Ep 08: Theodore Roosevelt e il Partito Repubblicano

Alla fine dell’Ottocento, il Partito Repubblicano sembrava aver dimenticato alcune delle idee che lo avevano portato alla Casa Bianca con Abraham Lincoln. Il Governo federale era sempre più vicino alle grandi imprese, mentre i lavoratori e le classi più povere venivano accusati di essere responsabili della propria condizione.

Poi arrivò Theodore Roosevelt. Prima come giovane riformatore, poi come Assistente alla Marina, Governatore di New York e infine Presidente degli Stati Uniti, Roosevelt riportò nel Partito Repubblicano l’idea di un Governo capace di intervenire per limitare il potere economico e proteggere l’interesse pubblico. In questo episodio raccontiamo la sua ascesa, la guerra contro i trust e la nascita dello Square Deal.

La tassa sul reddito e la Corte Suprema

Il Paese era in crisi. Nel tentativo di aumentare le entrate federali, l’Amministrazione democratica aveva approvato una nuova imposta sul reddito attraverso il Wilson-Gorman Tariff Act del 1894.

La misura prevedeva una tassa del 2% sui redditi superiori ai 4.000 dollari. Per i democratici era uno strumento per compensare la riduzione dei dazi e chiedere un contributo maggiore ai cittadini più ricchi. Per i repubblicani, invece, era una tassa iniqua e incostituzionale, perché attribuiva troppo potere a Washington.

Nel 1895 la Corte Suprema intervenne con la sentenza Pollock v. Farmers’ Loan & Trust Co.. La Corte non dichiarò illegittima qualsiasi imposta sul reddito, ma stabilì che alcune tasse sui redditi derivanti da proprietà, affitti, dividendi e interessi fossero imposte dirette e dovessero quindi essere ripartite tra gli Stati in base alla popolazione. La conseguenza fu l’annullamento della parte centrale dell’imposta federale del 1894.

La decisione mostrava quanto fosse cambiato il Partito Repubblicano. Durante la Guerra Civile, erano stati proprio i repubblicani a introdurre forme di tassazione federale per finanziare lo sforzo bellico. Ora, invece, il partito difendeva i diritti degli Stati e la proprietà privata contro l’espansione del Governo centrale.

 

Bryan e McKinley

La campagna elettorale del 1896 riportò al centro il rapporto tra Governo, ricchezza e cittadini.

I democratici candidarono William Jennings Bryan, un deputato del Nebraska che alla Convention nazionale pronunciò un discorso destinato a diventare uno dei più celebri della politica statunitense. Bryan riprese la vecchia idea secondo cui la prosperità doveva partire dalla maggioranza della popolazione e non essere semplicemente concessa ai più ricchi.

La sua posizione si opponeva alla teoria del trickle-down: non era sufficiente creare condizioni favorevoli per i grandi proprietari e aspettare che la ricchezza arrivasse agli altri. Secondo Bryan, il Governo avrebbe dovuto adottare politiche capaci di far prosperare le masse, perché la loro crescita avrebbe favorito anche le classi sociali più alte.

I repubblicani candidarono William McKinley dell’Ohio. McKinley aveva già conosciuto una pesante sconfitta politica: nel 1890 aveva sostenuto una legge sui dazi che aveva colpito duramente i consumatori e, nelle elezioni successive, aveva perso anche il proprio seggio alla Camera. Il suo consulente politico, Mark Hanna, decise di costruire una campagna molto diversa. McKinley sarebbe rimasto nella propria casa di Canton, in Ohio, mentre sarebbero stati i giornali, politici locali e i finanziatori industriali a presentarlo come il candidato della stabilità.

Bryan, al contrario, viaggiò per il Paese e arrivò a tenere anche venti discorsi in un solo giorno. La propaganda repubblicana lo descrisse come un estremista, un demagogo e una minaccia per l’ordine economico. La scelta venne presentata in termini netti: America o anarchia.

McKinley vinse con circa il 51% del voto popolare e conquistò la presidenza. Bryan, però, vinse quasi tutto il Sud e diversi Stati dell’Ovest e del Midwest. La geografia del voto mostrava che il Partito Democratico stava costruendo un’identità politica nuova, più vicina agli agricoltori e ai lavoratori.

