L'intricata storia dell'accordo sul nucleare iraniano

L'accordo sul nucleare iraniano, firmato a Vienna il 14 luglio 2015 da Stati Uniti, Iran e altre quattro potenze, è stato per anni il tentativo più concreto di normalizzare i rapporti tra Washington e Teheran, interrotti dal 1979. Conosciuto come Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), prevedeva la sospensione del programma nucleare iraniano in cambio della rimozione delle sanzioni internazionali. Questo report ricostruisce la storia dell'accordo, dalle sue radici negli anni Cinquanta fino al ritiro unilaterale deciso da Trump nel 2018 e alle tensioni militari più recenti, per capire perché il dossier nucleare resti oggi uno dei nodi più delicati della politica estera statunitense in Medio Oriente.

Le radici della crisi: dal golpe del 1953 alla rivoluzione del 1979

Per capire le tensioni attuali tra Iran e Stati Uniti bisogna risalire al 1953, quando CIA e servizi segreti britannici appoggiarono il rovesciamento del governo democraticamente eletto di Mohammad Mossadegh, che aveva nazionalizzato il petrolio iraniano sottraendolo al controllo della compagnia che sarebbe poi diventata British Petroleum. Il potere tornò allo Shah, alleato dell’Occidente, che avviò un programma nucleare civile con il sostegno americano: nel 1967 fu costruito un reattore nella Università di Teheran, e nel 1968 l’Iran firmò il Trattato di Non Proliferazione Nucleare.

La traiettoria cambiò radicalmente con la rivoluzione islamica del 1979. Il nuovo regime guidato dall’Ayatollah Khomeini interruppe il programma nucleare, associato all’influenza occidentale, mentre la presa di 52 ostaggi presso l’ambasciata statunitense a Teheran spezzò le relazioni diplomatiche tra i due Paesi, mai più ripristinate. Gli anni successivi furono segnati da sanzioni crescenti, culminate nel 1984 con le misure adottate dopo gli attentati in Libano contro obiettivi statunitensi, attribuiti a gruppi finanziati dall’Iran.

La scoperta del programma nucleare e le prime trattative

Nel 2002 un gruppo di opposizione in esilio rivelò l’esistenza di due impianti nucleari sinora sconosciuti, a Natanz e Arak. Le ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) che seguirono trovarono migliaia di centrifughe, aprendo una crisi diplomatica che portò, nel 2006, al deferimento dell’Iran al Consiglio di Sicurezza dell’ONU e alla nascita del gruppo P5+1, che riunisce le cinque potenze del Consiglio più la Germania.

Da quel momento il Consiglio di Sicurezza approvò sei risoluzioni di sanzioni crescenti, mentre l’elezione di Mahmoud Ahmadinejad nel 2005 chiuse ogni margine negoziale per anni. La svolta arrivò solo con l’elezione del moderato Hassan Rouhani nel 2013: pochi mesi dopo, il 24 novembre 2013, Iran e P5+1 firmarono il Joint Plan of Action, un primo accordo temporaneo che congelava parte del programma nucleare in cambio di un alleggerimento limitato delle sanzioni.

Il negoziato che ha portato al JCPOA

Tra marzo e aprile 2015 le parti raggiunsero un accordo preliminare, il Framework Deal, che fissava i parametri poi confluiti nel testo definitivo: riduzione delle centrifughe iraniane da 19mila a 6104, taglio delle scorte di uranio arricchito da 10mila a 300 chilogrammi, sospensione per quindici anni del reattore di Fordow ed estensione del breakout time (il tempo necessario per costruire un’arma nucleare) da pochi mesi a un anno.

L’accordo definitivo, il Joint Comprehensive Plan of Action, fu firmato il 14 luglio 2015 e approvato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU il 20 luglio. Negli Stati Uniti, il Presidente Barack Obama lo gestì come atto esecutivo per evitare la ratifica dei due terzi del Senato richiesta per i trattati, ma concesse al Congresso la possibilità di votare una risoluzione di rigetto. Il tentativo bipartisan di bloccarlo fallì il 10 settembre 2015, quando i democratici respinsero al Senato, con 58 voti contro 42, la mozione repubblicana, permettendo così l’entrata in vigore dell’accordo.

Il ritiro di Trump e l’escalation successiva

L’accordo sul nucleare iraniano è stato al centro della campagna presidenziale del 2016, con Donald Trump che lo definì durante i dibattiti “uno dei peggiori accordi mai firmati” e ne promise la rinegoziazione. Da Presidente, dopo due certificazioni di conformità nella prima metà del 2017, l’8 maggio 2018 Trump annunciò il recesso unilaterale degli Stati Uniti, nonostante le pressioni contrarie di Francia, Germania e Regno Unito. Gli USA rimasero l’unico firmatario a uscire dall’accordo, mentre il Consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton, favorevole a un approccio più aggressivo verso Teheran, orientò la politica dell’Amministrazione verso una linea di massima pressione.

La tensione crebbe rapidamente: nel 2019 si susseguirono attacchi a petroliere nel Golfo dell’Oman e abbattimenti reciproci di drone, fino all’uccisione del Generale Qassem Soleimani nel gennaio 2020, a cui l’Iran rispose con un attacco missilistico contro basi statunitensi in Iraq. Nel novembre 2020 fu ucciso vicino Teheran anche lo scienziato nucleare Mohsen Fakhrizadeh, azione attribuita dall’Iran a Israele.

La situazione più recente

L’Amministrazione Biden riprese i negoziati senza risultati concreti, complicati dall’elezione del conservatore Ebrahim Raisi e poi bloccati dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Con il ritorno di Trump alla Casa Bianca nel gennaio 2025, gli Stati Uniti hanno presentato una nuova proposta, consegnata il 31 maggio, basata su un consorzio regionale per l’arricchimento dell’uranio a fini civili fuori dal territorio iraniano. Nello stesso periodo, l’AIEA ha rilevato che l’Iran aveva arricchito al 60% circa 400 chilogrammi di uranio, una quantità che se portata al 90% sarebbe sufficiente per diversi ordigni nucleari. L’Iran ha rifiutato la proposta e il 13 giugno 2025 Israele ha attaccato direttamente le strutture nucleari iraniane, uccidendo diversi alti ufficiali militari.

Il report sarà aggiornato una volta che si raggiungerà un accordo diplomatico al termine delle ostilità in corso.