Ep. 13: Il perdente più influente: Goldwater e il Movimento Conservatore

Barry Goldwater perse le elezioni presidenziali del 1964 in modo nettissimo. Eppure quella sconfitta trasformò il Partito Repubblicano più di molte vittorie precedenti.

Questo episodio racconta come Goldwater e il Movimento Conservatore costruirono, tra il Sud, l’Ovest e la retorica anti-elitaria, la base ideologica e organizzativa che avrebbe portato Ronald Reagan alla Casa Bianca sedici anni dopo. Si parte dalla crisi di Ole Miss del 1962 e si arriva al discorso A Time for Choosing che lanciò la carriera politica di Reagan.

La crescita del Movimento Conservatore

La presidenza di Kennedy accelerò la crescita del Movimento Conservatore sia al Sud che all’Ovest. Nel Sud, il detonatore fu la vicenda di James Meredith, veterano dell’aeronautica che nel gennaio 1961 fece richiesta di iscrizione all’Università del Mississippi venendo respinto per la sua etnia. Dopo una lunga battaglia legale, la Corte Suprema ordinò all’ateneo di ammetterlo nel settembre 1962 e l’Amministrazione dispiegò le truppe federali per proteggerlo dal linciaggio dei bianchi. Per l’elettorato conservatore del Sud, l’episodio fu la prova plastica che le proprie tasse finanziavano direttamente l’imposizione federale dell’integrazione razziale.

Nell’Ovest, la crescita del Movimento Conservatore ebbe cause diverse: il sostegno di Kennedy alle grandi imprese della Costa Est, l’espansione del commercio internazionale, i tagli fiscali del 1963 e l’allentamento dell’applicazione delle norme antitrust.

In questo contesto rinacque, come già era accaduto durante l’Amministrazione Grant, il mito del cowboy — l’uomo bianco autosufficiente, capace di cavarsela da solo senza l’intervento dello Stato. Nel 1959 erano in onda ventisei serie televisive dedicate a questo immaginario. Nessuno seppe capitalizzare politicamente questa narrazione meglio di Barry Goldwater, senatore repubblicano dell’Arizona.

Barry Goldwater

Il nonno di Goldwater, Michael Goldwasser, era arrivato in California nel 1852 attirato dalla febbre dell’oro e aveva poi aperto un saloon a San Francisco. Nel 1880 la famiglia si trasferì a Prescott, in Arizona, dove avviò un’attività commerciale che, espandendosi fino a Phoenix, la rese ricca — cambiando anche il cognome in Goldwater.

Nato nel 1909, quando l’Arizona era ancora un territorio e non uno Stato, Goldwater raccontava spesso la propria infanzia come un’epoca priva di intervento federale. Una ricostruzione parziale: l’Arizona territoriale intratteneva comunque rapporti economici stretti con Washington. I primi negozi di famiglia furono finanziati grazie a commesse dell’esercito, e la costruzione della Roosevelt Dam contribuì in modo diretto alla prosperità di Phoenix e degli affari dei Goldwater.

Goldwater stesso era figlio di una famiglia agiata, lasciò il college dopo un solo anno e sposò un’ereditiera. Nella propria narrazione pubblica, però, si presentava come un uomo che si era fatto da solo — e per questo si opponeva al New Deal e alle sue tutele sindacali.

Dal Senato alla guida del Movimento

Eletto al Senato nel 1953, Goldwater divenne dal 1958 un critico tanto dei democratici quanto anche di Eisenhower, accusandolo di cedere a logiche vicino al comunismo quando propose un aumento della spesa pubblica per affrontare la recessione.

Le midterm del 1958 furono un disastro per l’ala conservatrice: in sette Stati, i repubblicani fecero campagna su leggi right-to-work contro il potere sindacale, e in sei di questi persero. L’unica eccezione fu l’Arizona, dove Goldwater fu rieletto con il 56% dei voti.

Sulla segregazione, la posizione di Goldwater era più articolata di quanto la sua immagine pubblica suggerisse. Aveva chiesto la desegregazione del bar del Senato e votato a favore del Civil Rights Act del 1957 — pur significativamente indebolito dall’opposizione dei democratici del Sud. Sostenne pubblicamente la sentenza Brown v. Board of Education, ma si opponeva fermamente a qualsiasi intervento federale per imporne l’applicazione, scrivendo nel 1960. La combinazione tra la sua posizione sui diritti degli Stati e la rielezione fece di Goldwater il leader naturale del Movimento Conservatore all’interno del Congresso, anche se il movimento restava ancora largamente escluso dai centri decisionali di Washington.

L’assassinio di Kennedy

Il 22 novembre 1963, a Dallas, John Fitzgerald Kennedy fu assassinato mentre percorreva le strade della città a bordo dell’auto presidenziale scoperta.

Con Johnson alla Casa Bianca, il Movimento Conservatore decise di puntare tutto sulla nomination di Goldwater, che inizialmente non era interessato alla candidatura. L’alternativa moderata era rappresentata da Nelson Rockefeller, governatore di New York, e da Richard Nixon. Rockefeller si autoescluse politicamente: nel 1962 divorziò dalla moglie e nel 1963 si risposò con una donna che aveva lasciato quattro figli al primo marito per stare con lui. In un’epoca in cui la stabilità familiare pesava molto sull’elettorato, lo scandalo compromise le sue possibilità.

I sostenitori di Goldwater costruirono nel frattempo una rete organizzativa capace di controllare la convention del 1964, tenuta a San Francisco — scelta non casuale, che confermava la centralità dell’Ovest per il Partito Repubblicano. La piattaforma elettorale rifletteva integralmente l’agenda del Movimento Conservatore: declino morale del Paese, ritorno all’individualismo, governo di piccole dimensioni, diritti degli Stati, riduzione fiscale, espansione della spesa militare.