 

Lodge e il giovane Roosevelt

La sconfitta democratica del 1896 non cancellò il problema del Partito Repubblicano. Il Partito aveva vinto, ma il suo rapporto con le grandi imprese era diventato sempre più stretto.

Un gruppo di giovani repubblicani iniziò a chiedersi se quella strategia non avrebbe finito per distruggere i valori originari del partito. Tra loro c’era Henry Cabot Lodge, un riformatore di Boston che aveva studiato nelle università più prestigiose del Paese. Lodge non voleva abbandonare il Partito Repubblicano. Preferiva combattere dall’interno, provando a riportarlo verso una politica più attiva e meno dipendente dagli interessi industriali.

A un certo punto conobbe Theodore Roosevelt, un giovane newyorkese di buona famiglia. Roosevelt aveva studiato ad Harvard e sembrava destinato a una carriera politica brillante. Ma il 14 febbraio 1884 perse, a poche ore di distanza, la madre e la moglie Alice. Roosevelt lasciò la politica e New York e si trasferì in un ranch nel Territorio del Dakota. L’esperienza dell’Ovest avrebbe avuto un ruolo importante nella sua futura identità politica: energia, autonomia, disciplina e disponibilità ad affrontare direttamente i problemi.

Lodge, intanto, iniziò la propria carriera istituzionale. Nel 1886 fu eletto alla Camera dei Rappresentanti e nel 1892 arrivò al Senato grazie all’elezione da parte della legislatura del Massachusetts.

 

La Marina e l’espansione americana

Lodge e Roosevelt condividevano un interesse particolare: la Marina.

Dopo la Guerra Civile, gli stanziamenti per la flotta erano stati ridotti. I due consideravano questa scelta un errore sia dal punto di vista militare sia da quello commerciale. Una Marina più forte avrebbe protetto le rotte e permesso agli Stati Uniti di espandere la propria presenza nei Caraibi e nel Pacifico. Le loro idee furono influenzate anche dal lavoro dell’ammiraglio Alfred Thayer Mahan, secondo cui una grande potenza commerciale aveva bisogno di una flotta moderna, di basi navali e di un accesso stabile ai mercati internazionali.

Nel 1896 McKinley nominò Roosevelt Assistente Segretario alla Marina. Era un incarico importante, anche se non ancora sufficiente a renderlo una figura nazionale. La situazione cambiò con la crisi di Cuba.

 

La guerra di Cuba

Nel 1895 la popolazione cubana si ribellò contro il dominio spagnolo. La rivolta avvenne proprio mentre la stampa americana stava diventando un mezzo di comunicazione di massa. Il prezzo dei quotidiani era sceso e i giornali avevano bisogno di storie capaci di attirare lettori. La crisi cubana era perfetta: guerra, repressione, combattenti per l’indipendenza e accuse contro il Governo spagnolo.

Il Presidente Grover Cleveland mantenne inizialmente una posizione prudente. Nel frattempo, il governatore spagnolo Valeriano Weyler introdusse politiche di concentrazione della popolazione rurale per separare i civili dagli insorti. Le condizioni nei campi e la repressione alimentavano il risentimento americano verso la Spagna.

Nel 1897 McKinley entrò alla Casa Bianca ereditando una crisi n uno stato già molto avanzato. Uno degli episodi più utilizzati dalla stampa fu quello di Evangelina Cisneros, figlia di un rivoluzionario cubano. Arrestata dalle autorità spagnole, Cisneros fu liberata grazie a un’operazione organizzata dal giornalista Carl Decker del New York World e portata negli Stati Uniti. La sua storia venne trasformata in un simbolo della causa cubana. La stampa iniziò a rappresentare gli Stati Uniti come il Paese che avrebbe dovuto intervenire contro la repressione spagnola.

Il punto di non ritorno arrivò il 15 febbraio 1898, quando la nave da guerra americana USS Maine esplose nel porto dell’Avana. La stampa attribuì immediatamente la responsabilità alla Spagna, anche se le cause dell’esplosione rimasero controverse. McKinley chiese al Congresso di autorizzare l’intervento. Il Teller Amendment stabilì che gli Stati Uniti non avrebbero annesso Cuba e che, una volta conclusa la guerra, avrebbero lasciato l’isola al proprio popolo. L’intervento venne quindi presentato come una guerra umanitaria contro una potenza coloniale europea. Ma il conflitto avrebbe trasformato gli Stati Uniti in una potenza internazionale e avrebbe aperto la strada a una nuova fase imperiale.

