Ep. 14: Le elezioni del 1968: Nixon, il Vietnam e la conquista della Casa Bianca

Due omicidi, un’inflazione fuori controllo, una guerra senza fine visibile e l’Unione Sovietica che raggiungeva la parità nei missili balistici intercontinentali: questi furono gli ingredienti delle elezioni del 1968, uno degli anni più turbolenti della politica americana del Novecento.

Questo episodio ricostruisce il decennio di escalation in Vietnam che precedette il voto, l’offensiva del Tet che cambiò l’opinione pubblica americana, il ritiro di Johnson, l’assassinio di Robert Kennedy e la campagna che portò Richard Nixon alla Casa Bianca dopo otto anni di attesa.

La Guerra del Vietnam

Per capire le elezioni del 1968 bisogna tornare al 1954, quando la Francia perse la Guerra d’Indocina contro le forze comuniste di Ho Chi Minh. Alla Conferenza di Ginevra del 1954, il Vietnam fu diviso provvisoriamente in due, con la previsione di elezioni di riunificazione nel 1956.

In attesa di quella scadenza, il Vietnam del Sud tenne un referendum tra la forma repubblicana proposta dal primo ministro Ngo Dinh Diem e la monarchia dell’imperatore Bao Dai. Vinse la Repubblica, ma con irregolarità evidenti: a Saigon i voti a favore superarono il numero degli elettori registrati.

Il Vietnam del Nord, comunista e guidato da Ho Chi Minh, aveva capitale a Hanoi. Il Vietnam del Sud, anticomunista e sostenuto prima dalla Francia e poi in misura crescente dagli Stati Uniti, aveva capitale a Saigon. Diem si proclamò Presidente e rifiutò di tenere le elezioni di riunificazione previste per il 1956, sostenendo che al Nord non sarebbero state libere. Trasformò progressivamente il proprio Governo in un regime autoritario, affidando incarichi chiave ai propri fratelli. Un rapporto della CIA del 1966, desclassificato nel 2004, conferma che le elezioni vietnamite furono strettamente controllate dal Governo, non solo per impedire vittorie comuniste ma anche per bloccare qualsiasi opposizione non comunista.

Il rifiuto delle elezioni e l’autoritarismo crescente di Diem favorirono la nascita dei Vietcong, formazioni di guerriglia sostenute dal Nord con l’obiettivo di rovesciare il Governo di Saigon. Gli Stati Uniti, temendo un effetto domino comunista su tutta l’Indocina, intervennero prima con consiglieri militari, poi con truppe.

Tra il 1961 e la fine del 1963, la politica vietnamita fu gestita quasi interamente da John Fitzgerald Kennedy, che escluse il Vicepresidente Lyndon Johnson dalle decisioni di politica estera. Quando Johnson divenne Presidente dopo l’assassinio di Kennedy il 22 novembre 1963, si trovò improvvisamente al comando di un conflitto su cui non aveva avuto alcun ruolo — pochi giorni dopo che Diem era stato rovesciato da un colpo di Stato appoggiato dall’Amministrazione Kennedy stessa.

Johnson, impegnato in un ambizioso programma di riforme sociali, aveva bisogno di mostrarsi duro sul comunismo per non essere accusato di debolezza dal Movimento Conservatore. Mancava però una base legale per l’impiego di truppe. Arrivò il 2 agosto 1964, quando alcune motovedette nordvietnamite attaccarono una nave da guerra statunitense nel Golfo del Tonchino. Due giorni dopo, l’Amministrazione denunciò un secondo attacco — la cui effettiva esistenza resta ancora oggi controversa tra gli storici. Il Congresso approvò la Risoluzione del Golfo del Tonchino, che concedeva al Presidente ampia autorità per impiegare le forze armate nel Sud-est asiatico.

