National Security Strategy 2025: la dottrina di politica estera dell'Amministrazione Trump

La National Security Strategy 2025 è il documento con cui la seconda Amministrazione Trump ha definito la propria linea di politica estera, pubblicato senza cerimonie ma capace di attirare attenzione soprattutto per il linguaggio durissimo riservato all'Unione Europea, storico alleato degli Stati Uniti dal Secondo Dopoguerra. Come ogni National Security Strategy, non va letta come un testo immutabile: gli affari internazionali restano imprevedibili, come dimostrano crisi che nessun documento può anticipare del tutto. Resta però uno strumento utile per capire l'orientamento dell'Amministrazione in carica e misurarne le scelte nei prossimi anni. Questo report analizza i contenuti principali della strategia, area geografica per area geografica, e li confronta con la National Security Strategy del 2017, la prima firmata da Trump.

Un documento pubblicato in sordina

La National Security Strategy è stata diffusa senza un discorso del Presidente né del Consigliere per la Sicurezza Nazionale, né del Segretario di Stato, un rilascio notturno che ha fatto discutere. Secondo Rebecca Lissner,

una lettura attenta della NSS rivela una miriade di asserzioni senza fondamento e incoerenze interne. Ma nessun documento scritto può veramente guidare, catturare o disciplinare la politica estera di Trump, spesso impulsiva, erratica o opportunistica.

Per Lissner, la pubblicazione senza cerimonia suggerisce che la Casa Bianca la consideri più una casella da spuntare che una dichiarazione vincolante di intenti strategici, tanto che il suo pubblico, dal Campidoglio alle capitali alleate, dovrebbe “ignorarla in modo opportuno”.

 

Il documento si inserisce nella stessa logica che l’Amministrazione Trump ha applicato fin dai primi giorni alle istituzioni interne, dagli studi legali alle università fino al Dipartimento dell’Istruzione: una revisione sistematica di ogni traccia considerata “liberal”. In politica estera, questa linea si è già tradotta nello smembramento dell’USAID e nell’uso dei dazi doganali non solo come leva commerciale ma come strumento di pressione politica. La NSS 2025 estende questa impostazione anche al linguaggio ufficiale: “Le nostre élite hanno profondamente frainteso la disponibilità dell’America di portare sulle spalle il peso del mondo anche quando il popolo americano non ha visto connessioni con l’interesse nazionale”, si legge nel documento, che parla di un impegno mal calcolato “sul globalismo e sul cosiddetto libero commercio”.

Rispetto alla strategia del 2017, il testo del 2025 abbandona i riferimenti al ruolo della Costituzione come argine contro il potere incontrollato e i toni positivi sulle istituzioni multilaterali come ONU e NATO. Anche sul commercio il cambio di rotta è netto: se nel 2017 si chiedevano relazioni “più giuste”, oggi la strategia adotta un’impostazione apertamente mercantilista, con gli Stati Uniti descritti quasi come un’azienda alla ricerca di contratti pubblici all’estero, più che come governo.

La retorica della pace e i suoi limiti

Le prime pagine rivendicano il ruolo di Trump come mediatore in otto conflitti in otto mesi: tra Cambogia e Thailandia, Kosovo e Serbia, Repubblica Democratica del Congo e Ruanda, Pakistan e India, Israele e Iran, Egitto ed Etiopia, Armenia e Azerbaigian, oltre alla fine della guerra a Gaza con il ritorno di tutti gli ostaggi. Il documento attribuisce questi risultati “alla sua capacità di realizzare accordi”.

L’analista Paul B. Stares nota però che diversi di questi conflitti non erano di fatto in corso, come nel caso di Egitto ed Etiopia o Serbia e Kosovo, e che le cause profonde delle tensioni restano irrisolte. L’accordo tra Armenia e Azerbaigian non affronta il nodo centrale del conflitto, anche se amplia l’influenza statunitense nella regione; tra Thailandia e Cambogia le tensioni si sono riaccese di recente, mentre non sono mai terminate quelle tra Congo e Ruanda o tra Israele e Hamas.

Il ritorno della dottrina Monroe nell’emisfero occidentale

L’attenzione della NSS 2025 per l’emisfero occidentale è cresciuta in modo netto: da un’unica pagina nella strategia del 2017 a tre pagine e mezzo in questa edizione, coerente con l’interesse dell’amministrazione per Groenlandia, Canada, stretto di Panama e la ridenominazione del Golfo del Messico. Il documento cita direttamente la Dottrina Monroe, il principio enunciato dal presidente James Monroe nel messaggio al Congresso del 2 dicembre 1823, che stabiliva quattro punti: nessuna interferenza statunitense negli affari europei, riconoscimento delle colonie europee esistenti, nessuna nuova colonizzazione nell’emisfero e la considerazione come atto ostile di ogni tentativo europeo di controllare nazioni della regione.

La NSS 2025 aggiunge quello che definisce un “Trump Corollary“:

Negheremo a competitor esterni all’emisfero l’abilità di posizionare forze o altre capacità minacciose o possedere o controllare asset strategici vitali nel nostro emisfero.

La strategia articola l’approccio su due binari: “ingaggiare” i Paesi della regione tramite diplomazia commerciale, accordi reciproci e dazi per contrastare flussi migratori e narcotraffico, ed “espandere” l’influenza statunitense scoraggiando la collaborazione di questi Paesi con potenze terze. È un approccio che richiama la storica “diplomazia del dollaro” di stampo tafttiano, in cui gli Stati americani non vengono trattati come partner paritari ma come territori da orientare economicamente. Il documento arriva a specificare che ogni ambasciata statunitense dovrebbe conoscere “le principali opportunità economiche” nei rispettivi Paesi, in particolare sui grandi contratti pubblici.

