Ep. 09: Roosevelt contro Taft: la scissione del Partito Repubblicano

Nel 1908 Theodore Roosevelt lasciò la Casa Bianca convinto di aver trovato il successore ideale: William Howard Taft, il suo Segretario alla Guerra. I due erano amici, alleati e condividevano molte idee sulla necessità di un Governo più attivo.

In pochi anni, però, la loro relazione si trasformò in uno scontro politico. Taft si avvicinò all’ala conservatrice del Partito Repubblicano, mentre Roosevelt tornò in campo per difendere il proprio progetto di riforma. La rottura portò alla nascita del Partito Progressista, alla vittoria di Woodrow Wilson nel 1912 e alla definitiva marginalizzazione dei repubblicani progressisti.

Taft alla Casa Bianca

Nel 1908 i democratici candidarono per la terza volta William Jennings Bryan. Dopo le sconfitte del 1896 e del 1900, Bryan cercò di riproporre un programma centrato sulla riduzione dei dazi e sulla regolamentazione delle grandi imprese.

I repubblicani scelsero William Howard Taft, indicato da Theodore Roosevelt come il candidato capace di continuare il lavoro della sua Amministrazione. Taft era stato Segretario alla Guerra e aveva una formazione giuridica. Roosevelt lo considerava affidabile, equilibrato e sufficientemente vicino alle sue idee.

La campagna elettorale fu molto diversa da quella del 1904. Bryan viaggiò e parlò in tutto il Paese, mentre gli imprenditori sostenevano Taft e minacciavano conseguenze economiche in caso di vittoria democratica.

Taft vinse con ampio margine. Il Partito Repubblicano mantenne la Casa Bianca, ma nel Congresso iniziò a emergere un gruppo di parlamentari che si definivano progressisti e che avrebbe complicato il rapporto tra il Presidente e il Partito.

Donne e progressismo

Il progressismo aveva iniziato a creare nuove forme di partecipazione politica. Tra le richieste più importanti c’era il suffragio femminile.

Le motivazioni del movimento non erano però sempre le stesse. Le suffragette rivendicavano il voto come un diritto individuale e come una conseguenza della cittadinanza. Altri movimenti femminili sostenevano invece che le donne avrebbero potuto “moralizzare” la politica grazie a una presunta sensibilità materna e a una maggiore distanza dalla corruzione degli uomini.

Questa seconda impostazione era legata ai movimenti per la temperanza, la riforma urbana, la salute pubblica e la protezione dell’infanzia. Le donne venivano rappresentate come una forza capace di correggere gli eccessi dell’industrializzazione.

Il suffragio femminile diventava così parte della più ampia discussione sul ruolo del Governo e sulla possibilità di affidare allo Stato nuovi compiti sociali.

Taft e la politica dei tribunali

Taft era un riformatore, ma non aveva la stessa visione politica di Roosevelt. La sua mentalità era soprattutto giuridica. Preferiva applicare le leggi esistenti invece di inventare nuovi strumenti politici.

Nei primi anni della sua Amministrazione, il Dipartimento di Giustizia avviò numerose azioni contro i monopoli. I procedimenti antitrust furono più numerosi rispetto a quelli iniziati durante la presidenza Roosevelt.

La differenza stava nel metodo. Roosevelt usava la presidenza per costruire un rapporto diretto con l’opinione pubblica e imporre una direzione politica. Taft si affidava alle procedure, ai tribunali e agli strumenti già previsti dall’ordinamento.

Il risultato fu una contraddizione: Taft poteva apparire più aggressivo di Roosevelt nella lotta giudiziaria contro i trust, ma allo stesso tempo sembrava molto meno disponibile a riconoscere il ruolo politico del Governo federale.

La frattura diventa pubblica

Nel 1909 Taft convocò una sessione speciale del Congresso per rivedere i dazi doganali. La riduzione dei dazi era popolare in teoria, ma molto più complicata nella pratica: ogni settore industriale voleva che venissero abbassate le imposte sui propri prodotti e mantenute alte quelle sui prodotti concorrenti.

I repubblicani progressisti dell’Ovest chiedevano una revisione sostanziale. L’Old Guard, invece, difendeva gli interessi degli imprenditori della Costa orientale.

Il risultato fu il Payne-Aldrich Tariff Act, che invece di ridurre in modo significativo i dazi finì per aumentarli su numerosi prodotti. La misura penalizzava soprattutto gli agricoltori e le regioni dell’Ovest, mentre proteggeva diversi settori industriali orientali.

Taft decise di difendere la legge e la definì “la migliore che il Partito Repubblicano abbia mai approvato”. La dichiarazione provocò la reazione dei progressisti, realizzando una frattura che divenne pubblica nel giro di pochi mesi.

