwater conquistò cinque Stati del Deep South — Alabama, Georgia, Louisiana, Mississippi e Carolina del Sud — che fino ad allora erano stati appannaggio quasi esclusivo dei Democratici, prefigurando il Grande Riallineamento che avrebbe ridisegnato la geografia elettorale americana nei decenni successivi.
Nel 1968 Nixon riconquistò la nomination e vinse le elezioni generali di misura, perdendo però gran parte del Sud a favore della candidatura indipendente di George Wallace, governatore democratico dell’Alabama e aperto sostenitore della segregazione razziale. Durante la sua amministrazione Nixon perseguì la cosiddetta Southern Strategy, volta a fare del Partito Repubblicano la forza egemone nel Sud: pur non essendo personalmente contrario all’integrazione, la sua Amministrazione avrebbe dato attuazione alle sentenze dei tribunali in materia razziale senza anticiparle né promuoverle attivamente. Riconfermato con una maggioranza schiacciante nel 1972, Nixon fu costretto a dimettersi nell’agosto 1974 a causa dello scandalo Watergate. Gli succedette Gerald Ford, che era stato nominato Vicepresidente nel dicembre 1973 dopo le dimissioni di Spiro Agnew, diventando così il primo Presidente della storia statunitense a non essere mai stato eletto a livello nazionale né come Presidente né come Vicepresidente. La grazia che Ford concesse a Nixon nel settembre 1974 è generalmente considerata uno dei fattori che contribuirono alla sconfitta repubblicana del 1976, quando la Presidenza passò al democratico della Georgia Jimmy Carter.
Nel 1980 Ronald Reagan, figura di riferimento del Movimento Conservatore sin dalla sua celebre televisiva a sostegno di Goldwater nel 1964, conquistò la nomination e sconfisse Carter con un margine netto, portando alla Casa Bianca il programma conservatore che Goldwater aveva anticipato sedici anni prima: tagli fiscali significativi, riduzione del ruolo del governo federale nell’economia e massiccio riarmo militare in chiave anticomunista. La sua popolarità personale, unita alla ripresa economica, gli garantì nel 1984 una vittoria in quarantanove Stati contro il democratico Walter Mondale. Il suo Vicepresidente, George H.W. Bush, proseguì i successi presidenziali repubblicani battendo nel 1988 il democratico Michael Dukakis, ma perse la ricandidatura nel 1992 contro il democratico Bill Clinton, in parte a causa della candidatura indipendente di Ross Perot, che sottrasse voti significativi al fronte conservatore. In parte a causa del calo di popolarità di Clinton, i Repubblicani conquistarono nel 1994 il controllo di entrambe le Camere del Congresso per la prima volta dal 1954, ma lo stile intransigente della nuova maggioranza guidata da Newt Gingrich provocò, nel 1995-1996, due paralisi parziali dell’Amministrazione che l’opinione pubblica attribuì in larga parte al partito.
Nel 2000 George W. Bush riconquistò la Presidenza nonostante avesse ottenuto circa 540.000 voti popolari in meno del democratico Al Gore, grazie a una maggioranza elettorale confermata dopo l’intervento della Corte Suprema, che in Bush v. Gore ordinò l’interruzione del riconteggio manuale dei voti contestati in Florida. Fu rieletto nel 2004, ma la crescente opposizione alla Guerra in Iraq consentì ai Democratici di riconquistare entrambe le Camere nelle elezioni di medio termine del 2006 e la Presidenza nel 2008 con l’elezione di Barack Obama. Le elezioni di medio termine del 2010 segnarono per i Repubblicani un recupero significativo, alimentato dall’ascesa del movimento populista noto come Tea Party, ostile a un’imposizione fiscale ritenuta eccessiva e a un governo giudicato troppo invasivo.