Sulla criminalità organizzata transnazionale, che causa più vittime americane di qualsiasi altra minaccia alla sicurezza nazionale, la strategia adotta un taglio quasi esclusivamente militare, evidente nelle azioni delle forze armate statunitensi contro imbarcazioni sospettate di narcotraffico nei Caraibi, un compito storicamente affidato alla Guardia Costiera. Il documento non menziona mai il tema della corruzione nei governi della regione, elemento che secondo Rebecca Lissner è centrale per capire perché i gruppi criminali riescano a operare.

Asia: dalla minaccia cinese alla competizione economica

La sezione asiatica si apre con una critica severa alle amministrazioni precedenti, accusate di aver creduto che l’apertura commerciale alla Cina ne avrebbe favorito l’integrazione in un ordine internazionale basato su regole condivise. “Questo non è accaduto”, afferma il documento: “la Cina è diventata ricca e potente e ha usato il proprio benessere e potere a proprio vantaggio.” A differenza della strategia del 2017, però, la Cina non viene più descritta come una minaccia esplicita, ma come un competitor economico da contenere tramite cooperazione commerciale con i partner della regione, nel tentativo di evitare un confronto militare diretto.

L’Indo-Pacifico perde la connotazione ideologica di scontro tra un ordine libero e uno repressivo presente nel 2017, per diventare principalmente un’area di scambio commerciale. Gli Stati Uniti chiedono a Europa, Giappone, Corea del Sud, Australia, Canada e Messico di adottare politiche che aiutino a “ribilanciare l’economia cinese verso un consumo domestico”, riconoscendo che altre regioni non possono assorbire da sole l’eccesso di capacità produttiva della Cina. Taiwan viene citata quasi esclusivamente come produttore di semiconduttori, mentre la Corea del Nord non compare mai nel documento, un’assenza che segna una differenza netta rispetto al 2017.

Europa: dall’alleanza alla critica ideologica

Il capitolo europeo contiene i toni più duri di tutto il documento. Le difficoltà economiche e militari dell’Unione Europea sono note da anni, ma qui si aggiunge una critica politico-ideologica senza precedenti nei documenti ufficiali statunitensi. Un’anticipazione era arrivata a inizio 2025 con il discorso del Vicepresidente JD Vance alla Conferenza di Monaco, in cui accusava l’UE di censurare alcune forze politiche, seguito da un incontro con il partito Alternative für Deutschland durante la campagna elettorale tedesca.

Se la strategia del 2017 descriveva la Russia come una minaccia che mina l’unità transatlantica, quella del 2025 non contiene alcuna critica a Mosca: gli Stati Uniti si propongono anzi come mediatori per un riavvicinamento diplomatico tra Europa e Russia, sostenendo che “gestire le relazioni europee con la Russia implica un impegno diplomatico statunitense significativo […] per mitigare il rischio di un conflitto tra Russia e Stati europei.” L’Unione Europea viene invece descritta come parte del problema, accusata insieme ad “altre organizzazioni transnazionali” di minare la sovranità e la libertà politica del continente attraverso le politiche migratorie.

Il sostegno americano si rivolge quindi ai singoli Stati europei, non alle istituzioni comuni, con l’incoraggiamento esplicito verso “partiti europei patriottici”. Vale la pena notare che l’Heritage Foundation, l’organizzazione dietro il Project 2025 che orienta l’agenda dell’amministrazione, aveva discusso a inizio 2025 di come ridurre il peso della Commissione Europea e della Corte di Giustizia UE. Sul tema Ucraina, il documento accusa i funzionari europei di “aspettative irrealistiche sulla guerra”, mentre promette di porre fine alla “percezione, e prevenire nella realtà, che la NATO sia un’alleanza in perpetua espansione”.

Medio Oriente: il presunto disimpegno

Durante il suo primo viaggio in Medio Oriente della seconda amministrazione, Trump ha dichiarato conclusa l’epoca del nation-building: “I cosiddetti nation-builder hanno distrutto molte più nazioni di quante ne abbiano costruite.” La strategia riflette questa impostazione, sostenendo che la regione ha perso centralità sia come fonte energetica, ora che gli Stati Uniti sono tra i principali esportatori mondiali, sia come teatro di competizione tra superpotenze, grazie al rafforzamento delle alleanze con Golfo e Israele.

L’analista Steven A. Cook osserva però una contraddizione tra questa retorica e la realtà operativa: gli Stati Uniti mantengono contingenti a Kiryat Gat, in Israele, per supervisionare il piano di pace a Gaza, e la Casa Bianca lavora attivamente alla normalizzazione tra Siria e il resto della regione. Per Cook, ignorare il Medio Oriente sarebbe una miopia strategica nella competizione con la Cina, che vi ha interessi consolidati, dalle relazioni con l’Iran alle rotte del Mar Rosso.

Africa: continuità più che rottura

Il capitolo africano annuncia l’intenzione di superare decenni di politica “occupata a diffondere l’ideologia liberal” a favore di partnership commerciali e di un passaggio “da aiuto estero a un paradigma di investimenti e crescita”. Nella pratica, l’approccio ricalca quello di amministrazioni precedenti di entrambi i partiti, dagli investimenti privati promossi da Biden alla collaborazione con “Stati selezionati” già vista sotto Bush, fino all’attenzione per il settore energetico africano indicata da Obama. Al continente sono dedicate appena mezza pagina, senza alcun riferimento al tema della corruzione.