A questo si aggiunse Roosevelt: la sua assenza dal panorama politico fece sì che l’ala conservatrice si sentì libera di attaccarne l’eredità, tanto che anche lo Speaker della Camera Joseph Cannon accusò Roosevelt di essere diventato un radicale. Ritornato in patria dopo un viaggio in Africa, Roosevelt decise di attaccare frontalmente il proprio Partito ad un convegno di veterani della Guerra Civile. La minaccia alla Repubblica, affermò, era cambiata, non proveniva Slave Power ma dalle grandi imprese e un piccolo gruppo di uomini molto ricchi, capaci di controllare il Governo e il sistema finanziario.

Roosevelt presentò così un proprio programma politico, definito Nuovo Nazionalismo che stabiliva la protezione della proprietà privata ma senza che questa prevalesse sui diritti individuali. Il Governo federale doveva proteggere i lavoratori e impedire che la concentrazione della ricchezza bloccasse la possibilità di prosperare.

La nascita del Partito Progressista

Alle elezioni di metà mandato del 1910 i democratici conquistarono il controllo del Congresso. Il risultato dimostrò che la domanda di riforme non era limitata a pochi parlamentari repubblicani.

Roosevelt decise quindi di tornare in campo. Nel 1912 cercò di ottenere la nomination repubblicana e sfidare Taft. La Convention repubblicana fu però controllata dall’Old Guard. I delegati favorevoli a Roosevelt vennero contestati e, in diversi casi, esclusi dal computo. La nomination venne assegnata a Taft. Roosevelt e i suoi sostenitori abbandonarono il Partito Repubblicano e aderirono al nuovo Partito Progressista, fondato da Robert M. La Follette e poi associato alla candidatura di Roosevelt. Il simbolo del partito era un alce, da cui il soprannome Bull Moose Party.

I democratici candidarono Woodrow Wilson, governatore del New Jersey ed ex Presidente della Princeton University. Il Partito Socialista presentò Eugene V. Debs.

Tutti e quattro i principali candidati proponevano forme diverse di riforma, ma il risultato fu determinato dalla scissione dei repubblicani che permise a Wilson di vincere le elezioni.

I repubblicani persero la Casa Bianca e il controllo del Congresso. Ora avevano due possibilità: adottare le idee progressiste che avevano conquistato molti elettori oppure chiudersi nella difesa degli interessi industriali.

Scelsero la seconda strada.

Wilson, la segregazione federale e il New Freedom

Woodrow Wilson era nato in Virginia e cresciuto in una famiglia legata al Sud e alla Confederazione. La sua elezione venne percepita dai repubblicani come il ritorno al potere politico di un mondo che il Partito aveva sconfitto durante la Guerra Civile.

Nel Sud, la fine della Ricostruzione aveva permesso la costruzione del sistema Jim Crow e della dottrina “separati ma uguali”. Nel 1896 la Corte Suprema aveva stabilito, nella sentenza Plessy v. Ferguson, che la segregazione non fosse necessariamente contraria alla Costituzione.

Con Wilson, la segregazione entrò anche negli uffici federali, consentendo ai membri del suo Gabinetto di introdurla nei rispettivi dipartimenti.

Wilson presentò il proprio programma come New Freedom. Alcune proposte erano vicine al Nuovo Nazionalismo di Roosevelt: riduzione dei dazi, riforma fiscale, controllo delle grandi imprese e intervento sul sistema finanziario.

Nel 1913, per la prima volta dal 1801, un Presidente si presentò personalmente davanti al Congresso per sostenere un programma legislativo. Wilson chiese la riduzione dei dazi e fece della riforma tariffaria uno dei primi obiettivi della sua Amministrazione. Sono anche gli anni di grandi riforme costituzionali e istituzionali: l’istituzione di un imposta sul reddito resa possibile dal XVI Emendamento, l’istituzione del sistema delle Federal Reserve, l’elezione diretta dei senatori grazie al XVII Emendamento e il XIX Emendamento per riconoscere il diritto di voto alle donne.

La Prima guerra mondiale

Il 28 giugno 1914 Gavrilo Princip assassinò a Sarajevo l’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo e sua moglie. Un mese dopo iniziò la Prima guerra mondiale.

Gli Stati Uniti rimasero neutrali per gran parte del conflitto. Wilson invitò gli americani a mantenere la neutralità non solo nelle azioni, ma anche nelle parole. La Gran Bretagna, però, avviò una forte attività di propaganda per orientare l’opinione pubblica americana verso la causa alleata.

Nel 1917 Wilson decise di chiedere al Congresso la dichiarazione di guerra alla Germania. Tra le ragioni principali c’erano la ripresa della guerra sottomarina indiscriminata da parte tedesca e il telegramma Zimmermann, con cui la Germania aveva cercato di coinvolgere il Messico in un possibile conflitto contro gli Stati Uniti.

L’intervento americano venne giustificato con motivazioni diverse da quelle delle potenze europee. Gli Stati Uniti dichiaravano di combattere per la democrazia, la sicurezza collettiva e l’autodeterminazione dei popoli.

I Quattordici punti

L’8 gennaio 1918 Wilson presentò al Congresso i suoi Quattordici punti sulla base della quale costruire un sistema internazionale in grado di mettere fine a conflitti di questa portata. Wilson decise di partecipare personalmente ai negoziati di pace in Europa, una scelta senza precedenti per un Presidente americano.