La candidatura di Donald Trump nelle primarie del 2016 rappresentò per la storia del partito un momento di svolta radicale: l’imprenditore e personaggio televisivo sconfisse con facilità candidati più tradizionali come Jeb Bush e Ted Cruz, e vinse il collegio elettorale contro la democratica Hillary Clinton pur avendo ottenuto quasi tre milioni di voti popolari in meno. La sua presidenza fu segnata da una frattura interna crescente tra i Repubblicani tradizionalisti e il movimento noto come MAGA, culminata nel duplice impeachment alla Camera — nel dicembre 2019 per la vicenda ucraina e nel gennaio 2021 per il ruolo nell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio — e in entrambi i casi seguita dall’assoluzione al Senato. Nonostante le difficoltà elettorali del partito nelle elezioni di medio termine del 2018 e del 2022, il controllo esercitato da Trump sulla base repubblicana si è mantenuto solido, come confermato dalla sua vittoria nell’elezione presidenziale del 2024.
Franklin D. Roosevelt, che aveva coniato l’espressione “New Deal” nel discorso di accettazione della nomination democratica pronunciato il 2 luglio 1932, varò nei celebri “Cento Giorni” un vasto programma legislativo di intervento pubblico che comprese, tra i provvedimenti più rilevanti, l’Agricultural Adjustment Act, la costituzione della Tennessee Valley Authority, la creazione della Federal Deposit Insurance Corporation e, nel 1935, la fondamentale Social Security Act, che introdusse il sistema pensionistico pubblico. Grazie alla propria abilità politica e all’ampiezza di questi programmi sociali, Roosevelt costruì una vasta coalizione — comprendente piccoli agricoltori, abitanti delle città del Nord, sindacati organizzati, immigrati europei, intellettuali liberali e riformatori — che consentì al Partito Democratico di conservare la Presidenza fino al 1953 e di controllare entrambe le Camere del Congresso per la maggior parte del periodo compreso tra gli anni Trenta e la metà degli anni Novanta. Roosevelt fu riconfermato nel 1936, nel 1940 e nel 1944, rimanendo l’unico Presidente eletto per più di due mandati; alla sua morte, nel 1945, gli succedette il Vicepresidente Harry Truman, riconfermato di stretta misura nel 1948.
Fu proprio nella Convention democratica di quell’anno che si manifestò il primo segnale evidente di rottura all’interno della coalizione rooseveltiana: una fazione di delegati del Sud, allora nota come “Dixiecrats”, abbandonò l’assemblea per protesta contro l’inserimento nel programma di partito di un impegno a contrastare le discriminazioni razziali, sostenendo la candidatura indipendente del Governatore della Carolina del Sud Strom Thurmond, che raccolse 1.169.021 voti popolari e 39 voti elettorali. La stessa frattura tornò a manifestarsi con forza nella Convention del 1964, quando il conflitto sulla partecipazione di una delegazione integrata del Mississippi Freedom Democratic Party provocò l’abbandono dei delegati bianchi dell’Alabama e del Mississippi. L’impegno del partito sui diritti civili, promosso sotto Truman, Kennedy e soprattutto Lyndon Johnson — che ottenne l’approvazione del Civil Rights Act, firmato il 2 luglio 1964 dopo un lungo filibuster dei senatori del Sud e successivamente del Voting Rights Act del 1965 — costò al partito la fedeltà storica di gran parte del proprio elettorato meridionale.
Sebbene Johnson avesse sconfitto con un’ampia maggioranza il repubblicano Barry Goldwater nel 1964, il suo sostegno nazionale si erose rapidamente per l’opposizione crescente alla Guerra del Vietnam, al punto da spingerlo a rinunciare a una nuova candidatura. Dopo l’assassinio di Robert Kennedy nel 1968, il partito designò come proprio candidato il Vicepresidente Hubert Humphrey in una Convention tenutasi a Chicago tra violenti scontri fra polizia e manifestanti; numerosi Democratici del Sud sostennero invece la candidatura del Governatore dell’Alabama George Wallace, apertamente contrario all’integrazione razziale imposta dal governo federale. Nell’elezione generale Humphrey fu sconfitto da Nixon nel collegio elettorale, conquistando, fra gli Stati del Sud, soltanto il Texas.