 

Le Filippine e il dibattito sull’impero

La guerra contro la Spagna non si limitò a Cuba. Gli Stati Uniti conquistarono il controllo delle Filippine, di Guam e di Porto Rico. Nel Pacifico, inoltre, il Congresso approvò l’annessione delle Hawaii, dopo il rovesciamento della monarchia locale sostenuto da interessi economici legati alla produzione dello zucchero.

Fu Theodore Roosevelt, da assistente segretario alla Marina, a sostenere una strategia offensiva nel Pacifico. Quando iniziò la guerra, lasciò l’incarico e si arruolò come comandante dei Rough Riders, un reggimento composto da volontari, cowboy, atleti e soldati provenienti da ambienti diversi.

La vittoria contro la Spagna aprì un nuovo conflitto interno al Partito Repubblicano.

I repubblicani più anziani erano contrari al controllo delle Filippine. L’espansione sembrava costosa, difficile da difendere e incoerente con la Dichiarazione di Indipendenza. Con quale autorità, si chiedevano, gli Stati Uniti avrebbero potuto insegnare la libertà nelle scuole filippine mentre negavano l’autogoverno agli abitanti dell’arcipelago?

I giovani repubblicani, invece, consideravano l’espansione una missione. Albert J. Beveridge fu uno dei principali sostenitori di questa posizione. Nel discorso The March of the Flag presentò gli Stati Uniti come una potenza con il compito di diffondere le proprie istituzioni, il lavoro libero e i valori americani oltre i confini continentali.

Nel dicembre del 1898, con il trattato di Parigi, gli Stati Uniti ottennero Porto Rico, Guam e le Filippine. Cuba non fu formalmente annessa, ma rimase sottoposta a una forte influenza americana.

L’imperialismo americano aveva una caratteristica diversa da quello delle potenze europee, almeno nella sua giustificazione pubblica: veniva presentato come una missione di liberazione e civilizzazione. Nella pratica, però, comportava il controllo politico, militare ed economico di altri territori.

 

Il ritorno al Governo attivo

Gli Stati Uniti che si affacciavano al Novecento non erano più il Paese agricolo dei primi repubblicani. Erano diventati una potenza industriale, con grandi concentrazioni di ricchezza e imprese abbastanza potenti da influenzare il Governo.

Roosevelt riteneva sacra la proprietà privata, ma non pensava che potesse prevalere sui diritti degli individui. Il Governo doveva proteggere chi produceva valore — lavoratori, piccoli imprenditori e cittadini istruiti — e impedire che le grandi imprese trasformassero il mercato in un sistema chiuso. La sua posizione non coincideva con il socialismo. Roosevelt voleva difendere il capitalismo, ma sosteneva che il capitalismo dovesse essere regolato. Le grandi corporation non erano necessariamente un problema; lo diventavano quando usavano il proprio potere per eliminare la concorrenza o condizionare le istituzioni.

 

Roosevelt Governatore di New York

Dopo il ritorno vittorioso da Cuba, Roosevelt fu eletto Governatore dello Stato di New York. Qui provò ad applicare la propria idea di Governo attivo.

Ridusse i rapporti privilegiati tra lo Stato e le grandi imprese, aumentò la pressione fiscale sulle corporation e sostenne una maggiore protezione dei lavoratori. Il suo stile era diretto e conflittuale, molto diverso da quello dell’establishment repubblicano, tanto da esser considerato difficile da controllare. La soluzione fu inserirlo nel ticket presidenziale come Vicepresidente di McKinley alle elezioni del 1900, con l’idea di allontanarlo dal potere esecutivo reale.

McKinley e Roosevelt vinsero contro William Jennings Bryan. Roosevelt scoprì rapidamente che la vicepresidenza era un incarico privo di poteri effettivi: il Senato non era in sessione e il Vicepresidente non aveva un’agenda autonoma.

Il 6 settembre 1901, però, l’anarchico Leon Czolgosz sparò a McKinley durante una visita pubblica. Il Presidente morì per le ferite il 14 settembre e questo fece diventare Roosevelt il nuovo Presidente.

