
Non c’è forse ironia più amara che compiere i dieci anni da kingmaker della politica mondiale da rinnegato.
L’8 novembre 2016, a sorpresa, Donald Trump sconfisse Hillary Clinton in quella che fu la più grande sorpresa delle elezioni presidenziali dal 1948. Non c’era motivo per pensare che questo potesse accadere: da una parte un’avvocata e poi First Lady, diventata Senatrice e poi Segretaria di Stato, colei che aveva dovuto gestire la transizione dalla politica assertiva e interventista dell’Amministrazione di George W. Bush a quella più diplomatica e di ripristino del multilateralismo immaginata da Barack Obama. Dall’altra parte c’era un imprenditore di New York, pluridivorziato, amico dei Clinton, ex democratico che aveva disseminato in tutta la campagna elettorale gaffe che dimostravano quanto poco sapesse della cosa pubblica.
Forse, però, con il senno di poi, era questa la chiave. Nel 2016 la crescita economica stava ancora scaldando i motori, ma gli effetti della Grande Recessione, che aveva dispiegato tutte le sue conseguenze negli anni di Obama, si erano fatti sentire chiaramente in tutta la Rust Belt. Il Medio Oriente era tornato a essere fonte di instabilità mondiale a causa dell’insorgenza dell’ISIS e la Russia era tornata a fare quello che i più anziani e adulti ricordavano facesse l’Unione Sovietica: annettere pezzi di Paesi circostanti per ampliare il proprio territorio.
La scelta, però, all’epoca non poteva essere più chiara: erano due proposte completamente agli antipodi. Eppure, la notte dell’8 novembre 2016, Donald Trump raggiunse un obiettivo che nessuno credeva possibile, tanto che persino i repubblicani stessi lo avevano abbandonato. Pur avendo vinto il Collegio Elettorale, Trump aveva perso il voto popolare per tre milioni di voti, il distacco più ampio nella storia politica degli Stati Uniti. Davanti a questa fotografia, era semplice pensare che Trump fosse un incidente della storia, destinato a spegnersi nel giro di qualche anno.
Ma non è stato così. Trump ha dimostrato, a ogni sconfitta elettorale, una capacità pressoché unica di sfuggire alle regole del gioco politico.
Nel 2018 riuscì ad ampliare la maggioranza al Senato pur avendo perso la Camera dei Rappresentanti. Due anni dopo, nonostante la malagestione pandemica, perse di un soffio le presidenziali e il suo partito recuperò seggi in quella stessa Camera, contro ogni pronostico. Nel 2022, con la sua ombra proiettata sui candidati repubblicani, il GOP riuscì a vincere la maggioranza. E poi ci furono gli anni delle incriminazioni, dei processi e delle condanne.
Trump venne accusato di detenere documenti classificati nella propria residenza di Mar-a-Lago, in Florida, a pochi passi da dove gli iscritti si incontravano. In qualche occasione era stato lo stesso Trump a mostrare documenti reputati top secret ai suoi ospiti. Ci fu l’incriminazione a New York, con annessa condanna, per aver usato fondi privati per spese elettorali, pagando il silenzio della pornoattrice Stephanie Gregory Clifford, in arte Stormy Daniels, con cui aveva avuto un rapporto sessuale e che minacciava di far deflagrare ulteriormente la traballante campagna elettorale del 2016.
Tra il 2020 e il 2021, dopo la sconfitta alle presidenziali contro Biden, fece pressioni sul Segretario di Stato della Georgia, Brad Raffensperger, affinché “trovasse 11.780 voti”, uno in più della vittoria di Biden in Georgia, per ribaltarne il risultato elettorale. Trump venne incriminato e per la prima volta gli venne scattata una foto segnaletica, poi usata per raccogliere fondi.
