Perché si chiama così, e perché serviva questa procedura
Quando i repubblicani hanno vinto le elezioni, la loro piattaforma legislativa era relativamente contenuta: prorogare i tagli fiscali del 2017 e semplificare la produzione energetica. Nei primi cento giorni di mandato, Donald Trump non ha promosso iniziative legislative particolarmente ambiziose, concentrandosi piuttosto sull’espansione dei poteri dell’esecutivo. La One Big Beautiful Bill resta, in questo contesto, l’unico grande provvedimento legislativo discusso dal Congresso nel periodo.
Per essere approvata al Senato senza il voto dei democratici, la legge passa attraverso la reconciliation, una procedura che la stampa statunitense definisce spesso “arcaica”: permette di approvare leggi con maggioranza semplice invece della maggioranza dei tre quinti normalmente richiesta. Il meccanismo parte dalla risoluzione del budget, un atto che assegna a ciascuna commissione di Camera e Senato obiettivi di spesa o di risparmio, lasciando poi alle commissioni stesse la scelta di quali programmi tagliare o finanziare.
La reconciliation è regolata dalla Byrd Rule, che impone che ogni norma inclusa abbia una funzione economica sostanziale e prevalente. È il motivo per cui, durante l’amministrazione Biden, un tentativo di riforma dell’immigrazione tramite reconciliation è stato bloccato: gli effetti di policy superavano lo stanziamento economico. A decidere cosa può restare nel testo è la parliamentarian del Senato, figura tecnica nominata dal leader di maggioranza; quello attuale, Elizabeth MacDonough, è in carica dal 2012. Negli ultimi 25 anni la reconciliation è diventata lo strumento con cui i presidenti ottengono il primo successo legislativo del mandato, come già avvenuto con l’Affordable Care Act, il Tax Cuts and Jobs Act del 2017, l’American Rescue Plan e l’Inflation Reduction Act.
