Ep 06: Il Rinnegato e la Ricostruzione: Andrew Johnson contro i repubblicani

Alle 11 del mattino del 15 aprile 1865, Andrew Johnson giurò come nuovo presidente degli Stati Uniti. Abraham Lincoln era morto da poche ore e il Paese si trovava davanti a un problema immediato: come ricostruire l’Unione dopo quattro anni di guerra.

Johnson avrebbe dovuto completare il lavoro iniziato da Lincoln. Invece, la sua idea di Ricostruzione entrò rapidamente in conflitto con quella dei repubblicani al Congresso. Il ritorno degli ex Stati confederati, i Black Codes, il 14° Emendamento, le violenze nel Sud e la nascita di una nuova frattura all’interno del Partito Repubblicano: in questo episodio raccontiamo la prima fase della Ricostruzione americana.

Il nuovo presidente

Abraham Lincoln morì alle 7.22 del 15 aprile 1865. Poche ore dopo, Andrew Johnson giurò come diciassettesimo presidente degli Stati Uniti davanti al presidente della Corte Suprema Salmon P. Chase.

Johnson era stato scelto da Lincoln come vicepresidente nel ticket della National Union, una coalizione costruita per tenere insieme repubblicani e democratici favorevoli all’Unione. Non era un repubblicano e non condivideva la visione del partito sul ruolo del Governo federale.

Per Johnson, gli Stati dovevano conservare ampi margini di autonomia. La politica era soprattutto una competizione tra gruppi di potere e il Governo federale avrebbe dovuto occuparsi di un numero limitato di questioni. Il primo dossier sulla sua scrivania, però, era la ricostruzione del Paese appena uscito dalla guerra.

Il Congresso era in pausa e non sarebbe tornato a Washington fino a dicembre. Per alcuni mesi, quindi, Johnson ebbe la possibilità di gestire la Ricostruzione quasi senza il contrappeso dei parlamentari repubblicani.

 

Il piano di Johnson

Nell’estate del 1865 Johnson nominò governatori provvisori negli ex Stati confederati e chiese loro di convocare assemblee costituenti. Le condizioni per il ritorno nell’Unione erano relativamente semplici:

  • ratificare il 13° Emendamento, che aboliva la schiavitù;

  • rinunciare alla secessione;

  • respingere i debiti contratti dalla Confederazione;

  • riconoscere formalmente la supremazia del Governo federale.

Gli ex confederati che volevano ottenere l’amnistia dovevano giurare fedeltà agli Stati Uniti. Alcune categorie, però, dovevano presentare una richiesta individuale al Presidente: gli ex funzionari federali passati con la Confederazione, i vertici politici e militari sudisti e le persone con proprietà di valore superiore ai 20mila dollari.

Johnson fu molto generoso nel concedere i perdoni presidenziali. In poche settimane, migliaia di ex confederati recuperarono i propri diritti politici e tornarono a occupare posizioni di potere. Il Sud veniva così riammesso nell’Unione senza che fosse richiesto il suffragio degli afroamericani.

Il risultato fu paradossale: gli stessi uomini che avevano guidato la secessione poterono contribuire alla ricostruzione dei Governi statali.

 

I Black Codes

Gli Stati del Sud abolirono formalmente la schiavitù, ma cercarono subito di costruire un sistema che mantenesse il controllo sulla popolazione nera. Nacquero così i Black Codes, leggi diverse da Stato a Stato ma accomunate da un obiettivo: limitare la libertà degli afroamericani e costringerli a rimanere disponibili per il lavoro agricolo.

In Mississippi, per esempio, gli afroamericani potevano essere arrestati per vagabondaggio se non avevano un contratto di lavoro. In altri Stati venivano introdotti coprifuoco, permessi per spostarsi, restrizioni sulla possibilità di possedere armi e limiti alla vendita dei prodotti agricoli.

Gli afroamericani non potevano inoltre testimoniare contro i bianchi in molti tribunali del Sud. Le sanzioni potevano includere lavori forzati, frustate e forme di sfruttamento che riproducevano, con strumenti giuridici nuovi, rapporti molto simili a quelli della schiavitù.

