Ep. 11: "L'uno non può vivere se l'altro sopravvive": il rapporto tra Partito Repubblicano e Roosevelt

Il 12 aprile 1945, Franklin Delano Roosevelt morì a Warm Springs per un’emorragia cerebrale, dopo essere stato eletto per quattro mandati consecutivi. La sua scomparsa aprì una fase di instabilità che il Partito Repubblicano seppe sfruttare, riconquistando il Congresso nel 1946 dopo oltre un decennio all’opposizione.

Questo episodio segue il periodo tra la morte di Roosevelt e l’inizio della Guerra Fredda: la presidenza di Harry Truman, il Taft-Hartley Act, il maccartismo, la guerra di Corea e lo scontro decisivo tra Robert Taft e Dwight Eisenhower per il controllo del Partito Repubblicano.

Un Presidente fragile e influente

Franklin Delano Roosevelt fu eletto quattro volte consecutive, un caso unico nella storia degli Stati Uniti. Guidò il Paese fuori dalla Grande Depressione e attraverso la Seconda guerra mondiale, usando strumenti di comunicazione nuovi per l’epoca: i fireside chats radiofonici gli permettevano di parlare direttamente a milioni di famiglie americane, spiegando con un linguaggio semplice le riforme economiche e le ragioni della crisi.

Roosevelt aveva contratto la poliomielite a 39 anni, che gli paralizzò gli arti inferiori. Il grado di consapevolezza pubblica su questa condizione resta oggetto di dibattito storiografico. Nel 1944, lo stato di salute di Roosevelt era già un problema politico evidente. La Convention democratica sostituì il Vicepresidente Henry Wallace — considerato troppo progressista — con Harry Truman, senatore conservatore del Missouri, gradito ai delegati del Sud. La scelta rispondeva anche a una lezione imparata dal fallimento della Società delle Nazioni: la fine della guerra avrebbe richiesto una stretta collaborazione con il Senato, che deve dare il proprio consenso alla ratifica dei trattati internazionali.

I repubblicani candidarono Thomas Dewey, favorevole al New Deal e con posizioni simili a quelle di Roosevelt in politica estera. La sua campagna puntò soprattutto sull’età e sulla salute del Presidente. Per contrastare questa narrazione, Roosevelt fu costretto a fare campagna elettorale — cosa che aveva promesso di non fare — facendosi vedere in giro anche sotto la pioggia, a bordo della limousine presidenziale scoperta.

Nel febbraio 1945, di ritorno dalla Conferenza di Yalta, Roosevelt si presentò per la prima volta al Congresso parlando da seduto. Ad aprile i medici gli consigliarono di riposare nella sua villa di Warm Springs, in Georgia. Il 12 aprile morì di emorragia cerebrale.

Truman e il vuoto di potere

Harry Truman giurò come 33° Presidente degli Stati Uniti poche ore dopo la morte di Roosevelt. Fino a quel momento non era stato informato né dei dettagli dei piani bellici né dell’esistenza del Progetto Manhattan, il programma segreto per lo sviluppo dell’arma atomica.

Roosevelt aveva costruito la propria leadership su un rapporto diretto e personale con l’elettorato, senza investire nella struttura organizzativa del Partito Democratico. Truman si trovò quindi a governare senza la stessa base di consenso popolare del predecessore — una condizione che l’ala repubblicana di Robert Taft seppe sfruttare rapidamente.

La crisi economica del dopoguerra

La fine della guerra portò una scarsità improvvisa di beni di consumo, con file simili a quelle viste durante la Depressione. La domanda superava l’offerta e i prezzi salirono rapidamente.

Nel novembre 1945 scoppiarono scioperi nei settori automobilistico e siderurgico. Nel maggio 1946 si fermarono anche i ferrovieri, lasciando passeggeri bloccati lungo le linee. Truman, esasperato, chiese al Congresso di poter arruolare nell’esercito chiunque scioperasse in quei settori strategici Questo scontro con i sindacati incrinò un pilastro storico dell’elettorato democratico.

La vittoria repubblicana del 1946

Le elezioni di metà mandato del 1946 furono un successo netto per i repubblicani, che riconquistarono il controllo del Congresso dopo oltre un decennio. Alla Camera ottennero una maggioranza di 59 seggi, controllando il 75% dei seggi fuori dal Sud; al Senato ne conquistarono 12.

Tra i nuovi eletti figuravano due nomi che avrebbero segnato i decenni successivi: John Fitzgerald Kennedy in Massachusetts e Richard Nixon in California.

Il Taft-Hartley Act

L’ala di Taft trovò alleati nei democratici del Sud per smontare pezzo per pezzo l’eredità del New Deal, arrivando ad approvare anche il Taft-Hartley Act nel giugno 1947. La legge limitava fortemente il potere sindacale conquistato con il Wagner Act: metteva fuori legge l’obbligo di assumere solo lavoratori sindacalizzati, imponeva ai dirigenti sindacali di dichiararsi non comunisti, limitava il diritto di sciopero e introduceva la possibilità per il Presidente di imporre una sospensione di ottanta giorni agli scioperi ritenuti una minaccia per l’interesse nazionale. Fu in questo clima che l’80° Congresso istituì anche una commissione dedicata alle cosiddette “attività antiamericane”, incaricata di investigare dipendenti federali e figure di Hollywood sospettate di simpatie comuniste.