Il Partito Democratico dal centrismo di Clinton a Biden (1968–2025)
Dopo la pesante sconfitta del 1968 e il tracollo ancora più netto subito da George McGovern nel 1972, il Partito Democratico attraversò un periodo di riflessione sulla propria identità. Tra il 1968 e il 1972 la cosiddetta New Politics, ispirata dalle correnti più progressiste del partito, riuscì a imporre una riforma radicale delle procedure di selezione dei delegati alla convenzione nazionale. La Commissione McGovern-Fraser, istituita proprio dal Democratic National Committee, rafforzò in modo decisivo il ruolo delle primarie statali e introdusse criteri di rappresentanza proporzionale dei delegati, sottraendo così ai capi di partito e ai dirigenti sindacali il controllo diretto sulla nomina presidenziale che avevano esercitato ininterrottamente dai tempi della convenzione di Baltimora del 1832. La riforma consentì ad un outsider come Jimmy Carter, già Governatore della Georgia, di vincere la nomination (e la Presidenza) nel 1976, ma la netta sconfitta del Partito alle elezioni del 1980 così come la catastrofica sconfitta di Walter Mondale nel 1984 seguita a quella più contenuta di Michael Dukakis nel 1988 convinsero che l’eccessivo progressismo avesse allontanato l’elettorato moderato.
Fu in questo contesto che nacquero una serie di correnti volte ad allontanare il Partito Democratico dai “gruppi di interesse speciali”, legati alle correnti sindacali e progressiste. Nel 1972, subito dopo la sconfitta di McGovern, venne fondata la Coalition for a Democratic Majority, mentre nel 1985 venne fondato il Democratic Leadership Council un’organizzazione di legislatori federali e statali che si proponeva di ricollocare il partito su posizioni più centriste, convinti della necessità di attenuare gli effetti più radicali delle politiche economiche repubblicane senza però rovesciarle del tutto.
Il Governatore dell’Arkansas Bill Clinton, che presiedette il DLC sul finire degli anni Ottanta, incarnò appieno questa linea, divenendo il principale esponente di una corrente “pragmatica e centrista” all’interno del partito. Clinton conquistò la Presidenza nel 1992, sconfiggendo il repubblicano George H.W. Bush e il candidato indipendente Ross Perot con il 43% dei voti popolari contro il 37% e il 19% rispettivamente, ma con un margine assai più ampio nel collegio elettorale (370 voti contro 168). La sua Amministrazione fu segnata dalla più lunga espansione economica in tempo di pace della storia statunitense, da una riforma dell’assistenza sociale (welfare reform) concepita per attenuare le critiche repubblicane sulla dipendenza dai sussidi pubblici, e dal compromesso, largamente insoddisfacente per entrambe le parti, noto come “Don’t ask, Don’t tell” sulla presenza degli omosessuali nelle forze armate. Dopo la pesante sconfitta subita alle elezioni di metà mandato del 1994, che consegnò ai Repubblicani il controllo di entrambe le Camere del Congresso per la prima volta dal 1954, Clinton fu riconfermato nel 1996 contro il repubblicano Bob Dole, diventando il primo Democratico dai tempi di Franklin D. Roosevelt a essere eletto per un secondo mandato completo. Il secondo mandato fu segnato dallo scandalo relativo alla relazione con la stagista della Casa Bianca Monica Lewinsky, che portò la Camera dei Rappresentanti ad approvare, nel dicembre 1998, due articoli di impeachment per spergiuro e ostruzione della giustizia; Clinton fu assolto dal Senato nel febbraio 1999, divenendo comunque solo il secondo Presidente della storia statunitense a subire un procedimento di impeachment.
La sconfitta di Al Gore contro George W. Bush nel 2000 — decisa da un margine di soli cinque voti elettorali dopo l’intervento della Corte Suprema sul riconteggio in Florida, nonostante Gore avesse ottenuto circa 500.000 voti popolari in più — e quella di John Kerry contro lo stesso Bush nel 2004 mantennero il Partito Democratico all’opposizione per otto anni, in un periodo dominato dalla risposta agli attacchi dell’11 settembre 2001 e dalla crescente contestazione della Guerra in Iraq. Fu proprio il malcontento diffuso verso la gestione della guerra e, soprattutto, lo scoppio della crisi finanziaria globale nell’autunno del 2008 a favorire l’ascesa del Senatore dell’Illinois Barack Obama, che nelle primarie democratiche di quell’anno sconfisse a sorpresa la favorita Hillary Clinton, ex First Lady e allora Senatrice di New York, dopo una contesa serrata. Obama scelse come proprio candidato alla Vicepresidenza il Senatore del Delaware Joe Biden e sconfisse nettamente il repubblicano John McCain, ottenendo quasi il 53% dei voti popolari e 365 voti elettorali; la sua elezione fece di lui il primo Presidente afroamericano.