Queste leggi resero evidente il limite del progetto di Johnson: la schiavitù era stata abolita, ma i governi meridionali non avevano intenzione di riconoscere agli ex schiavi una piena cittadinanza.

 

La questione della rappresentanza

La fine della schiavitù modificava anche il modo in cui il Sud sarebbe stato rappresentato al Congresso. Prima della Guerra Civile, gli schiavi erano conteggiati ai fini della rappresentanza secondo la regola dei tre quinti. Dopo l’abolizione, ogni persona avrebbe contato per intero.

Il problema era che gli afroamericani non avevano diritto di voto. La popolazione nera avrebbe quindi aumentato il numero di seggi assegnati agli Stati del Sud senza poter influire sulle elezioni.

Il Sud avrebbe potuto tornare nell’Unione più rappresentato di prima, mentre gli ex schiavi sarebbero rimasti esclusi dal processo politico. Per i repubblicani al Congresso, questo era inaccettabile.

 

Il Congresso torna a Washington

Il 4 dicembre 1865 il Congresso riaprì i lavori. Johnson considerava la Ricostruzione praticamente conclusa e si aspettava che i parlamentari approvassero le delegazioni inviate dagli Stati del Sud.

Tra i senatori indicati dalla Georgia c’era anche Alexander Hamilton Stephens, l’ex Vicepresidente della Confederazione. La sua presenza rese ancora più evidente il problema: un esponente di vertice del governo confederato avrebbe potuto tornare a sedere nel Congresso degli Stati Uniti.

I repubblicani bloccarono l’insediamento delle delegazioni meridionali e istituirono una Commissione di quindici parlamentari per esaminare la situazione degli ex Stati confederati. Il Congresso iniziò così a costruire una propria politica di Ricostruzione, diversa da quella della Casa Bianca.

Venne inoltre presentato un disegno di legge per garantire agli afroamericani alcuni diritti fondamentali: cittadinanza, possibilità di firmare contratti, accesso ai tribunali, diritto di testimoniare e possibilità di possedere proprietà.

Johnson pose il veto. Per il presidente, il Congresso stava ampliando troppo il potere federale e favorendo una parte della popolazione a discapito degli Stati e dei cittadini bianchi.

Questa volta, però, i repubblicani superarono il veto, privando Johnson del controllo sulla Ricostruzione.

 

Il 14° Emendamento

Nell’aprile del 1866 la Commissione presentò una proposta destinata a diventare il 14° Emendamento.

L’emendamento rovesciava il principio stabilito dalla sentenza Dred Scott v. Sandford, secondo cui gli afroamericani non potevano essere cittadini degli Stati Uniti. Il testo stabiliva che tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti fossero cittadini degli Stati Uniti e dello Stato in cui risiedevano.

Il 14° Emendamento proteggeva inoltre il diritto al giusto processo e imponeva agli Stati di garantire una forma di eguale protezione davanti alla legge. Prevedeva anche una riduzione della rappresentanza per gli Stati che avessero negato il diritto di voto ai cittadini maschi adulti.

Infine, impediva agli ex funzionari della Confederazione di ricoprire incarichi pubblici se avevano prestato giuramento alla Costituzione e poi avevano partecipato alla ribellione.

Gli Stati del Sud rifiutarono inizialmente di ratificare l’emendamento. Il Congresso rispose rendendone la ratifica una condizione per il ritorno pieno nell’Unione.

Johnson cercò di convincere i governi meridionali a non accettarlo. Era convinto che le elezioni di metà mandato del 1866 avrebbero restituito il controllo del Congresso ai democratici e permesso di cancellare quella che considerava una politica repubblicana radicale.

 

Le violenze di New Orleans

La violenza politica continuò anche dopo la fine della guerra.

Nell’estate del 1866, a New Orleans, una convention di unionisti discuteva l’ipotesi di estendere il diritto di voto agli afroamericani e di limitare temporaneamente quello degli ex confederati. Un gruppo di bianchi armati attaccò l’edificio in cui si riunivano i delegati.