Le elezioni del 1948

Con il vento apparentemente a favore, Robert Taft puntava alla nomination presidenziale del 1948. Ma alla Convention repubblicana i delegati preferirono ancora Thomas Dewey, ritenendo che un candidato apertamente contrario al New Deal non potesse vincere in un Paese che ancora ne apprezzava i risultati.

I democratici, intanto, si spaccarono in tre tronconi. Il partito principale ricandidò Truman; i progressisti nominarono Henry Wallace; i democratici del Sud, contrari a qualsiasi apertura sui diritti civili, formarono il partito dei Dixiecrat con Strom Thurmond, governatore della South Carolina.

I sondaggi davano per scontata la vittoria di Dewey. Ma l’elettorato che si era spostato sui repubblicani nel 1946 era motivato più dall’esasperazione per l’inflazione e la scarsità di beni che da una reale conversione conservatrice. Truman fece una campagna aggressiva. Convocò una sessione speciale del Congresso, sfidando la maggioranza repubblicana a rispettare in soli 15 giorni le promesse del proprio stesso programma elettorale — diritti civili, estensione della sicurezza sociale, riforma sanitaria. Il Congresso, dopo 11 giorni, approvò solo due leggi.

La strategia funzionò: Truman vinse le elezioni e i democratici ripresero il controllo del Congresso.

Il voto afroamericano e il maccartismo

I repubblicani persero anche il sostegno degli elettori afroamericani che nel 1946 avevano votato per loro più per demerito democratico che per convinzione. L’80° Congresso non approvò alcuna legge sui diritti civili, mentre nel Sud la violenza razzista rimaneva impunita.

Dopo la sconfitta del 1948, Taft trasse una conclusione precisa: il partito non poteva vincere avvicinandosi alle politiche democratiche. Bisognava tornare al conservatorismo puro degli anni Venti — ed espellere chiunque non condividesse questa linea, bollandolo come comunista.

Il contesto internazionale offrì terreno fertile a questa strategia. Il 1° ottobre 1949, Mao Zedong proclamò la Repubblica Popolare Cinese, dopo aver sconfitto le forze nazionaliste di Chiang Kai-shek, costrette a ritirarsi a Taiwan. Per Taft, questo era la prova che l’Amministrazione Truman era incapace — o peggio, compiacente — nella gestione della politica estera asiatica.

Il senatore del Wisconsin Joseph McCarthy divenne il megafono di questa linea, accusando 205 funzionari del Dipartimento di Stato di essere comunisti e sostenendo che il Segretario di Stato Dean Acheson — artefice del Piano Marshall e architetto della NATO — ne fosse consapevole. McCarthy scrisse anche direttamente a Truman, minacciando di descrivere il Partito Democratico come “alleato del comunismo internazionale” in caso di mancata indagine.

Il New York Times e il Washington Post provarono a contenere le accuse, ma senza successo proporzionato. Quando la senatrice Margaret Chase Smith del Maine accusò McCarthy di alimentare “paura, ignoranza, bigottismo e diffamazione” in vista delle elezioni di metà mandato del 1950, McCarthy la soprannominò sarcasticamente “Biancaneve”, definendo i sei senatori repubblicani che l’avevano sostenuta “i sei nani”.

La guerra di Corea e Eisenhower

Il 25 giugno 1950, la Corea del Nord, sostenuta dall’Unione Sovietica, invase la Corea del Sud. L’avanzata rapida delle forze nordcoreane alimentò il timore che uno scenario simile potesse ripetersi in Europa — dove la NATO esisteva sulla carta, ma non era ancora stata messa in pratica operativamente.

Truman si rivolse al Generale Dwight D. Eisenhower, allora Presidente della Columbia University, per valutare come rafforzare concretamente la NATO. Al ritorno dall’Europa, l’ex Generale incontrò Robert Taft per convincerlo a sostenere l’Alleanza Atlantica. Taft rifiutò: per lui, gli aiuti umanitari e militari all’Europa andavano tagliati, non aumentati. Eisenhower tentò di raggiungere un accordo come ultima spiaggia: se Taft avesse sostenuto pubblicamente la NATO, Eisenhower non lo avrebbe sfidato alla convention repubblicana del 1952. Anche questa volta Taft rifiutò.

Lo scontro per la guida del Partito Repubblicano e di riflesso per l’orientamento della politica estera statunitense nella Guerra Fredda, si sarebbe deciso alla convention del 1952.

Show Notes:

Episodio 11: "L'uno non può vivere se l'altro sopravvive" (1945-1952)