Il provvedimento più rilevante della sua Presidenza fu il Patient Protection and Affordable Care Act, comunemente noto come Obamacare, firmato il 23 marzo 2010 dopo un acceso confronto parlamentare che vide l’opposizione repubblicana compatta e la nascita, nell’estate del 2009, del movimento populista conservatore noto come Tea Party. La legge, ritenuta la riforma sanitaria di più ampia portata dall’istituzione di Medicare nel 1965, vietò il rifiuto di copertura assicurativa per patologie preesistenti ed estese l’assistenza sanitaria a circa trenta milioni di statunitensi precedentemente privi di copertura, introducendo al contempo l’obbligo individuale di sottoscrivere un’assicurazione. La legge fu impugnata davanti alla Corte Suprema, che nel 2012, con la sentenza National Federation of Independent Business v. Sebelius, ne confermò la costituzionalità nelle sue disposizioni principali. Obama fu riconfermato nel 2012 contro il repubblicano Mitt Romney, ma la sua Presidenza, come già accaduto a quella di Clinton, subì un netto ridimensionamento della maggioranza parlamentare democratica alle elezioni di metà mandato del 2010 dove riuscì a preservare la maggioranza al Senato. Nelle elezioni di metà mandato del 2014, invece, i democratici persero il controllo anche del Senato.
Gli anni di Obama videro anche un’accelerazione verso la fine delle grandi coalizioni elettorali che componevano i partiti dal secondo dopoguerra e che iniziò già a partire dagli anni ’80. Il Partito Democratico è così diventato il Partito di riferimento delle minoranze, in particolare gli afroamericani, mentre il Partito Repubblicano è diventato il Partito di riferimento dei bianchi e degli evangelici. Questa divisione religiosa, inoltre, ha fatto sì che il Partito Democratico perdesse anche tutta la sua quota di parlamentari conservatori sulle questioni sociali, portando alla perdita di decine di seggi nel Deep South. Lo stesso è avvenuto, a parti inverse, nel Nord-Est del Paese, Stati che una volta erano saldamente repubblicani sono diventati roccaforti democratiche.
La sconfitta di Hillary Clinton, questa volta candidata democratica ufficiale, contro il repubblicano Donald Trump nell’elezione del 2016 — nonostante Clinton avesse ottenuto quasi tre milioni di voti popolari in più — inaugurò per il Partito Democratico una fase di ulteriore ripensamento interno, segnata dalla crescente influenza dell’ala progressista incarnata dal Senatore del Vermont Bernie Sanders, che aveva già insidiato la nomination di Clinton nelle primarie di quell’anno, e dalla senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren.
Le elezioni di metà mandato del 2018 rappresentarono un quadro incerto per entrambi i partiti. Il Partito Democratico riuscì a vincere la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti dopo otto anni, mentre i repubblicani riuscirono ad ampliare la loro maggioranza al Senato. Il dato interessante, però, veniva rappresentato da un nuovo bacino demografico che aveva deciso di allontanarsi dal Partito Repubblicano per avvantaggiare i democratici: gli elettori nei sobborghi, in particolare l’elettorato femminile.
