Ep. 10: Crisi del 1929 e Partito Repubblicano: la fine di un'illusione

Alla fine degli anni Venti, investire in Borsa era diventato quasi un dovere civico. Il Partito Repubblicano aveva costruito la propria narrazione su dazi, tasse basse e assenza di regolamentazione, presentando il mercato azionario come la prova che quella ricetta funzionava per tutti.

Il 29 ottobre 1929, il Dow Jones crollò e con esso l’intera impalcatura ideologica che i repubblicani avevano costruito dagli anni di Harding e Coolidge. In questo episodio raccontiamo la crisi del 1929 e il Partito Repubblicano che ne uscì diviso: da un lato la corrente isolazionista e anti-interventista guidata da Robert Taft, dall’altro un’ala moderata pronta a fare pace con il New Deal.

Il crollo di Wall Street

Le prime avvisaglie della crisi arrivarono a settembre del 1929, ma pochi le presero sul serio. Il 17 ottobre, l’economista Irving Fisher dichiarò pubblicamente che il mercato si era stabilizzato a un livello alto e che sarebbe continuato a crescere.

Il 24 ottobre — ricordato come il Giovedì Nero — il mercato iniziò a crollare. Furono vendute quasi 13 milioni di azioni in un solo giorno; le principali banche intervennero nel pomeriggio per stabilizzare i prezzi, ma i piccoli investitori erano già stati spazzati via. Venerdì 25 ottobre il mercato parve reggere, ma lunedì 28 ottobre le vendite ripresero. Il giorno che tutti ricordano è però martedì 29 ottobre — il Martedì Nero — quando vennero scambiate 16,4 milioni di azioni e il Dow Jones perse circa il 12% in una sola seduta, per un valore complessivo di 14 miliardi di dollari andati in fumo. Nelle settimane successive, i broker chiesero ai propri clienti di coprire le perdite con nuovo capitale. Chi era sopravvissuto al crollo di ottobre fu spazzato via a novembre, quando il mercato continuò a scendere. Su una popolazione di 120 milioni di americani, meno di un milione e mezzo avevano investito in Borsa. Ma la crisi colpì tutti, indipendentemente da chi avesse comprato azioni.

Le cause profonde

Durante gli anni Venti, la produttività degli operai era cresciuta del 43%, ma i salari non erano aumentati nella stessa misura. Il surplus generato dalla maggiore produttività finì quasi interamente nelle tasche degli imprenditori, ulteriormente arricchiti dal boom di Borsa e dalle riduzioni fiscali volute da Andrew Mellon. Quando il Crash cancellò quella ricchezza concentrata, il resto della popolazione non aveva risorse sufficienti a sostenere i consumi e a far ripartire l’economia. Il secondo problema era strutturale: le imprese, soprattutto quelle finanziarie, erano fortemente interconnesse, e il fallimento di una ne provocava altri a catena.

Nel giro di pochi anni, 13 milioni di persone persero il lavoro — un quarto della popolazione attiva dell’epoca. Senza reddito, milioni di famiglie non riuscirono più a pagare affitti e mutui. Le città americane si riempirono di accampamenti di fortuna.

Nel 1932 la produzione industriale era scesa sotto i livelli del 1913. Il commercio internazionale era passato da 10 a 3 miliardi di dollari. I prezzi agricoli erano crollati: il grano da 1,05 dollari a 39 centesimi, il mais da 81 a 33 centesimi, il cotone da 17 a 6 centesimi. Nel 1933 il tasso di disoccupazione nazionale toccò il 25%, pari a 13 milioni di persone.

La risposta di Hoover e Mellon

Secondo il Segretario al Tesoro Andrew Mellon, il Governo non doveva intervenire. La crisi, sosteneva, avrebbe “ripulito” il sistema economico, costringendo le persone a lavorare di più e vivere in modo più sobrio, mentre gli imprenditori avrebbero selezionato i lavoratori migliori.

Herbert Hoover era scettico su questa impostazione — riteneva che il non intervento potesse funzionare in un’economia agricola come quella dell’Ottocento, non in un Paese ormai urbanizzato e industrializzato. Ma nei primi mesi seguì comunque la linea di Mellon: tasse ridotte, già ai minimi storici, e dazi più alti, che finirono per strangolare ulteriormente un commercio internazionale già in difficoltà.