Morirono decine di persone, in gran parte afroamericane. Johnson non condannò l’attacco con la fermezza che i repubblicani si aspettavano. Al contrario, continuò a sostenere che il Congresso fosse illegittimo perché non aveva ammesso i rappresentanti degli Stati del Sud.

La sua posizione diventò sempre più aggressiva. Durante un tour politico nel Paese, il Presidente attaccò pubblicamente i repubblicani radicali e arrivò a evocare l’impiccagione di Thaddeus Stevens, uno dei principali leader dell’ala più intransigente del partito.

L’immagine di Johnson ne uscì compromessa. Il presidente sembrava utilizzare il proprio ruolo per fare campagna contro il Congresso, mentre gli ex Stati confederati reintroducevano forme di controllo sulla popolazione nera.

 

La sconfitta politica di Johnson

Le elezioni di metà mandato del 1866 andarono nella direzione opposta a quella prevista da Johnson. I repubblicani ottennero una maggioranza dei due terzi in entrambe le Camere del Congresso.

Da quel momento il Presidente non poteva più impedire l’approvazione delle leggi con il veto. Il Congresso aveva i numeri per superarlo e procedere con il proprio programma di Ricostruzione.

Il 2 marzo 1867 venne approvato il Military Reconstruction Act. Il Sud fu diviso in cinque distretti militari e gli Stati furono obbligati a riscrivere le proprie costituzioni. Per essere riammessi pienamente, avrebbero dovuto riconoscere i diritti degli afroamericani e garantire il suffragio maschile.

L’esercito federale fu incaricato di sorvegliare le operazioni politiche e le elezioni. Per i repubblicani, si trattava di uno strumento necessario per impedire ai vecchi gruppi di potere di riprendere il controllo. Nel Sud, invece, la presenza militare fu considerata un’occupazione.

 

La libertà oltre il lavoro

I repubblicani avevano costruito la propria identità attorno all’idea che il lavoro libero potesse offrire a ogni individuo la possibilità di migliorare la propria condizione. Ma l’esperienza degli ex schiavi rendeva quella promessa molto meno credibile.

Dopo l’abolizione, molti afroamericani si ritrovarono a lavorare per gli stessi proprietari e negli stessi terreni di prima, spesso attraverso contratti agricoli svantaggiosi. Per questo una parte di loro chiedeva non solo il diritto di lavorare, ma anche terre, salari più equi, scuole e programmi pubblici.

La richiesta di confisca e redistribuzione delle terre entrava in tensione con la difesa repubblicana della proprietà privata. Il partito aveva abolito la schiavitù, ma non aveva risolto la dipendenza economica dei liberati.

Nel 1866 anche molti agricoltori bianchi poveri iniziarono a chiedere un intervento più deciso del Governo. Il fallimento dei raccolti e il ritorno dei grandi proprietari legati alla Confederazione rendevano difficile la ripresa economica del Sud.

 

La frattura nel Partito Repubblicano

Mentre il Congresso cercava di ridefinire i rapporti razziali e politici nel Sud, nel Nord si rafforzavano le lotte sindacali e le tensioni tra lavoratori e grandi imprese.

All’interno del Partito Repubblicano emerse una nuova divisione. Da una parte c’erano i radicali, favorevoli a contrastare il potere delle grandi aziende e a estendere il ruolo del Governo federale. Dall’altra, repubblicani più moderati temevano che un programma troppo ambizioso avrebbe allontanato gli investitori e gli elettori più conservatori.

La guerra aveva trasformato il partito in una forza nazionale. Ma proprio il successo del Governo federale e la crescita dell’economia industriale stavano creando nuovi interessi, molto diversi da quelli degli agricoltori e dei piccoli proprietari che avevano sostenuto il repubblicanesimo delle origini.

La stagione progressista del Partito Repubblicano cominciava così a entrare in crisi.

Show Notes:

Episodio 6: Il Rinnegato e la Ricostruzione (1865-1866)