Le primarie per la presidenza del 2020 vennero vinte dal candidato del campo moderato, l’ex Vicepresidente Joe Biden che raccolse oltre 81 milioni di voti, il record nella storia. L’Amministrazione entrò in carica in un periodo in cui il Paese stava affrontando molteplici crisi. La prima, quella democratica, dettata dall’attacco al Campidoglio avvenuto il 6 gennaio da supporter di Trump che, su invito dello stesso Presidente sconfitto, cercarono di fermare il conteggio elettorale che avrebbe certificato la vittoria democratica. La seconda crisi, invece, era quella sanitaria: gli Stati Uniti stavano affrontando una recrudescenza dell’ondata di Covid e un piano di vaccinazione massiccio. Contemporaneamente, la pandemia aveva mandato in crisi l’economia. E infine era ancora fresca nella memoria dell’opinione pubblica l’uccisione di George Floyd, cittadino afroamericano di Minneapolis, ucciso da alcuni agenti di polizia mentre lo stavano arrestando. La morte, filmata e pubblicata sui social network, causò proteste notevoli in tutti gli Stati Uniti, innescando riflessioni sulle tensioni etniche e razziali nel Paese.
Per affrontare la crisi economica, il Congresso, sfruttando la budget reconciliation, approvò un piano economico noto come l’American Rescue Plan, del valore di 1.900 miliardi di dollari. Successivamente, grazie alla collaborazione con i repubblicani, l’Amministrazione fu in grado di approvare il più grande piano per le infrastrutture dagli anni ’50, l’Infrastructure Investment and Jobs Act. Infine, nell’estate del 2022, l’Amministrazione fu in grado di approvare l’Inflation Reduction Act, il più grande piano a favore delle energie rinnovabili mai approvato nella storia degli Stati Uniti.
Gli anni dell’Amministrazione Biden furono però anche difficili dal punto di vista della politica estera. Nell’agosto del 2021, gli Stati Uniti si ritirarono dall’Afghanistan, con una timeline decisa dall’Amministrazione Trump. Il ritiro caotico e gli attentati agli aeroporti di Kabul fecero ricordare, a molti cittadini, le scene caotiche della caduta di Saigon alla fine della Guerra del Vietnam. Nel febbraio del 2022, la Russia invase l’Ucraina e gli Stati Uniti si schierarono al fianco di Kyiv, riconoscendo aiuti economici e riuscendo ad ampliare la NATO, includendo anche Svezia e Finlandia. Il 7 ottobre, a seguito degli attentati di Hamas a Israele, cominciò la Guerra nella Striscia di Gaza che portarono ad enormi tensioni all’interno del Partito Democratico tra l’ala più progressista, filo-palestinese e l’ala moderata, filo-israeliana. Le tensioni nei college e le denunce di antisemitismo, hanno prodotto ad una spaccatura che ancora oggi è aperta, elemento centrale considerando che l’elettorato di fede ebraica vota in larga maggioranza il Partito Democratico.
Nel luglio del 2024, Biden decise di non ricandidarsi dopo una prestazione giudicata la peggiore di sempre ad un dibattito presidenziale. I dubbi sulla sua salute mentale vennero spinti anche dai membri del Partito Democratico. La nomination venne ottenuta da Kamala Harris, sua Vicepresidente, che venne sconfitta da Donald Trump sia nel collegio elettorale che nel voto popolare, per la prima volta dal 2004.
Franklin D. Roosevelt, che aveva coniato l’espressione “New Deal” nel discorso di accettazione della nomination democratica pronunciato il 2 luglio 1932, varò nei celebri “Cento Giorni” un vasto programma legislativo di intervento pubblico che comprese, tra i provvedimenti più rilevanti, l’Agricultural Adjustment Act, la costituzione della Tennessee Valley Authority, la creazione della Federal Deposit Insurance Corporation e, nel 1935, la fondamentale Social Security Act, che introdusse il sistema pensionistico pubblico. Grazie alla propria abilità politica e all’ampiezza di questi programmi sociali, Roosevelt costruì una vasta coalizione — comprendente piccoli agricoltori, abitanti delle città del Nord, sindacati organizzati, immigrati europei, intellettuali liberali e riformatori — che consentì al Partito Democratico di conservare la Presidenza fino al 1953 e di controllare entrambe le Camere del Congresso per la maggior parte del periodo compreso tra gli anni Trenta e la metà degli anni Novanta. Roosevelt fu riconfermato nel 1936, nel 1940 e nel 1944, rimanendo l’unico Presidente eletto per più di due mandati; alla sua morte, nel 1945, gli succedette il Vicepresidente Harry Truman, riconfermato di stretta misura nel 1948.