Infine l’inchiesta e l’incriminazione per aver cercato di sovvertire le elezioni presidenziali, culminate con l’attacco al Campidoglio del 6 gennaio 2021. Per qualsiasi altra persona l’insurrezione al Campidoglio sarebbe stata l’inizio della caduta nell’ignominia, condannando l’intero movimento politico.
Tutte queste regole, però, non valgono per Trump. Complice la fragilità fisica di Biden, il panico e la difficoltà dei democratici nel contenere l’inflazione post-pandemica e le crisi mondiali che si moltiplicavano a vista d’occhio, Trump ha condotto una campagna martellante e aggressiva promettendo misure contro il carovita e un ritorno alla normalità che aveva caratterizzato gli affari internazionali durante la sua Amministrazione: ciò è stato sufficiente per farlo tornare alla guida della Casa Bianca con la vittoria del 5 novembre 2024.
I critici oggi chiamano “culto” la corrente politica MAGA, ma non è forse questa la rappresentazione più corretta di un movimento? Donald Trump è stato capace di empatizzare con i propri elettori a prescindere dal loro background sociale, culturale ed economico, intercettando la rabbia per lo status venuto a mancare con la crisi del 2007-2009. Una parte di quegli elettori che oggi un certo mondo politico prende in giro e che magari sono andati a qualche comizio con un cappello rosso con la scritta Make America Great Again, nelle elezioni del 2008 e del 2012 aveva votato per Barack Obama, attratta da quel populismo che prometteva di rimettere in carreggiata comunità che erano state sventrate e svuotate dagli accordi di libero commercio; promessa che però Obama non era riuscito a mantenere, sia per mancanza di tempo, sia perché il ritorno allo status quo significava ritornare a un mondo che semplicemente non esisteva più, che aveva risposte per domande che non venivano più poste.
Alle persone piacciono i record per avere un metro di paragone, e quindi ne ritorna un altro: era dal 2004 che i repubblicani non vincevano il voto popolare in un’elezione presidenziale. Trump era riuscito in questo, vendicandosi anche del torto subito otto anni prima.
Ma un mandato, per quanto forte, può essere malinterpretato, ed è forse il più grande errore che un politico possa compiere. Trump e il GOP hanno interpretato la vittoria del 2024 come un assegno in bianco per fare della democrazia e delle istituzioni tutto quello che volevano, azzerando il sistema di pesi e contrappesi.
Il Presidente ha trasformato il proprio incarico in quello di un Imperatore che ristruttura la casa del popolo e l’intera capitale a proprio piacimento, che rinomina laghi, golfi, montagne e stretti a suo gusto. Il Dipartimento di Giustizia è stato tramutato in una cabina di regia per attaccare i nemici politici. Le emittenti televisive che lo criticano vengono minacciate costantemente di vedersi revocata la licenza di trasmissione nel caso in cui non si adeguino al nuovo corso. I miliardari a capo delle più importanti aziende tecnologiche si sono mostrati ben disposti ad adattarsi al nuovo corso per evitare azioni ostili contro il loro business, come i primi tentativi di nazionalizzazione dell’azienda di chip Intel, di cui l’Amministrazione ha acquistato il 10% delle azioni.
Il Presidente andava compiaciuto. Una sfilza di leader mondiali si è recata allo Studio Ovale, portando doni e complimenti per avvicinarsi a quel capo politico a cui basta una buona parola per cambiare l’intera impostazione della politica estera.
Il Congresso, parte essenziale del sistema dei pesi e contrappesi, ha ceduto volontariamente la sua centralità, temendo ritorsioni dall’uomo che aveva in mano una connessione senza precedenti con il cuore della base elettorale: perdere contro i democratici è un conto, ma perdere alle primarie sfidati da una persona appoggiata dal Presidente è qualcosa che fa molta più paura.