L’opinione pubblica smise di credere ai repubblicani non solo per le conseguenze delle loro politiche, ma per la loro riluttanza ad ammettere la gravità della crisi. La sera del 24 ottobre 1929, Hoover dichiarò che “i fondamentali economici del Paese” erano solidi. Continuò a ripetere versioni simili di questa frase per mesi, anche quando i dati dicevano il contrario.

Il New Deal e l’opposizione repubblicana

Nel 1932, con l’economia ancora in caduta libera, Hoover continuò a sostenere che il compito di aiutare i cittadini in difficoltà spettasse alle associazioni caritatevoli locali, non al Governo federale.

Franklin Delano Roosevelt, candidato democratico, promise un New Deal: un intervento diretto del Governo per combattere la depressione. Hoover descrisse questa proposta come un radicalismo capace di distruggere le libertà individuali e di trasformare i contribuenti in schiavi di un apparato burocratico. Banchieri e imprenditori si schierarono con Hoover, convinti che l’elezione di Roosevelt avrebbe significato la fine del sistema economico americano.

Roosevelt vinse con il 58% dei voti popolari e 472 voti elettorali, conquistando 42 Stati. Hoover, sotto shock per la portata della sconfitta, non estese a Roosevelt il tradizionale invito alla Casa Bianca la vigilia dell’inaugurazione.

Le prime politiche di Roosevelt trovarono un’opposizione compatta tra i repubblicani. Il “Brain Trust” che guidava la politica economica democratica si ispirava alle teorie di John Maynard Keynes: la spesa pubblica in deficit, durante le fasi di depressione, poteva sostituire la spesa privata mancante e stimolare la ripresa.

Gli anni dell’Amministrazione Roosevelt segnarono anche un primo scollamento tra repubblicani conservatori e afroamericani. La segregazione degli uffici federali voluta dall’Amministrazione Wilson non aveva fatto che aggravare le tensioni razziali nel Sud. Senza protezioni legali efficaci, i linciaggi si moltiplicarono, spingendo centinaia di migliaia di afroamericani a lasciare gli Stati del Sud per le città industriali del Nord — Detroit, Chicago, New York — nella cosiddetta Grande Migrazione. Questo spostamento portò le tensioni razziali anche in aree del Paese che fino a quel momento non le avevano conosciute con la stessa intensità, spesso alimentate dalla competizione per il lavoro tra bianchi e neri. Uno degli episodi più devastanti avvenne a Tulsa, in Oklahoma, dove il linciaggio di massa distrusse il quartiere di Greenwood, conosciuto come “Black Wall Street” per la sua prosperità economica afroamericana. Durante gli anni Venti, i repubblicani non riuscirono nemmeno a portare al voto in Senato una legge federale contro i linciaggi, nonostante fosse comparsa nelle loro stesse piattaforme elettorali. Con Hoover, la distanza dalla causa afroamericana si fece ancora più marcata: il presidente nominò alla Corte Suprema Edward T. Sanford, convinto che concedere il voto agli afroamericani dopo la Guerra Civile fosse stato un errore, segregò le navi che trasportavano le madri dei soldati caduti in Europa durante la Prima guerra mondiale, e nel 1932 rifiutò di incontrare alla Casa Bianca una delegazione di leader afroamericani.

Roosevelt, al contrario, orientò parte delle politiche del New Deal verso le fasce più colpite dalla crisi — che spesso coincidevano con la popolazione afroamericana. Circa un milione di famiglie nere dipendevano, negli anni Trenta, dai salari federali. Eleanor Roosevelt fece delle relazioni razziali un tema centrale del proprio impegno pubblico. Il New Deal, va detto con chiarezza, non smantellò il sistema discriminatorio statunitense né le sue disparità strutturali — ma segnò un cambio di priorità netto rispetto all’indifferenza degli anni precedenti.

La spaccatura repubblicana: Taft contro Dewey

Di fronte a un’Amministrazione democratica popolare e in apparente successo, l’unità del Partito Repubblicano si incrinò in due correnti.