Il ritorno di Lincoln

Uno dei primi atti di Roosevelt fu invitare alla Casa Bianca Booker T. Washington, educatore e riformatore afroamericano. L’incontro ricordava quello tra Abraham Lincoln e Frederick Douglass e provocò una reazione indignata nel Sud. Per molti democratici, il semplice fatto che il Presidente cenasse con un uomo nero rappresentava un affronto. Per Roosevelt, invece, l’incontro era coerente con una parte della tradizione repubblicana: l’idea che il Governo dovesse riconoscere il contributo dei cittadini afroamericani alla vita nazionale.

Nel suo primo messaggio al Congresso, Roosevelt sostenne la regolamentazione delle grandi imprese, la limitazione dell’orario di lavoro per donne e bambini, una distribuzione più equa delle risorse naturali e il rafforzamento dell’esercito e della Marina. Questa politica sarebbe stata poi associata allo Square Deal, un programma fondato su tre idee: controllo delle corporation, tutela dei consumatori e conservazione delle risorse naturali.

 

La Northern Securities Company

Nel 1901 J. P. Morgan contribuì alla fusione di due grandi imprese siderurgiche nella United States Steel Corporation. Poco dopo, la Northern Securities Company riunì interessi ferroviari in un conglomerato pensato anche per aggirare le norme antitrust. Ne nacque una causa legale portata davanti alla Corte Suprema. Mentre i giudici deliberavano Morgan si appellò direttamente al Presidente per chiedergli di sistemare la questione in via negoziale, una richiesta che venne completamente rigettata da Roosevelt interessato esclusivamente a fermare i trust e i conglomerati.

Nel 1902 l’Amministrazione avviò un’azione antitrust contro la società. La Corte Suprema avrebbe poi ordinato lo scioglimento della Northern Securities.

Roosevelt iniziò anche a usare il potere presidenziale per mediare nei conflitti tra imprese e lavoratori. Durante lo sciopero dei minatori del carbone del 1902, minacciò di intervenire con l’esercito se i proprietari non avessero accettato di negoziare. I minatori ottennero un aumento salariale e una riduzione dell’orario. I proprietari, però, conservarono il diritto di assumere anche lavoratori non iscritti al sindacato. Roosevelt non si schierava completamente né con il capitale né con il lavoro. Voleva essere l’arbitro del conflitto e impedire che una delle due parti potesse paralizzare il Paese.

 

La battaglia contro la Old Guard

Il Congresso rimaneva però nelle mani dei repubblicani più vicini alle imprese. Al Senato, Nelson W. Aldrich esercitava un’influenza enorme grazie ai rapporti con il mondo industriale e finanziario. Alla Camera, lo speaker Joseph G. Cannon controllava le commissioni e decideva quali proposte potessero arrivare al voto.

Roosevelt si trovò quindi a dover combattere anche contro il proprio partito. La sua agenda era spesso bloccata dalla Old Guard, ma il Presidente poteva contare su un’opinione pubblica sempre più favorevole alle riforme. Nel 1904 Roosevelt vinse le elezioni contro Alton B. Parker con un risultato netto. La vittoria gli diede un mandato più forte per proseguire la politica di regolamentazione. Nel 1906 il Congresso approvò l’Hepburn Act, che aumentò i poteri federali nella regolamentazione delle ferrovie. Nello stesso anno arrivarono il Pure Food and Drug Act e il Meat Inspection Act, che introdussero controlli federali sulla sicurezza degli alimenti, dei medicinali e della carne destinata al commercio tra gli Stati.

 

L’eredità di Roosevelt

Nel 1907 Roosevelt chiese nuove misure: una tassa di successione, un’imposta sul reddito, maggiore controllo sulle corporation e una regolamentazione del mercato azionario. Il Congresso ignorò gran parte delle sue proposte. Nel messaggio del 1908, Roosevelt attaccò apertamente i grandi proprietari delle imprese petrolifere e ferroviarie, accusandoli di usare risorse economiche illimitate per bloccare ogni riforma. Il suo mandato stava però per terminare e fu determinato dal non candidarsi una seconda volta per mantenere una promessa elettorale, decise quindi scegliere il proprio erede in William Howard Taft, suo Segretario alla Guerra. Taft era rispettato, conosceva il funzionamento delle istituzioni e sembrava abbastanza vicino a Roosevelt da continuare lo Square Deal.

Ma Roosevelt stava per commettere un errore. La sua scelta avrebbe aperto una nuova frattura nel Partito Repubblicano.

Show Notes:

Episodio 8: Teddy (1894-1908)