La strategia americana fu quella dell’escalation progressiva, un approccio convenzionale applicato a un conflitto di guerriglia. I bombardamenti massicci su Nord e Sud Vietnam ebbero l’effetto opposto a quello sperato, spingendo sempre più civili verso i Vietcong. I tentativi di isolare la popolazione rurale in comunità controllate — pensati per impedire la diffusione dell’ideologia comunista — vennero percepiti, e in parte assomigliavano concretamente, a campi di concentramento.

Il Vietnam fu la prima guerra raccontata in presa diretta dalla stampa mondiale. I giornalisti seguivano le truppe sul campo e i reportage arrivavano rapidamente nelle case americane.

Per i Vietcong e il Vietnam del Nord, la narrazione era semplice: avevano già combattuto giapponesi e francesi, e ora si trovavano a combattere un altro occupante straniero — una motivazione che, secondo molti osservatori, si rivelò più duratura di quella americana.

Le prime proteste contro il coinvolgimento americano risalgono al 1954, promosse da gruppi religiosi quaccheri. Diventarono sistematiche dal 1964 e raggiunsero dimensioni di massa dal 1967, animate soprattutto da giovani contrari alla leva obbligatoria.

Nella notte tra il 30 e il 31 gennaio 1968, in coincidenza con il capodanno vietnamita, le forze del Vietcong e del Vietnam del Nord lanciarono l’Offensiva del Tet, attaccando simultaneamente decine di città sudvietnamite, incluso il compound dell’ambasciata americana a Saigon.

Dal punto di vista militare, l’offensiva fu un fallimento per i comunisti: le forze americane e sudvietnamite respinsero gli attacchi e i Vietcong subirono perdite pesantissime, stimate in circa 35mila morti secondo le fonti statunitensi. Ma l’impatto mediatico fu devastante: le immagini dei combattimenti nel cuore di Saigon contraddicevano mesi di rassicurazioni ufficiali sull’imminente vittoria americana, e segnarono un punto di svolta irreversibile nel sostegno pubblico alla guerra.

Il ritiro di Johnson

Johnson, eletto quattro anni prima con oltre il 60% dei voti, si trovò impantanato in un conflitto senza via d’uscita visibile. I comandi militari continuavano a chiedere nuovi contingenti, promettendo una svolta imminente, ma una richiesta insostenibile politicamente.

Alle primarie democratiche, Johnson vinse formalmente in New Hampshire, ma con un margine sorprendentemente ridotto sul Senatore Eugene McCarthy del Minnesota, apertamente contrario alla guerra. Robert Kennedy, fratello dell’ex Presidente, entrò in corsa poco dopo. Sotto pressione elettorale e con la propria salute in declino, il 31 marzo 1968 Johnson annunciò a sorpresa l’apertura di negoziati di pace a Parigi, l’interruzione dei bombardamenti sul Nord Vietnam e la propria decisione di non ricandidarsi.

Le primarie repubblicane

Sul fronte repubblicano, Richard Nixon si presentò come il candidato più solido, affrontando una serie di sfidanti che entravano e uscivano dalla corsa. Il governatore del Michigan George Romney abbandonò presto. Nelson Rockefeller mantenne per mesi un atteggiamento ambiguo, né dentro né fuori dalla competizione. La sfida più seria arrivò da destra, con Ronald Reagan, ormai leader riconosciuto del Movimento Conservatore.

Alla convention repubblicana di Miami Beach, Nixon applicò una strategia di divisione: Rockefeller e Reagan avrebbero potuto coalizzarsi per bloccarlo, ma si rivelarono incompatibili tra loro. Nixon, ripetendo lo schema già usato da Goldwater, negoziò direttamente con le delegazioni del Sud e ottenne la nomination al primo scrutinio.

Il caos della convention democratica

La convention democratica fu, al contrario, un disastro. Il 5 giugno 1968, subito dopo aver vinto le primarie in California, Robert Kennedy fu assassinato all’Ambassador Hotel di Los Angeles. Con Kennedy fuori dai giochi, Johnson riuscì a imporre la candidatura del proprio Vicepresidente, Hubert Humphrey, che ottenne la nomination senza aver vinto una sola primaria.