Fu proprio nella Convention democratica di quell’anno che si manifestò il primo segnale evidente di rottura all’interno della coalizione rooseveltiana: una fazione di delegati del Sud, allora nota come “Dixiecrats”, abbandonò l’assemblea per protesta contro l’inserimento nel programma di partito di un impegno a contrastare le discriminazioni razziali, sostenendo la candidatura indipendente del Governatore della Carolina del Sud Strom Thurmond, che raccolse 1.169.021 voti popolari e 39 voti elettorali. La stessa frattura tornò a manifestarsi con forza nella Convention del 1964, quando il conflitto sulla partecipazione di una delegazione integrata del Mississippi Freedom Democratic Party provocò l’abbandono dei delegati bianchi dell’Alabama e del Mississippi. L’impegno del partito sui diritti civili, promosso sotto Truman, Kennedy e soprattutto Lyndon Johnson — che ottenne l’approvazione del Civil Rights Act, firmato il 2 luglio 1964 dopo un lungo filibuster dei senatori del Sud e successivamente del Voting Rights Act del 1965 — costò al partito la fedeltà storica di gran parte del proprio elettorato meridionale.
Sebbene Johnson avesse sconfitto con un’ampia maggioranza il repubblicano Barry Goldwater nel 1964, il suo sostegno nazionale si erose rapidamente per l’opposizione crescente alla Guerra del Vietnam, al punto da spingerlo a rinunciare a una nuova candidatura. Dopo l’assassinio di Robert Kennedy nel 1968, il partito designò come proprio candidato il Vicepresidente Hubert Humphrey in una Convention tenutasi a Chicago tra violenti scontri fra polizia e manifestanti; numerosi Democratici del Sud sostennero invece la candidatura del Governatore dell’Alabama George Wallace, apertamente contrario all’integrazione razziale imposta dal governo federale. Nell’elezione generale Humphrey fu sconfitto da Nixon nel collegio elettorale, conquistando, fra gli Stati del Sud, soltanto il Texas.
Terzi partiti e movimenti minori
Accanto ai due partiti maggiori, la storia politica americana ha conosciuto numerose formazioni minori, quasi sempre incapaci di conquistare la Presidenza ma spesso capaci di orientare in modo decisivo l’agenda dei due grandi schieramenti. Nel 1891, dopo il fallimento delle Farmers’ Alliances — organizzazioni locali di agricoltori del Midwest e del Sud danneggiati dal crollo dei prezzi agricoli —, nacque il People’s Party, comunemente noto come Partito Populista, che nel 1892 candidò alla Presidenza James B. Weaver, ottenendo l’8,6% dei voti popolari e la vittoria in cinque Stati. Il programma populista chiedeva la coniazione illimitata dell’argento, un’imposta sul reddito progressiva, la proprietà pubblica delle ferrovie e l’elezione diretta dei senatori — quest’ultima misura sarebbe stata effettivamente introdotta con il XVII Emendamento del 1913. Nel 1896 i Populisti scelsero di sostenere lo stesso Bryan già candidato dai Democratici, segnando l’inizio del proprio progressivo assorbimento nel Partito Democratico; il movimento si sciolse formalmente nel 1908.