E poi studi legali e università, tutti piegati o costretti a piegarsi, ognuno per le proprie presunte colpe: aver collaborato con le Amministrazioni precedenti, aver intentato cause contro il nuovo corso o aver portato avanti i tentativi di integrazione, tutti obiettivi decisamente non in linea con la rivoluzione culturale che l’Amministrazione Trump voleva portare avanti. Quella “follia woke”, come veniva definita, che aveva sì conosciuto distorsioni in alcuni ambienti universitari, ma che certamente non imponeva ai bambini di cambiare genere tra una lezione e l’altra nelle scuole.
A questo overreach non ha fatto seguito il rispetto delle promesse elettorali. La guerra in Ucraina che doveva finire in 24 ore è stata affiancata dalla guerra in Iran, cominciata perché il colpo di Stato in Venezuela è iniziato e finito nel giro di qualche ora, così da far credere a Trump che qualsiasi azione contro l’Iran potesse concludersi con la stessa rapidità e con lo stesso successo.
Ed è stato il nuovo conflitto mediorientale, unito alla guerra commerciale dichiarata lo scorso anno, a far detonare la più grande bomba elettorale vista il 3 novembre 2026. I democratici non hanno vinto solo il Congresso, ma nei singoli Stati hanno ottenuto risultati così importanti che bisogna risalire a metà del Novecento per trovare dei parallelismi. Trump ha sostanzialmente perso l’appoggio non solo di quei gruppi demografici che avevano deciso di sostenerlo solo due anni fa, come i latinoamericani, ma si è imposto solo di misura tra i gruppi demografici che costituivano la colonna portante del Partito Repubblicano. I maschi bianchi, ad esempio, sono stati vinti dai repubblicani con un margine di 13 punti, 56 a 43, in calo di 14 punti sul 2024. Tra gli elettori bianchi di età compresa tra i 18 e i 29 anni, lo swing a favore dei democratici è stato di 30 punti.
Da questo punto di vista, la sconfitta di Donald Trump a queste elezioni non ha davvero paragoni in nessun altro momento della sua vita politica, in cui era sempre stato possibile trovare elementi che potessero consolarlo. E, purtroppo per lui, si inserisce un altro elemento che rende questa sconfitta particolarmente pesante. La Costituzione degli Stati Uniti è abbastanza chiara: un Presidente non può essere eletto per più di due volte. A meno di interpretazioni evolutive da parte di una Corte Suprema ben attenta a rispettare il volere originario dei padri costituenti, Trump non potrà più candidarsi alle presidenziali. Ma i parlamentari repubblicani potranno ancora candidarsi al Congresso.
La scelta, quindi, sarà questa: prendere le distanze da un Presidente profondamente impopolare, le cui azioni e le cui scelte hanno quasi portato all’estinzione del Partito, o rimanere a lui vicini, con il rischio di subire sconfitte ben peggiori alle prossime presidenziali, che saranno tra due anni. Se dovesse prevalere il primo orientamento, la debolezza di Trump sarà ancora più evidente e il Presidente sarà presto costretto a combattere per rimanere rilevante, una dinamica con cui non ha mai dovuto fare i conti ma che rappresenta il suo peggior timore.
In un Paese in cui il mandato presidenziale dura quattro anni ed è rinnovabile una sola volta, avere un’influenza decennale è un’impresa in cui sono riusciti ben pochi Presidenti. Ma le forze gravitazionali della politica statunitense sono troppo forti, anche per uno come Trump che ha cercato di sfuggire a tutto ciò che normalmente incatena a terra i politici. I primi segnali che intenda combattere anche in questa evenienza si vedono dalla scelta di nominare il fedelissimo Stephen Miller come Capo dello Staff, segno che la partita verrà giocata ancora una volta in contrattacco. Non è detto che Trump non ci riesca anche questa volta, dimostrandosi un politico molto più capace di quanto i suoi detrattori pensassero dieci anni fa.
In fin dei conti due anni passano incredibilmente veloci nella politica statunitense. Ma sono anche un periodo incredibilmente lungo per chi sa giocare le proprie carte.