A Parigi si confrontò con le proprie controparti europee che però avevano obiettivi molto diversi rispetto a quelle statunitensi: non c’era un disegno di lungo termine, bensì ragionamenti tipici delle politiche di potenza che avevano sempre caratterizzato la politica estera del Vecchio Continente.

Wilson commise due errori politici.

Il primo fu cercare di negoziare personalmente quasi ogni questione, lasciando negli Stati Uniti un Congresso che iniziava a sfuggire al suo controllo.

Il secondo fu non includere Henry Cabot Lodge nella delegazione americana. Lodge era il Presidente della Commissione Affari Esteri del Senato e avrebbe avuto un ruolo decisivo nella ratifica del trattato di pace.

La Costituzione attribuisce al Presidente il potere di negoziare e firmare i trattati, ma richiede il consenso del Senato per la ratifica. Escludere Lodge significava affrontare il Congresso senza aver coinvolto uno degli uomini più importanti per l’approvazione dell’accordo.

Lodge si oppose alla Società delle Nazioni perché temeva che l’organizzazione avrebbe vincolato gli Stati Uniti ad alleanze permanenti e limitato la loro libertà di intervento. Secondo i repubblicani, il progetto entrava inoltre in conflitto con la Dottrina Monroe e con l’avvertimento di George Washington contro le alleanze permanenti.

La ratifica del trattato di Versailles e l’ingresso nella Società delle Nazioni fallirono. Gli Stati Uniti non entrarono nell’organizzazione voluta da Wilson.

Il dopoguerra

Dopo la guerra, l’economia americana affrontò una transizione difficile. Il ridimensionamento della spesa militare e il rientro dei soldati aumentarono la disoccupazione. L’inflazione e il peggioramento delle condizioni di lavoro provocarono scioperi in diversi settori.

I repubblicani interpretarono molte proteste come parte di un complotto rivoluzionario. La Rivoluzione russa del 1917 rese il comunismo un bersaglio politico perfetto. Tra il 1919 e il 1920, gli Stati Uniti vissero il periodo della Paura rossa. Scioperi, attentati e movimenti operai vennero presentati come segnali di una possibile rivoluzione comunista. A Boston scioperarono anche i poliziotti. Il governatore del Massachusetts, Calvin Coolidge, intervenne con decisione e ordinò la sostituzione degli agenti. La sua risposta lo trasformò in una figura nazionale. Nello stesso periodo, la repressione colpì sindacalisti, immigrati e afroamericani. Le proteste per i diritti civili si intrecciarono con linciaggi e violenze razziali. La paura del radicalismo venne utilizzata per giustificare la limitazione delle libertà politiche.

Wilson era però determinato a salvare la Società delle Nazioni con un tour nazionale, ma durante il viaggio ebbe un grave crollo fisico. Dopo il ritorno alla Casa Bianca, le sue condizioni vennero tenute in gran parte nascoste e la gestione quotidiana dell’Amministrazione passò soprattutto alla First Lady Edith Wilson e ai collaboratori più vicini.

Le elezioni del 1920 finirono per diventare un referendum sul periodo progressista. I repubblicani candidarono Warren G. Harding, senatore dell’Ohio, e Calvin Coolidge come Vicepresidente. I democratici scelsero James M. Cox, affiancato da Franklin D. Roosevelt.

Harding promise un “ritorno alla normalità”. I repubblicani volevano archiviare le riforme progressiste, la guerra e l’internazionalismo di Wilson riuscendo a trionfare con circa il 60% del voto popolare, mettendo fine anche alla stagione politica iniziata con Roosevelt.

Il dominio delle grandi imprese

L’Amministrazione Harding fu segnata da scandali e corruzione. Il potere effettivo si concentrò sempre più nei dipartimenti guidati da Herbert Hoover e Andrew Mellon.

Mellon sostenne la riduzione delle imposte sui redditi più alti. I repubblicani puntarono sull’espansione dei commerci, sulla protezione delle imprese e sull’aumento dei dazi.

Dopo la morte di Harding nel 1923, Calvin Coolidge mantenne la stessa impostazione. Il Governo ridusse ulteriormente le tasse e sostenne il mondo industriale, anche quando questo significava interpretare in modo molto elastico le norme antitrust. Nel 1928 il Partito Repubblicano candidò Herbert Hoover, che vinse con il 58,2% dei voti. Il partito era convinto che il proprio modello economico avesse finalmente realizzato la promessa di prosperità per tutti.

Ma il 29 ottobre 1929 la Borsa crollò.

La fiducia nella capacità del Partito Repubblicano di guidare il Paese verso la prosperità si trasformò rapidamente in una crisi politica. Il sogno di Lincoln era stato sostituito dalla sicurezza delle grandi imprese. Ora quella sicurezza stava per crollare insieme all’economia americana.

Show Notes:

Episodio 9: 'Progressista' a chi?! (1908-1929)