Come si è già visto, nel 1912 Theodore Roosevelt guidò la scissione del Partito Progressista, o “Bull Moose Party”, ottenendo il 27,4% dei voti popolari e ottantotto voti elettorali, un risultato che resta tra i migliori mai raggiunti da una candidatura di terzo partito nella storia americana. Nel 1948 la scissione dei Dixiecrats guidata da Strom Thurmond e, contemporaneamente, la candidatura del Partito Progressista di Henry Wallace su posizioni di sinistra, sottrassero voti al Presidente democratico Truman da direzioni opposte, senza tuttavia impedirgli la vittoria. Vent’anni più tardi, nel 1968, fu il Partito Indipendente Americano di George Wallace a raccogliere quasi il 13,5% dei voti popolari e quarantasei voti elettorali, sfruttando il malcontento di parte dell’elettorato bianco meridionale verso le politiche di integrazione razziale. Più di recente, la candidatura indipendente dell’imprenditore Ross Perot, nel 1992, ottenne quasi il 19% dei voti popolari — la migliore prestazione di un candidato indipendente dal 1912 — pur non conquistando alcun voto elettorale; Perot si ripresentò nel 1996 sotto l’etichetta del Reform Party. Nessuno di questi movimenti minori è mai riuscito a insediarsi in modo stabile nel sistema bipartitico, ma quasi tutti hanno lasciato un’impronta duratura sull’agenda legislativa dei due partiti maggiori, dimostrando la particolare capacità di assorbimento e di adattamento propria del bipartitismo americano.
Franklin D. Roosevelt, che aveva coniato l’espressione “New Deal” nel discorso di accettazione della nomination democratica pronunciato il 2 luglio 1932, varò nei celebri “Cento Giorni” un vasto programma legislativo di intervento pubblico che comprese, tra i provvedimenti più rilevanti, l’Agricultural Adjustment Act, la costituzione della Tennessee Valley Authority, la creazione della Federal Deposit Insurance Corporation e, nel 1935, la fondamentale Social Security Act, che introdusse il sistema pensionistico pubblico. Grazie alla propria abilità politica e all’ampiezza di questi programmi sociali, Roosevelt costruì una vasta coalizione — comprendente piccoli agricoltori, abitanti delle città del Nord, sindacati organizzati, immigrati europei, intellettuali liberali e riformatori — che consentì al Partito Democratico di conservare la Presidenza fino al 1953 e di controllare entrambe le Camere del Congresso per la maggior parte del periodo compreso tra gli anni Trenta e la metà degli anni Novanta. Roosevelt fu riconfermato nel 1936, nel 1940 e nel 1944, rimanendo l’unico Presidente eletto per più di due mandati; alla sua morte, nel 1945, gli succedette il Vicepresidente Harry Truman, riconfermato di stretta misura nel 1948.
Fu proprio nella Convention democratica di quell’anno che si manifestò il primo segnale evidente di rottura all’interno della coalizione rooseveltiana: una fazione di delegati del Sud, allora nota come “Dixiecrats”, abbandonò l’assemblea per protesta contro l’inserimento nel programma di partito di un impegno a contrastare le discriminazioni razziali, sostenendo la candidatura indipendente del Governatore della Carolina del Sud Strom Thurmond, che raccolse 1.169.021 voti popolari e 39 voti elettorali. La stessa frattura tornò a manifestarsi con forza nella Convention del 1964, quando il conflitto sulla partecipazione di una delegazione integrata del Mississippi Freedom Democratic Party provocò l’abbandono dei delegati bianchi dell’Alabama e del Mississippi. L’impegno del partito sui diritti civili, promosso sotto Truman, Kennedy e soprattutto Lyndon Johnson — che ottenne l’approvazione del Civil Rights Act, firmato il 2 luglio 1964 dopo un lungo filibuster dei senatori del Sud e successivamente del Voting Rights Act del 1965 — costò al partito la fedeltà storica di gran parte del proprio elettorato meridionale.
Sebbene Johnson avesse sconfitto con un’ampia maggioranza il repubblicano Barry Goldwater nel 1964, il suo sostegno nazionale si erose rapidamente per l’opposizione crescente alla Guerra del Vietnam, al punto da spingerlo a rinunciare a una nuova candidatura. Dopo l’assassinio di Robert Kennedy nel 1968, il partito designò come proprio candidato il Vicepresidente Hubert Humphrey in una Convention tenutasi a Chicago tra violenti scontri fra polizia e manifestanti; numerosi Democratici del Sud sostennero invece la candidatura del Governatore dell’Alabama George Wallace, apertamente contrario all’integrazione razziale imposta dal governo federale. Nell’elezione generale Humphrey fu sconfitto da Nixon nel collegio elettorale, conquistando, fra gli Stati del Sud, soltanto il Texas.