La convention di Chicago si tenne in una città praticamente militarizzata. Migliaia di manifestanti, in gran parte giovani, si radunarono per denunciare la guerra, la povertà e il razzismo, spesso ricercando lo scontro fisico con le forze dell’ordine per attirare l’attenzione mediatica. Gli scontri, trasmessi in diretta televisiva nazionale, si estesero anche all’interno della sala della convention.

Il canale segreto con Saigon

Uno degli aspetti più controversi della campagna del 1968 riguarda il tentativo di Johnson di raggiungere un accordo di pace con il Vietnam del Nord nelle settimane precedenti al voto, nella speranza di favorire Humphrey. Nixon, sospettando la manovra, si servì di Anna Chennault come canale informale con il Governo sudvietnamita — con l’obiettivo, secondo diverse ricostruzioni storiche, di convincere Saigon a resistere alle proposte di Johnson, promettendo condizioni migliori con una futura Amministrazione Nixon.

La Casa Bianca era al corrente di questi contatti attraverso intercettazioni, ma Johnson non poteva rendere pubblica l’operazione senza rivelare di aver messo sotto sorveglianza la campagna del principale candidato dell’opposizione. Se questo canale abbia effettivamente impedito un accordo di pace concreto resta una delle questioni più controverse e mai del tutto chiarite della storiografia americana — anche funzionari delle Amministrazioni Kennedy e Johnson, critici verso Nixon, hanno riconosciuto che le possibilità reali di un accordo entro l’anno erano comunque limitate.

La rivoluzione mediatica della campagna Nixon

Sul piano strategico, la campagna del 1968 segnò una svolta nell’uso della televisione. Nel 1960 Nixon aveva promesso di visitare tutti i cinquanta Stati, anche quelli non in bilico — una strategia che i suoi consulenti giudicarono retrospettivamente inefficiente: anche con un impegno fisico massimo, un candidato poteva incontrare di persona solo un paio di milioni di elettori, una frazione minima degli indecisi che avrebbero deciso l’esito del voto.

La squadra di Nixon, guidata sul fronte mediatico da Roger Ailes, costruì invece messaggi televisivi pensati per presentarlo come calmo e presidenziale, alternando immagini della guerra in Vietnam a quelle di Humphrey sorridente, leader comunisti e missili, con colonne sonore inquietanti. Altri spot mostravano comizi con domande del pubblico rigorosamente filtrate, dalle quali la stampa era esclusa, con inquadrature e reazioni del pubblico curate nei minimi dettagli per rendere Nixon più simpatico agli elettori indecisi.

Il risultato delle elezioni

Nixon vinse le elezioni del 5 novembre 1968, ma con un margine molto più ridotto di quanto la sua campagna avesse sperato. Conquistò 32 Stati e 301 voti elettorali, con il 43,4% del voto popolare. Humphrey ottenne 191 voti elettorali e il 42,7% del voto popolare — una differenza di circa 500mila voti a livello nazionale.

Un terzo candidato, George Wallace, ex governatore dell’Alabama, si presentò con l’American Independent Party su una piattaforma che chiedeva la segregazione razziale e l’uso di armi nucleari in Vietnam. Wallace vinse cinque Stati del Profondo Sud — Arkansas, Louisiana, Mississippi, Alabama e Georgia — per un totale di 46 voti elettorali, con l’obiettivo dichiarato di impedire una maggioranza assoluta e costringere la Camera dei Rappresentanti a decidere il vincitore.

Dopo otto anni dalla sconfitta contro Kennedy nel 1960, Richard Nixon aveva finalmente conquistato la Casa Bianca.

Show Notes:

Episodio 13: The Tortured Presidents Department pt. 1 (1968)