Il Movimento Conservatore importò nel Partito Repubblicano un elemento nuovo: una rabbia populista contro le élite. A introdurla fu Phyllis Schlafly, presidente della Federazione delle Donne Repubblicane dell’Illinois, che nel suo libro A Choice Not an Echo descrisse una “cricca” di banchieri e finanzieri della Costa Est intenzionati a sabotare il vero Partito Repubblicano — quello degli eredi di Taft — per perseguire una politica estera internazionalista di cui traevano benefici personali.

Secondo Schlafly, esisteva solo il bene e il male, il comunismo e la libertà: qualsiasi forma di cooperazione internazionale era per definizione sospetta. Anche i sondaggi che mostravano lo scarso appeal elettorale di Goldwater venivano interpretati come parte della stessa macchinazione.

L’ascesa di Ronald Reagan

Alla ricetta conservatrice, mancava un personaggio carismatico. Fu Ronald Reagan a fornirlo.

Nato nel 1911 in Illinois, Reagan aveva lavorato come radiocronista e poi come attore hollywoodiano di serie B negli anni Trenta. Presidente della Screen Actors Guild, si era distinto per la propria diffidenza verso i sindacati, che riteneva potenzialmente infiltrati da simpatie comuniste. Dal 1954 fu volto della General Electric, viaggiando per il Paese con discorsi motivazionali sull’importanza della libera impresa. Dal 1955 cominciò a scrivere per il National Review e negli anni Sessanta divenne un oratore politico attivo in California.

Il 27 ottobre 1964, in un discorso televisivo pre-registrato intitolato A Time for Choosing — anche noto semplicemente come “The Speech” — Reagan diede il proprio endorsement a Goldwater. Il discorso attaccava l’establishment moderato descrivendolo come “una piccola élite di intellettuali convinti di poter pianificare le nostre vite meglio di quanto sappiamo fare noi stessi”, e si chiudeva con un appello alla fede nella capacità e nel diritto degli individui di determinare il proprio destino.

Dove Lincoln, Theodore Roosevelt ed Eisenhower avevano insistito sull’importanza dell’istruzione pubblica come strumento di mobilità sociale, Reagan ribaltava la prospettiva, presentando la classe intellettuale come parte del problema — un apparato al servizio di un governo pericolosamente esteso.

Il crollo elettorale del 1964

Il 3 novembre 1964, Lyndon Johnson vinse le elezioni con il 61,1% dei voti popolari contro il 38,5% di Goldwater — la percentuale più alta ottenuta da un candidato presidenziale dal 1820. Johnson conquistò 486 voti elettorali e 44 Stati; Goldwater si fermò a 52 voti elettorali e sei Stati. Fu, per ogni parametro convenzionale, un disastro. Ma dentro quella disfatta si annidavano tre trasformazioni che avrebbero cambiato la traiettoria del Partito Repubblicano. La prima fu strategica. Privo dell’appoggio dei grandi donatori tradizionali, Goldwater costruì la propria campagna sui piccoli finanziatori individuali, coinvolgendoli attivamente e mobilitandoli al voto. Dopo le elezioni, questa infrastruttura diede vita all’American Conservative Union, un’organizzazione nazionale pensata per collegare tra loro i diversi gruppi conservatori sparsi nel Paese.

La seconda fu elettorale. Per la prima volta dalla fine della Ricostruzione, il Partito Repubblicano vinse nel Sud profondo: South Carolina, Georgia, Alabama, Mississippi e Louisiana. Il voto di Goldwater contro il Civil Rights Act del 1964 — una scelta di cui in seguito si sarebbe pentito — fu determinante per questo risultato, e segnò l’inizio del progressivo passaggio del Sud dal Partito Democratico a quello Repubblicano.

La terza fu di policy. Il tracollo repubblicano diede ai democratici ampie maggioranze al Congresso, permettendo l’approvazione della Great Society: programmi per l’istruzione, il diritto all’abitare, lo sviluppo rurale, la nascita di Medicare e Medicaid, il Voting Rights Act a tutela del voto afroamericano, e un impegno militare sempre più profondo in Vietnam, dopo i timidi passi compiuti da Kennedy. Ma le tensioni sociali degli anni successivi convinsero una parte crescente dell’elettorato bianco che le proprie tasse finanziassero programmi sociali percepiti come ingrati o controproducenti. Il Movimento Conservatore, con la propria opposizione all’aumento fiscale, al welfare e all’estensione dei diritti civili, iniziò a guadagnare consenso anche fuori dal proprio nucleo storico.

Alle elezioni di metà mandato del 1966, i repubblicani conquistarono 47 seggi alla Camera e 3 al Senato — non sufficienti per la maggioranza, ma abbastanza per rallentare l’agenda di Johnson e segnalare un cambiamento nel Paese. Fu in queste elezioni che Ronald Reagan venne eletto governatore della California, promettendo di “far tornare al lavoro i barboni del welfare” e di “sistemare il casino a Berkeley”, in riferimento alle proteste pacifiste contro la guerra del Vietnam.

Con il 1968 all’orizzonte, essere governatore dello Stato più popoloso dell’Unione non bastava più a Reagan. Puntava alla Casa Bianca. E non era il solo: Richard Nixon era di nuovo in campo, pronto a fare tutto il necessario per vincere.

Show Notes:

Episodio 13: Il perdente più influente di tutti (1958-1968)