La prima, quella che avrebbe controllato il partito per gran parte degli anni Trenta, era la corrente anti-New Deal, guidata dopo il 1936 da Robert Taft, figlio dell’ex presidente William Howard Taft. Robert Taft aveva ereditato dal padre l’impostazione conservatrice: un Governo che non dovesse intervenire nell’economia e una politica estera isolazionista. Trovò alleati naturali nei senatori del Sud, contrari a qualsiasi misura del New Deal che potesse migliorare le condizioni degli afroamericani. Per Taft, la povertà nera non era il risultato di uno svantaggio strutturale, ma di una gestione personale inadeguata delle finanze.

Fu questa corrente a candidare, nel 1936, Alf Landon, governatore del Kansas e imprenditore petrolifero. La campagna si basò sull’accusa che i democratici stessero prolungando artificialmente la depressione per costruire un apparato burocratico permanente al potere. Il risultato fu disastroso e Roosevelt vinse saldamente le elezioni.

La sconfitta rafforzò la seconda corrente, guidata da Thomas E. Dewey, procuratore distrettuale di Manhattan. Questi repubblicani riconoscevano i risultati concreti del New Deal, sia per mettere in sicurezza i mercati e sia dal punto di vista degli effetti sociali.

L’ombra dell’Europa

Come era già accaduto con l’Amministrazione Wilson, anche quella di Roosevelt venne travolta dalle vicende internazionali. Italia, Germania e, in parte, il Giappone si erano trasformati in regimi totalitari. La minaccia del fascismo si insinuò anche nel dibattito politico americano: durante la campagna del 1936, diversi politici avevano apertamente flirtato con l’idea di poteri straordinari personali.

L’ascesa militare della Germania nazista sotto Adolf Hitler  avvenne mentre l’opinione pubblica statunitense era ancora fortemente isolazionista, convinta che le questioni europee non riguardassero la sicurezza nazionale statunitense. Roosevelt scelse quindi un approccio graduale, quasi didattico, avvicinando lentamente il Paese a una posizione più interventista. Sulla politica estera si consumò lo scontro interno ai repubblicani: l’ala di Dewey si schierò a favore di un legame più stretto con Gran Bretagna e Francia mentre l’ala di Taft caldeggiava un atteggiamento di distanza. L’isolazionismo di Taft si rivelò una scommessa persa per due ragioni. La prima era economica: il riarmo avrebbe generato un indotto industriale significativo. La seconda arrivò il 7 dicembre 1941, quando l’Impero giapponese attaccò Pearl Harbor. Anche dopo l’attacco, Taft accusò Roosevelt di aver creato le condizioni per l’ingresso in guerra e sostenne che gli Stati Uniti avrebbero dovuto concentrarsi sull’Asia, lasciando l’Europa al proprio destino.

Nelle elezioni del 1940 e del 1944, la nomination repubblicana andò all’ala di Dewey: prima con Wendell Willkie, poi con Dewey stesso. In entrambi i casi il pubblico scelse Roosevelt, che divenne l’unico presidente a servire più di due mandati consecutivi. Nonostante le sconfitte, entrambe le candidature repubblicane accettarono ormai l’intervento del Governo nell’economia — un segnale di quanto il New Deal avesse cambiato in profondità il terreno politico.

Il G.I. Bill

Nel 1944, i repubblicani contribuirono all’approvazione del Servicemen’s Readjustment Act, meglio conosciuto come G.I. Bill. La legge affrontava un timore concreto: il rientro di circa 15 milioni di soldati dal fronte avrebbe potuto inondare il mercato del lavoro e innescare una nuova depressione.

Il G.I. Bill si rivelò invece uno dei più efficaci strumenti economici del dopoguerra. Nel dopoguerra, milioni di famiglie entrarono nella classe media, un livello di benessere impensabile prima della guerra. Il G.I. Bill, sostenuto anche dai repubblicani, riportava — in una forma nuova — quella visione di mobilità sociale attraverso il lavoro che era stata al centro del pensiero di Lincoln.

La battaglia per l’identità del Partito Repubblicano, però, non era ancora conclusa. E la morte di un presidente molto popolare avrebbe presto cambiato di nuovo gli equilibri.

Show Notes:

Episodio 10: Dispersi (1929-1945)